Editoriali

Il Cibo, frutto della Terra e del Lavoro dell’Uomo

Possiamo trovare nella cristianità i molti valori del mondo rurale, un po' anche per ritrovare noi stessi e farci sarti, non per mettere delle pezze ma per creare un nuovo vestito che ha i colori dell’arcobaleno. Le riflessioni di Pasquale Di Lena

29 settembre 2017 | Pasquale Di Lena

Ho fatto mio il titolo di una nota pastorale del 2005, opuscolo n° 48 delle edizioni “Paoline”, “Frutto della Terra e del Lavoro dell’uomo” per parlare del Cibo, la sola energia vitale che ci appartiene.

C’è anche un sottotitolo che merita attenzione “Mondo rurale che cambia e Chiesa in Italia”.

Ogni parola di questo titolo e dello stesso sottotitolo apre a riflessioni di grande attualità:

“Frutto”, quale risultato di una scelta, un processo produttivo, una cura, una voglia, un piacere e, non ultimo, un benessere;

“Terra”, nel suo significato di Terra fertile, supporto di colture, Terra Madre, Territorio che ci ospita e ci appartiene, paesaggio-ambiente, globo;

“Lavoro”, quale impegno, professione, realizzazione, partecipazione, condivisione, compagno (cum panis), reddito, creatività, impronta;

“Uomo”, individuo, società, intelligenza, stupidità, malvagità, dialogo, partecipazione, voglia di libertà e di pace, come pure del bello e del buono, amore, sogno, emozione

“Mondo rurale”, il mondo espresso dalla “rus”, la campagna, e che vive la campagna, ha la possibilità di avere nelle mani la terra, sentire il suo calore, la vita che esprime, o, anche una pianta, piccola come quella di un prato o di un orto, o, grande come quella di un viale, di un campo. Un filo d’erba, un fiore, un olivo, una sequoia;

“Cambia”, cioè muta, si trasforma, ed ha significato positivo se è per dare di più e meglio, altrimenti il cambiamento è offesa, distruzione, ritorno a un passato che non ha più significato, nel momento in cui non alimenta il presente, ma se lo divora.

Ecco il “presente”, l’eredità che il passato mette nelle nostre mani, pone alla nostra attenzione, riflessione, pensiero, idea, progetto, voglia di un “domani” che, quando diventerà presente, è un presente che raccoglie, presenta, consegna una buona eredità.

Dal 2005 ad oggi ci sono stati - sulla spinta della crisi strutturale (2004) che cade pesantemente sul mondo rurale e anticipa di quattro anni la crisi economica, e non solo, che colpisce il mondo e, in modo particolare i Paesi più fragili - cambiamenti profondi.

Non si è mai parlato così tanto di energia come in questi ultimi anni. Di tutte le energie, le più disparate, meno, però, che di quella vitale, il Cibo, che è diventato spettacolo con tutti i principali canali televisivi impegnati e le stesse pagine dei giornali. Tante televisioni per far vedere come si cucina, ma poche o niente per spiegare come si coltiva, si produce.

La cultura non è mai casuale, rispecchia i tempi e rispetta il pensiero, la volontà, i progetti del sistema che da qualche tempo governa il mondo.

Un sistema, il neoliberismo, che ha dato vita ed anima il mercato globale. Un processo, quello della globalizzazione, che non si è mai fermato, ma solo rallentato (la grande crisi) e che vuole a tutti i costi affermare la sua realizzazione con la piena affermazione della liberalizzazione e privatizzazione, l’idea di un governo globale e la fine delle sovranità nazionali con gli Stati solo sulla carta.

Sta qui – ho provato a spiegarlo qualche mese fa con un articolo su queste stesse pagine di Teatro Naturale - il significato del Ceta, il trattato Europa –Canada, che va oltre le finalità di abbattimento delle barriere commerciali, nel momento in cui va a toccare e intaccare le barriere “non commerciali”, cioè quelle riguardanti diritti, valori, principi che le genti di questi due mondi si sono dati con le loro Costituzioni in primo luogo.

Le conseguenze più evidenti e drammatiche di questo processo che trova una sua accelerazione con

l’approvazione dei trattati tra aree che rappresentano fette importanti del mercato globale sono:

1. L’attacco al globo ed alle sue fondamentali risorse, l’agricoltura in primo luogo con la sua meccanizzazione esasperata, che azzera l’uomo coltivatore e rende deserta la campagna, cioè l’espressione della ruralità. Sia là dove queste macchine hanno la possibilità di operare per produrre quantità; sia là dove queste macchine e le stesse innovazioni producono più danni che rimedi per una visione unilaterale del territorio, come se fosse tutto e solo una immensa pianura. Omologazione che non contempla la diversità e, non solo, la qualità

2. La forbice delle disuguaglianze che accentua e apre a nuove povertà, nuovi conflitti, nuove guerre, nuovi disastri, milioni e milioni di uomini, molti dei quali erranti, privati come sono della identità con i loro territori di origine e di appartenenza.

3. La ricerca dei rimedi, quasi sempre peggiori dei mali, nel momento in cui hanno come obiettivo la salvaguardia del sistema, cioè la ricerca del profitto per il profitto

Cosa fare?

Fare i sarti che non si accontentano più di mettere le pezze a un vestito disastrato, consunto, ma che utilizzano le pezze, non importa se di diversa fattura e di diverso colore, per un nuovo vestito che ha i colori dell’arcobaleno, quelli della pace.

Si tratta di cucire, trovando ed utilizzando un filo diverso, che non è quello del profitto per il profitto, ma della cultura che serve alla politica per affermare un vero cambiamento.

La cultura del territorio, il grande tesoro che abbiamo e che ci appartiene con tutte le sue risorse e i suoi valori, in primo luogo la Terra, la terra fertile; l’agricoltura, con i suoi grandi protagonisti; la ruralità, cioè la campagna per un nuovo rapporto con la città. Un nuovo rapporto che è tale solo se tessuto e mantenuto vivo dal dialogo, da un senso vero, non solo di solidarietà ma di reciprocità, il grande valore proprio del mondo contadino

La cultura della sobrietà e della sovranità alimentare per cogliere e mantenere vivo l’obiettivo della sicurezza alimentare in un mondo animato da oltre 7 miliardi di donne e uomini che diventeranno oltre nove miliardi fra poco più di trent’anni

E’ a questo mondo che verrà che bisogna pensare oggi e non domani.

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