Editoriali

Mi sento offeso dalle bottiglie di olio d'oliva a 3 o 4 euro

La cultura di prodotto non si improvvisa, come ci spiega il Presidente della Fondazione Italiana Sommelier Franco Maria Ricci: "troppo “registrato” nella mente della gente che l'olio e il vino costano 4-5 euro al litro"

01 aprile 2016 | Franco Maria Ricci

Una quarantina di anni fa la Birra presentava se stessa come una bionda in carne e ossa, montando una sete che sarebbe stata placata solo raggiungendo la bionda e... Bevete Peroni, sarò tua Birra.

Il Vino, già qualche anno prima, ha adottato un sistema di comunicazione contrario. Cerca di farsi conoscere e interpretare da intenditori e sommelier o dagli stessi Produttori e nessun altro.

All’epoca l'Olio sugli scaffali stava a mille lire al litro. Si chiamava Bertolli, Santa Sabina e… Poi, il silenzio. Nessuno spiegava quale e come fosse l'olio perché l'olio era L'Olio. Punto e basta.

A distanza di tempo le cose sono cambiate e tanto. Senza raggiungere però quella cultura necessaria da rendere noti all'Italia e al Mondo di essere dei tesori d'Italia unici e grandi.

Il Vino continua a essere insegnato da privati, più o meno bene, l'Olio, grazie ai Produttori di vino che fanno l'Olio, acquisisce un marketing mutuato dal prodotto principe, mentre la birra inizia a parlare di cultura, abbandonando la sete dei caroselli.

Tutto questo non basta per renderci speranzosi nell’emancipazione dei consumatori. È ancora troppo radicata, troppo antica la “non conoscenza” di olio e vino. È troppo “registrato” nella mente della gente che l'olio e il vino costano 4-5 euro al litro.

Come si fa a far comprendere che produrre – parliamo di olio - non su vasta scala ma due o tremila bottiglie, costa molto. Una bottiglia da tre quarti di litro dovrebbe costare come minimo 20 euro.

Allora, quando al supermercato mi capita di vedere bottiglie di olio a 3 o 4, o anche 5 o 6 euro, in qualità di consumatore mi sento offeso. Mi chiedo come sia possibile. E la risposta, secondo me, è proprio l’educazione alimentare dei consumatori, alla maggior parte dei quali della qualità non importa granché.

Ricordo le parole del mio sfortunato amico Lamberto Sposini che nel 2011 scriveva così per Bibenda: “Siamo costretti ad assistere al più grande paradosso della storia della cucina: l’olio extravergine, che è l’elemento più importante, anzi decisivo, nella preparazione di un qualsiasi piatto della cucina italiana, è anche il più bistrattato e sconosciuto. Qualsiasi fagiolo di Vattelappesca, qualsiasi salamino di Nonsodove, qualsiasi farina di Nonsoquale cereale ha più dignità pubblica dell’ultimo olio. Neanche in tv, dove si spignatta H24, cuochi grandi e meno grandi si degnano di dedicare all’olio un minuto, un secondo di più. Solo la frase di rito “...e alla fine un filo d’olio a crudo...”. Un filo d’olio a crudo? Ma quale olio, da dove, con quali profumi? Boh.”

Anche solo da una visita al supermercato si possono trarre molte conclusioni, o fare molte considerazioni. Esempio evidente di ignoranza sul prodotto la sua collocazione: confusione totale. Gli oli sono sistemati né per prezzo né per tipo e nemmeno per marca. Non sono in ordine alfabetico né per zona. Ma, si sa, l’esposizione di un prodotto al supermercato risponde ad altre logiche, che volutamente prendono le distanze dalla possibile ma non auspicata (non sia mai) emancipazione del consumatore.

Ecco così l’ampio spazio dedicato agli oli prodotti miscelando oli comunitari e detto italiano semplicemente perché imbottigliato in Italia. E costano meno, molto meno dell’extravergine italiano.
E comunque nella fascia che va dai 5 ai 7 euro si trova un’ampia scelta. Bisognerebbe saperlo comunicare al consumatore che ha fissato in testa il concetto che l’olio è caro. Ma se se ne contestualizza l’utilizzo ci si potrà facilmente rendere conto che quel che si spende per un olio di qualità, diciamo in un mese, è sicuramente una cifra inferiore, molto inferiore a quella spesa per tre giorni di pastasciutta. Ma come si fa a far individuare la qualità?

Mi piace ricordare il grande Veronelli, il primo sognatore di un futuro di qualità anche per l’olio quando affermava, già venti anni fa, che l’olio avrebbe dovuto seguire la stessa strada del vino nella ricerca della qualità. E come problema individuava la diffusa ignoranza, perché troppo pochi conoscevano l’olio. E ancora di meno quelli che cercano di migliorarne la produzione e la conoscenza.
Già allora Gino Veronelli parlava di terroir per l’olio, di varietà di piante, di impianti per la frangitura sul posto, di raccolte precoci e di oli denocciolati.

Quello era un messaggio, anzi una denuncia di necessità di cultura, di preparazione, di comunicazione precisa, di spiegazione di un prodotto con la stessa dignità, nobiltà, rispettabilità del vino. Veronelli vedeva già più lontano di noi oggi.
Così, mentre il marketing del vino, grazie a produttori attenti e all’operazione culturale svolta dalla Fondazione Italiana Sommelier, è molto avanti nella sua efficacia, per l’olio si deve lavorare ancora parecchio. Ma anche in questo campo la Fondazione Italiana Sommelier è impegnata in prima linea per la diffusione della cultura di questa ulteriore eccellenza del patrimonio produttivo del Paese.

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Raffaele Giannone

05 aprile 2016 ore 12:39

Mi complimento e mi riconosco per quanto ha voluto segnalare F.M. Ricci: ritardo della conoscenza dell'olio d'oliva sul vino, approssimazione e colposa genericità dei maggiori mezzi d'informazione (carrozzoni culinari compresi), burocratese dei sommi esperti che non arriva alla massa dei consumatori, maglie larghe della denominazione extra-vergine di cui si possono fregiare oli e olioidi trattati in laboratorio; incapacità di noi produttori di ambire a nicchie da "champagne" o "amarone" rispetto ai "vini da tavola" della G.D.; e chi più ne ha più ne metta.
Magari sfatando miti come il denocciolato (dove finirebbe quel senso di mandorla...?), del monovarietale (la natura non è monotona!) o del superintensivo (campi di concentramento per olivi cespuglizzati..).
Grazie ancora e buon lavoro.
Raffaele Giannone, olivicoltore e minifrantoiano del Molise.

Ross Tirelli

02 aprile 2016 ore 19:45

Bene e grazie per questo articolo. L'olio nasce, nella civiltà umana, come una medicina prima di tutto, ora, delegato solo ad un condimento è un vero peccato per la perdita di questa cultura. Un condimento ora sempre più contraffatto.

Adele Scirrotta

02 aprile 2016 ore 09:57

e tutto cio perchè l'olio E' un prodotto culturale. bellissimo articolo, dove si respira quell'antico in chiave moderna che purtopo oggi troppo spesso viene a mancare. Adele

Marco Antonucci

02 aprile 2016 ore 09:42

La ringrazio per questa analisi semplice e puntuale dello stato di fatto. È' proprio in questo sfascio che ognuno di noi si impegna per cambiare il modo di pensare dei consumatori: e quello che più dispiace è che all'estero è molto più semplice trasmettere i valori positivi e le persone - forse perchè prive di quel' "imprinting" tutto italiano - sono mediamente più aperte e ricettive. Grazie per il suo intervento. Marco