Editoriali
Un sogno per l'oliveto Italia
15 gennaio 2016 | Alberto Grimelli
Se pensiamo all'olivo dovremmo immaginare la quiete, la pace, l'eternità.
Oggi invece pensiamo soprattutto agli alberi malati, colpiti da Xylella fastidiosa, e alla loro lenta agonia.
L'olio dovrebbe evocare la sacralità, la purezza e la prosperità.
Oggi la nostra memoria invece scava tra inchieste giudiziarie e giornalistiche, scandali e truffe.
Si direbbe che l'Italia olivicolo-olearia ha perso la sua verginità, o, più probabilmente, non l'ha mai avuta. Non si stava meglio quando si stava peggio.
Basta rievocare la storia della legislazione sulla classificazione merceologica degli oli d'oliva nel nostro Paese, con accordi sottobanco e scandalose contiguità con il potere.
Scagli la prima pietra chi è senza peccato.
Olivicoltori, frantoiani e associazioni a falsificare i modelli F per incassare contributi pubblici.
Imbottigliatori e industria olearia a sofisticare l'olio e a giocare sulla promiscuità pubblico-privato con i marchi più noti.
Epoca di opulenza dove si chiudeva un occhio, anche tutti e due se occorreva.
Oggi tutti, a partire dai consumatori, italiani e internazionali, gli occhi li tengono ben aperti entrambi, diffidano, controllano, pretendono.
L'esempio più eclatante è la recente polemica proprio tra due giornali nati per difendere i consumatori: Altroconsumo e IlTest. Il primo, come si evince da un articolo pubblicato sul numero di gennaio, è stato accusato di essere stato eccessivamente “buonista” nel giudizio sugli extra vergini valutati. Alcune tra le marche promosse da Altroconsumo, infatti, sono finite sotto la scure di Guariniello, coinvolto dalla rivista IlTest, che ha aperto un'inchiesta per frode in commercio. Altroconsumo si è allora dovuto difendere, arrampicandosi un po' sugli specchi, affermando che l'olio è deteriorabile e che certi difetti possono emergere per cattiva conservazione. La replica del direttore de IlTest, Riccardo Quintili, è da manuale: “Scivoloni a parte, quello che stupisce è che un’associazione dei consumatori, invece, di raccontare uno scandalo che ha avuto portata internazionale, di chiedere il rispetto della legge ai big del settore (come hanno fatto molte altre associazioni dalla parte del cittadino), preferisca limitarsi al guardare al proprio orticello.”
La guerra all'interno del mondo olivicolo-oleario, fatta di fiammate, ripicche e colpi bassi, non è né positiva né negativa, né proficua né dannosa, né buona né cattiva.
E' semplicemente inutile.
A comandare non sono né gli olivicoltori, né i frantoiani, né gli imbottigliatori né l'industria olearia.
A comandare è il consumatore.
L'attenzione, che si può misurare in share, copie vendute o click, su certi scandali e truffe sta a dimostrare che il consumatore non vuole essere imbrogliato su ciò che mette in tavola. Le lamentele del mondo oleario sul clamore mediatico di certe vicende non sono né giuste né sbagliate, sono inutili. Il consumatore vuole sapere e ha diritto di sapere. La censura, ogni forma possa prendere, non è più ammessa nel Terzo Millennio e in un mercato globalizzato.
Il consumatore vuole poter scegliere con semplicità e chiarezza tra le diverse tipologie di oli d'oliva e tra i differenti oli extra vergini d'oliva senza doversi perdere in mille tecnicismi, sigle e messaggi criptici. Non si può perdere ore, arrovellandosi tra Dop, polifenoli e acidità, per spiegare la differenza tra un olio primo prezzo e un'eccellenza: il primo puzza, il secondo profuma. Non si può pretendere che i consumatori, almeno la stragrande maggioranza, diventino esperti assaggiatori. L'eterna utopia di olivicoltori e frantoiani è destinata a scontrarsi con la frustrazione di veder scegliere un olio in promozione da parte di un consumatore che non comprende la differenza tra l'offerta presente a scaffale.
Un sogno per l'oliveto Italia? Oli extra vergini di oliva a misura di consumatore.
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Accedi o RegistratiGigi Mozzi
18 gennaio 2016 ore 10:55Caro Direttore,
non mi ricordo più chi diceva che “il prodotto lo fa il produttore, il mercato lo fa il consumatore”: non mi ricordo più, ma sono convinto che avesse ragione.
A casa nostra, su entrambe le questioni, prodotto e mercato, non siamo messi proprio bene.
Il “prodotto" olio extravergine non sembra avere una paternità chiara:
ci sono “famiglie” che ne pretendono un’appartenenza allargata, per via del cognome e altre che ne reclamano l’esclusività, per via del nome.
Il “mercato" dell’olio extravergine apre un’altra questione: che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa.
Così come il prodotto è diviso in differenti categorie, anche il mercato si compone di diversi segmenti. Così come è poco utile considerare tutti i prodotti appartenenti alla stessa famiglia, solo perché il cognome sembra lo stesso, è anche poco conveniente pensare che il mercato sia una unica grande torta, e immaginare che i consumatori abbiano le stesse abitudini, i medesimi gusti e rispondano tutti ad uno stesso criterio di scelta.
Se il consumatore di fronte ad una offerta allargata, che comprende prodotti che lubrificano (a meno di 4 € il litro) e prodotti che pretendono di condire (a più di 14 il litro), si orienta verso i primi, significa che è interessato ai primi, oppure non sa che tra i due c’è una certa differenza oppure è convinto che non ci sia nessuna differenza.
I casi di scelta libera sono tre: la scelta consapevole (cerco un lubrificante e non un condimento), la scelta inconsapevole (sono convinto che tutto il mondo è paese, e non so che invece), la scelta distorta (qualcuno ha girato le carte, truccato la bussola, scambiato le bottiglie o le etichette).
In tutti i casi, il consumatore ha diritto di ignorare le eventuali differenze , fino a che qualcuno non è capace di persuaderlo del contrario.
Sembrerebbe difficile mettere assieme e fare combaciare le categorie di prodotto, i segmenti di mercato e i criteri di scelta del consumatore: invece potrebbe essere più facile di quanto si teme.
Pensa Direttore, se il nostro consumatore facesse tutto da solo, con i due straordinari strumenti di analisi sensoriale di cui dispone: l’olfatto e il gusto.
Per capire la differenza tra l’olio che lubrifica e l’olio che condisce, non ci vuole la laurea in scienze della degustazione: basta mettere la punta del naso e la punta della lingua.
Anche perché ci si persuade solo da sé: ed è così che nasce un mercato.
(come vedi, sono le vecchie regole del buon marketing di una volta, che stanno tornando di moda).
Adele Scirrotta
19 gennaio 2016 ore 14:59Buon pomeriggio, purtroppo come è stato sritto all'inizio dell'articolo, prima si pensava ad altro e non al prodotto, questo è il risultato. Il consumatore purtoppo non è mai stato educato, ed ora se pagano le conseguenze, e se esiste sul mercato un certo prodotto è perchè vi è il consumtore. Ma per fortuna e sottolineo per fortuna, il consumatore ora ama sperimentare e dunque si orienta verso quella che è la qualità, ha la curiosità di scoprire i cultivar e i suoi retrogusti, dunque perchè non seguirlonel rispetto delle regole della coscienza? il consumatore è come un bambino non va lasiato a se stesso