Editoriali
Costruttori di un mondo nuovo
07 gennaio 2012 | Luigi Caricato
Dobbiamo davvero preoccuparci? Dobbiamo preoccuparci del futuro più di quanto sia necessario? Io credo proprio di no. Il momento non è tra i migliori, certo, non possiamo negarlo, ma ricordiamoci sempre che stiamo vivendo una vita, che è la nostra, e non possiamo restare passivi di fronte a un momento storico pur nefasto e poco promettente come quello attuale. Occorre reagire.
Piangersi addosso non sta bene, occorre cambiare atteggiamento e superare a testa alta la fase di pessimismo dilagante che sta attraversando le coscienze, scuotendole fino a obnubilare la mente di molti che si pensavano solo in apparenza più strutturati e capaci di affrontare la crisi con il dovuto coraggio, ma non sono stati in realtà capaci di resistere allo stato di crisi. La condizione di remissività non aiuta, serve uno scatto d’orgoglio, ma soprattutto una visione etica del lavoro, un senso di giustizia e di equità.
Ho ascoltato con molta attenzione il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, così pure quello di inizio 2012 del pontefice Benedetto XVI. Entrambe le autorità morali a noi più vicine, hanno formulato un corale invito a essere parte attiva della società in cui viviamo, e a far la propria parte senza riserve con uno spirito di condivisione e unità, e di giustizia verso i più deboli. Non si può restare solo spettatori. Ci vuole tenacia e fermezza, e tanta condivisione. Proprio ciò che manca.
Finchè la situazione economica generale andava bene non emergevano criticità comportamentali in maniera così eclatante come accade oggi, ma ora che la crisi mette in ginocchio tante strutture fondate spesso su laute elargizioni pubbliche, e non su risorse proprie, tutti i nodi vengono al pettine. Il tessuto su cui si reggevano alcune strutture ora tendono a sfilacciarsi, e chi ha ruoli di responsabilità spesso non da’ dimostrazione di essere all’altezza dell’incarico ricoperto. Sono i danni causati da nomine politiche: la persona sbagliata nel posto sbagliato, e così accade di tutto. Fino all’inverosimile.
Sul quotidiano “la Repubblica” la pseudo inchiesta “Il business dei furbetti dell’olio”, apparsa lo scorso 23 dicembre, lascia sgomenti. “Inchiesta italiana” compare scritto in evidenza. Io preciserei meglio: “commedia all’italiana”. Sì, perché di una vera e propria commedia si tratta. Lasciando perdere il giornalista che firma il servizio, perché è solo un nome tra i tanti tra coloro che vogliono emergere e farsi notare, è sufficiente soffermarsi sui virgolettati per rendersi conto in quali mani siamo finiti, su quale classe dirigente abbiamo affidato le sorti del nostro Paese.
Non essendoci per nostra fortuna uno scandalo dirompente come quello del 1986, e che ha riguardato come ben sapete il terribile caso vino al metanolo, si è cercato di crearne uno preventivo, ad hoc, con l’evidente intenzione di determinare uno scossone devastante.
Qual è stata la logica che ha mosso alcuni signori ad agire in tal senso? La voglia di rivalsa, il non accettare la propria incapacità a produrre risultati utili. E così la via più breve per creare problemi alla controparte è gettare fango su tutto e su tutti, indistintamente, senza mai pensare, in tutto ciò, alla cura del bene comune e alle conseguenze che atti così inqualificabili e indegni possono comportare. Poco importa a costoro del bene del Paese e dell’economia su cui il Paese si regge.
E’ una logica perversa che tuttavia è diventata la logica corrente in ogni ambito operativo. Una logica distruttiva che abbiamo visto rappresentata in maniera spettacolare ed eclatante nel mondo della politica, dove l’obiettivo di certa umanità deviata è stato sempre di denigrare la controparte semplicemnte perché controparte, senza perciò mai aver cura di edificare una casa comune condivisa da tutti. E’ il trionfo dell’egosimo, un egoismo malato che porta a distruggre ciò che l’altro ha costruito o intende costruire nel frattempo.
Questa logica perversa sta contagiando tutto il Paese e di conseguenza non contano più le spinte idealistiche, ma si guarda solo al profitto personale o al profitto del proprio gruppo di appartenenza. E ciò che più devastante, in tutta questa logica perversa, è il fatto che l’atteggiamento ostativo verso chi ha a cuore la vera ricostruzione del Paese, e dei suoi vari ambiti operativi, venga di fatto bloccata per uno sfacciato egoismo primitivo e tribale, non consentendo più, in tal modo, di giungere all’attesa svolta nell’intento di risollevarsi.
In tutto ciò l’agricoltura, settore volutamente posto ai margini per decisione della nostra sciagurata classe politica che ci affonda da decenni, pagherà il conto più salato, e non so dove andremo a finire, finché non si lascerà spazio operativo a quelli che evangelicamente possiamo definire “costruttori di un mondo nuovo”. Chiudo con l’augurio di un 2012 meno angoscioso e più propositivo. Tocca a noi cambiare come persone, il resto verrà da sé.
Teatro Naturale quest’anno entra nel decimo anno di pubblicazione. E’ stata finora una voce nuova e alternativa, in grado di dare una dura sferzata agli egoismi feroci che attraversano le logiche del potere. Non si può continuare ad andare come finora è avvenuto là dove l’onda porta, alle volte è necessario andare controcorrente e avare il coraggio di osare. Una strada per ripartire c’è. L’ha delineata in maniera egregia uno tra gli intellettuali più lucidi che l’Italia abbia in materia di agricoltura, Alfonso Pascale. Rileggete e meditate il suo editoriale, “Non sarà né breve né facile”, pubblicato lo scorso 3 dicembre. Dobbiamo ripartire dalle sue riflessioni, se vogliamo diventare bravi costruttori di un mondo nuovo. Altre strade non ne vedo.

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