Editoriali
Territori rurali e identità europea. Un compromesso è possibile?
23 maggio 2014 | Rossano Pazzagli
L’idea di Europa ha una lunga storia, ma è solo a partire dagli anni ’50 del ‘900 che prende forma il progetto politico dell’unità europea, prima con il Mercato Unico, poi con la Comunità Europea, infine con l’Unione Europea. In questi 60 anni si sono dunque confrontati tre livelli principali di identità: quello locale, quello nazionale e, appunto, quello europeo, passando gradualmente dalla concezione di un’Europa degli Stati a quella di un’Europa delle regioni.
Ora l’appuntamento con le elezioni europee ci pone di fronte a molte riflessioni. Gli euroscettici stanno aumentando e perfino la lunga tradizione europeista italiana, che affonda le sue radici ben prima della creazione dello stato nazionale, e che trova il suo moderno punto rifondativo nel Manifesto di Ventotene per un Europa libera e unita scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, appare oggi insidiata. Il fallimento di una costituzione europea, la discutibile riuscita dell’euro, la finanziarizzazione dell’economia, la crisi globale, la germanizzazione delle politiche, hanno scoraggiato l’idea di Europa nella testa degli italiani. Da questa constatazione occorre ripartire, non per alimentare un antieuropeismo distruttivo, ma per contribuire all’idea di un’altra Europa, all’Europa dei popoli (non delle nazioni), dei valori di uguaglianza, giustizia e libertà d cui il vecchio continente è stato la culla principale con l’illuminismo e la Rivoluzione francese, all’Europa dei territori, cioè delle regioni e dei comuni, delle città e delle campagne, del lavoro e dei prodotti.
È con riferimento a questi livelli di base che possiamo sviluppare il discorso sulle identità, sulla possibilità effettiva di conciliare la moltitudine delle identità locali con il processo di costruzione dell’identità europea. Perché l’identità è un processo continuo, non un dato scolpito sulla pietra, fisso e immutabile. L’identità è ciò che siamo stati, ma anche ciò che vogliamo essere.
L’Europa dei territori e dei prodotti, il rapporto tra locale e globale sono due questioni essenziali, purtroppo sostanzialmente assenti - almeno in Italia – dalla campagna elettorale appena conclusa. La globalizzazione, l’accezione neoliberista della globalizzazione, ha teso ad omogeneizzare tutto, a superare il welfare, a cancellare le differenze, a burocratizzare la società, a marginalizzare le realtà locali, a mettere in competizione i territori, ad accrescere le differenze tra nord e sud. Invece questo dovrebbe essere il tempo delle specificità, della valorizzazione dei caratteri peculiari delle regioni europee, dell’integrazione e della solidarietà tra territori, di un recupero della dimensione mediterranea dell’Europa, di un vero riconoscimento (non assistenziale) del valore delle zone rurali.
Le aree rurali sono un elemento essenziale della geografia e dell'identità dell'Europa: quasi il 60 per cento della popolazione dei 28 Stati membri dell'UE vive in zone rurali e queste ultime rappresentano più del 90% del territorio. L'agricoltura e la silvicoltura rimangono le forme prevalenti di utilizzazione del suolo e di gestione delle risorse naturali negli spazi aperti. Il territorio rurale si configura quindi come uno straordinario documento di lettura del processo storico e come il maggiore contenitore di ricchezze materiali e immateriali, dal paesaggio alla biodiversità, dal cibo alle tradizioni. In questa prospettiva deve essere inquadrata una effettiva rivalutazione delle campagne dell’Europa meridionale, di quella che può essere chiamata l’Europa dell’olio, associata ma distinta dall’Europa del burro.
