Editoriali
L’olivicoltura italiana muore mentre si gioca allo scaricabarile
Le frodi esistono ma i controlli ci sono. L’extravergine non si vende, figuriamoci l’olio italiano. Il calo dei prezzi è tutta colpa dell’aumento dell’offerta internazionale. E mentre gli imbottigliatori si autoaccusano di vendere olio spagnolo per italiano la barca affonda. Il teatrino del tavolo di filiera
05 giugno 2026 | 12:00 | Alberto Grimelli
Non mi attendevo che il tavolo di filiera, convocato dal sottosegretario La Pietra il 28 maggio scorso, desse risposte, ma almeno speravo si evitasse il solito teatrino.
Invece no, ad eccezione del solito colpo di scena che effettivamente in ogni piece teatrale non può mai mancare.
Nel corso dell’incontro un noto imbottigliatore ha rotto la noia che serpeggiava dichiarando che dentro le bottiglie di olio italiano c’è tanto extravergine spagnolo. Forse voleva dire tunisino, visto che le triangolazioni sull’origine partono tutte da Spagna e Portogallo, ma tant’è. Finchè è il mondo della produzione a fare simili uscite si rientra nell’ordinario ma un imbottigliatore? Poi un imbottigliatore leader del mercato nazionale?
Ovviamente il primo pensiero di tutti è stato: è un’accusa o un’autoaccusa? Un pensiero che potrebbe aver sfiorato anche il sottosegretario La Pietra che, come tutti gli intervenuti, ha chiesto denunce circostanziate, per poter far intervenire adeguatamente gli organi di controllo.
E a proposito di controlli… si fanno in Italia, inutile lamentarsi. L’Italia è leader nella trasparenza, anche grazie al registro Sian. E’ tutto extravergine quello che c’è a scaffale? Assolutamente no, ma oggi può essere utilizzato solo il panel test, strumento depotenziato di fronte a una magistratura che l’ha innalzato a prova regina e buttato nel fango con tale frequenza da far perdere la bussola anche al più attento osservatore.
E sul fronte del mercato le cisterne sono piene semplicemente perché l’extravergine non si vende più a scaffale, neanche il comunitario che fa segnare continui cali dopo la ripresa del 2025. Figuriamoci quindi l’italiano che costa ben di più in un contesto socio-economico che vede le famiglie italiane con sempre meno soldi in tasca.
Ovvio che i prezzi di riducano in tale clima, con l’influenza poi di uno scenario internazionale che ha visto una buona produzione, soprattutto in Tunisia e Marocco, e quotazioni all’ingrosso che sono andate diminuendo sulle principali piazze mondiali. Aspettarsi un calo dei prezzi dell’olio italiano, anche considerato un buon livello produttivo, era quindi normale. Si tratterebbe, sostanzialmente, di un semplice riallineamento del mercato.
Insomma, non c’è nulla di cui lagnarsi: 6 euro/kg è una quotazione superiore a quella di qualche anno fa, le cisterne non si svuotano solo per un calo generalizzato dei consumi, le frodi ci sono ma è tutto fisiologico e ordinario.
Insomma nessun allarme, tanto è solo l’olivicoltura italiana a morire.
La salverà qualche spot sull’olio di oliva italiano, targato Ismea, che passerà in televisione da settembre?
O qualche misura per calmierare gli oneri finanziari per frantoi e cooperative?
O “anticipare” l’avvio del Piano Olivicolo Nazionale?
Mentre la barca affonda si pretende si svuotarla con un secchiello, o forse un semplice cucchiaino. Pie illusioni che si scontreranno con la dura realtà, alla riapertura dei frantoi.
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