Editoriali
Occorre riscoprire il valore del saper fare
Gli effetti della globalizzazione si son visti anche in Italia, l’abbandono di quel poco di olivicoltura italiana che aveva resistito per secoli. Quest’anno abbiamo toccato il fondo, siamo a 200mila tonnellate di olio prodotto, un quarto di quello che gli italiani consumano. La soluzione? Riscoprire l'homo faber. Le riflessioni di Giampaolo Sodano
17 febbraio 2017 | Giampaolo Sodano
Nel corso dell’ultimo decennio abbiamo assistito ad un progressivo mutamento dei mercati come effetto della recessione economica, della globalizzazione, dell’entrata di nuovi paesi emergenti, dello spostamento della ricchezza da ovest verso est. Come effetto dello strapotere del mercato dei soldi sul mercato delle merci. Come effetto della vittoria del potere degli uomini della finanza sul potere dei politici. E con la sconfitta della politica e la morte dei partiti si è aperta un’era in cui nulla è come prima: sette anni di recessione ci hanno messo in ginocchio, ci siamo mangiati tutti i nostri risparmi, le famiglie sono più povere e le imprese fanno fatica, quando ce la fanno, a rimanere aperte.
Ci vorrebbe un radicale cambiamento. Sarebbe urgente cambiare strada. Ma il nostro popolo, stremato dalla crisi, ha scelto la soluzione più idiota, conservare ciò che rimane dei propri privilegi corporativi con una buona dose di antipolitica e gli sberleffi di un comico (meglio un vaffa day che farsi classe dirigente!).

Nel piccolo mondo dell’olio tutto questo ha avuto un solo drammatico effetto: l’abbandono di quel poco di olivicoltura italiana che aveva resistito per secoli. Quest’anno abbiamo toccato il fondo, siamo a 200mila tonnellate di olio prodotto, un quarto di quello che gli italiani consumano. Un disastro che sembra non interessare nessuno. Salvo gli imbottigliatori di casa nostra e gli importatori di olio di semi che fanno festa insieme ai commercianti dei discount.
Che fare? O meglio, cosa bisognerebbe fare (se avessimo un personale politico e di governo degno di questo nome). La crisi non ci ha lasciato solo macerie: si sono affermate nuove realtà imprenditoriali, piccole imprese innovative e aggressive, capaci di intercettare nuovi bisogni e di “produrre all’ombra dei campanili cose belle che piacciono al mondo”, come ha scritto Carlo M. Cipolla. Se questo è vero allora si può ripartire dalle piccole e medie aziende manifatturiere cui dovrebbe fare riscontro, anche ai fini occupazionali, lo sviluppo di una agricoltura di qualità che faccia leva sulla cultura tradizionale dei campi e su una trasformazione dei prodotti agricoli che punti sulla unicità e sulla qualità, a fare da contrappunto alla produzione massificata e priva di specificità dei prodotti dell’industria agroalimentare. E poi aprirci a idee nuove per lo sviluppo: l’impresa artigiana del cibo, il valore del suo prodotto, i “prodotti specialità”, far nascere “mercati specialità”.
In questo contesto alcuni produttori di olio hanno puntato all’obbiettivo dare valore all’olio italiano (quel poco che resta) e quindi ai frantoi artigiani. Aziende il cui prodotto di alta qualità è il risultato di un mix di tecnologie avanzate, moderni sistemi di stoccaggio e professionalità del mastro oleario (ora c’è anche l’albo professionale). Aziende che oggi rappresentano l’unica possibile risposta di successo dell’olivicoltura nazionale al dilagare del prodotto comunitario ed extracomunitario. L’olio estratto dalle olive afferma sui mercati e nei consumi l’identità storica e culturale del nostro popolo (proprio così, caro Grimelli, forse il popolo non lo sa ma l’olio dalle olive è un pezzo della nostra identità).
Ma per difendere questa identità dobbiamo costruire un mercato del cibo sano, buono e nutriente, garantito dalla trasparenza e tracciabilità della filiera produttiva, nel quadro del riconoscimento dei diritti dei consumatori. Ci vorrebbe una alleanza tra agricoltori, artigiani del cibo e consumatori. Ma per raggiungere un simile obbiettivo è necessario ricostruire il potere della Politica. Sarebbe il segnale del cambiamento di un’epoca.
Il nuovo millennio si era aperto con l’illusione di un mercato che, per essere libero, non dovesse avere regole. Purtroppo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle come è andata a finire.
È rimasta davanti a noi l’unica e ultima speranza, l’homo faber.
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Francesco Donadini
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Oggi l'azienda vive solo se ha progetti, un progetto è tale se ha una missione, ma soprattutto una visione: ESSERE UTILE ALL'INTERA SOCIETA'. Farsi gli affari propri come regola di vita, sregola, snatura, fa morire qualsiasi attività, impresa, ente, istituto.