Già nel 1949 lo storico Fernand Braudel scriveva che il Mediterraneo è “una pianura liquida circondata dalla vite, dall’olivo e dai fichi”, un mondo plurale nel quale la varietà dei prodotti e dei paesaggi rende impossibile ridurre tutto ad unicum: “Mille cose insieme. Non un unico paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una moltitudine di civiltà accostate le une sulle altre. Il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, scompigliando e arricchendo la sua storia. Anche la vigna e il vino sono elementi centrali del patrimonio culturale europeo. Assieme all’olivo, infatti, la vitis vinifera appartiene ai paesaggi che contornano il bacino mediterraneo, culla della civiltà del continente.
I Greci, iniziatori della viticoltura in Europa, trasmisero le esperienze di domesticazione della vite di Sumeri, Babilonesi, Assiri, Egiziani, Ebrei e Fenici; i Romani la diffusero verso le regioni mediterranee dell’Italia, della Francia e della Spagna, ma anche fino alle rive dell’Atlantico e in varie zone dell’Europa centrale.
Nell’Unione Europea circa la metà della superficie è adibita all'agricoltura. Ciò è sufficiente a dimostrare l'importanza che l'attività agricola riveste per l’identità e l’ambiente dell'Europa, dove l'interazione fra agricoltura e natura è profonda e scaturisce da un lunghissimo processo di trasformazione che possiamo schematizzare in alcune grandi fasi: quella della cosiddetta “rivoluzione neolitica” (circa 10.000 anni fa) a cui si fa risalire la nascita dell’agricoltura, con le prime forme di domesticazione di piante e animali e la sostituzione della coltivazione dei campi alle attività di caccia e raccolta; quella antica, caratterizzata soprattutto dal dispiegarsi della centuriazione romana che assume un ruolo fondativo del territorio; quella medievale, intorno all’anno Mille, in cui si assiste ad una trasformazione del sistema dei campi (openfield, bocages, ecc.), all’espansione delle tecniche agricole (aratro, rotazione triennale, ecc.) e a un rafforzamento dell’insediamento urbano in villaggi e città; una terza fase di rilievo è rappresentata dai processi di “rivoluzione agraria” dei secoli XVII e XVIII secolo, con il passaggio ad una agricoltura più commerciale, la privatizzazione della terra, il superamento del maggese, l’integrazione con l’allevamento e l’introduzione di nuovi attrezzi; infine il periodo degli ultimi due secoli (XIX e XX), caratterizzato da un intenso processo di industrializzazione agricola in cui spiccano gli aspetti della meccanizzazione, della chimica e della genetica, della separazione tra coltivazione e allevamento.
Queste trasformazioni hanno inciso molto sul paesaggio e sull’assetto urbanistico delle campagne europee. Esse sono anche il segno di un continuo e mai esaurito processo di costruzione dell’identità europea. L’agricoltura ha una funzione insostituibile e di carattere generale – nutrire l’umanità – ma essa è sempre, nel suo svolgersi, un fatto locale, un’attività legata alla terra e al territorio, a un luogo. Bisogna tornare all’Europa dei luoghi (locale non localismo), se non si vuole incorrere nel rischio di una perdita irreversibile dell’idea di Europa maturata nei secoli e della tradizione europeista italiana. Occorre individuare la centralità dei territori e il rilancio del locale (da non confondersi con il localismo) come la via moderna per combattere la crisi globale e il degrado della politica, che progressivamente si è allontanata dai cittadini e dai territori. La salvaguardia dei Comuni come istituzione di base dell’Europa, come livello di governo più vicino ai cittadini e come presidio di democrazia e di senso civico rappresenta un punto fermo di cui tutte le politiche nazionali e regionali dovrebbero fare tesoro. Senza i luoghi non ci sarebbero le regioni, gli stati, l’Europa.
Un paese ci vuole – scriveva Cesare Pavese, coetaneo di Altiero Spinelli – non per rinchiudersi in esso, ma per non essere soli. L’Europa di oggi ci fa sentire più soli, mentre l’altra Europa – quella delle genti e dei territori - potrebbe essere in grado di coniugare le radici di ognuno con un senso di appartenenza comune.
Solo così identità locale e identità europea potrebbero convivere in modo fruttuoso.
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