Editoriali

E’ solo una parola, ma mette gran paura

17 settembre 2011 | Luigi Caricato

E’ una parola di sette lettere – c u l t u r a – ma a pronunciarla non sempre si ottiene la giusta considerazione. Di solito coloro che si lasciano sfuggire tale parola vengono guardati con sospetto e con un po’ di malcelato fastidio; e così capita il più delle volte di imbattersi in persone che considerandosi con i piedi ben saldi per terra trovino inopportuni certi inviti a investire in cultura, ritenendola una scelta infruttuosa e perfino controproducente.

Non è un caso che in tutte le situazioni di stretta necessità ed emergenza, come il momento attuale di così grave e perdurante crisi economica, la prima voce a essere puntualmente sacrificata sia propria quella attinente la sfera culturale. La cultura non da’ pane, si dice in alcuni casi, e così a essere privilegiate sono sempre le altre voci, illudendosi con ciò di optare per la soluzione più giusta per la collettività, ma di fatto ignorando ch’è soprattutto attraverso la cultura che è possibile salvare per davvero il mondo, risollevandolo dai suoi smaccati egosimi e dalle instabili economie.

Di solito prevale l’idea che la cultura non serva a nulla perché rappresenta un costo senza risultati immediati e certi. Il problema di fondo, purtroppo, risiede tutto nella perdita del senso primigenio della stessa parola cultura. Cultura sta infatti per coltivare, ma nessuno se ne rende più conto. Le parole ora sono soltanto un puro suono, giacché il significato profondo lo si è smarrito. Ci vuole la saggezza dell’agricoltore per capire che cultura significa in particolare pazientare, attendere con cura. Si semina, ma occorre attendere. Non si raccolgono i frutti subito..

Oggi, stregati dalla velocità e dal tutto e subito, ci illudiamo che l’economia possa essere l’unico linguaggio possibile. Si dimentica invece che non può esserci vera economia se non vi è dietro una solida base culturale sulla quale fare perno. Chiedere più spazio per la cultura significa anche non smettere di interrogarsi e trovare il coraggio di scavare dentro di noi, senza nascondere nulla di tutte le ombre che vi troviamo. Forse proprio per questo – chissà – si evita di fare cultura e di viverla in prima persona. Si teme evidentemente di trovare quel senso opprimente di vuoto che urla e scalpita perché vuole essere ad ogni costo riempito. E’ tutto un problema di contenuti, in fondo. Molti però preferiscono rimanere contenitori senza contenuto, così che la coscienza si possa muovere più leggera e tranquilla, senza patemi d’animo.

E’ solo una parola, ma fa tanto paura:  c u l t u r a.

 

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EMILIO FRANCIOSO

13 novembre 2011 ore 00:43

Indubbiamente sante parole, ma c'è un "ma" di fondo. Soltanto chi non è colto non riconosce alla cultura l'effettivo valore. Di conseguenza chi non si impegna a "coltivare il sapere" (questa è la versione che preferisco del significato di "cultura") non ha le virtù per governare,come già sostenevano nella Grecia antica. Il sillogismo è presto fatto: a chi non è colto o non ama la cultura (o entrambe le cose) deve essere impedito il governo di un popolo. Ecco spiegato il mio "ma"...
Aggiungo che l'esperienza insegna: dove si è investito in formazione e in "contenuto" si è cresciuti economicamente oltre che culturalmente. Non è possibile diversamente. Nessuno scordi che l'economia ha fatto svolte epocali soltanto grazie al contributo di grandi pensatori "colti" che hanno saputo applicare il loro pensiero. E nessuna attività professionale o mestiere può continuare ad esistere senza "cultura", verrebbe superata da una nuova creatività generata dalla "cultura". E poi, che cos'è il genio se non una meravigliosa combinazione di intuito, creatività e cultura?
Un problema c'è e sta nel fatto che la cultura nel nostro tempo presuppone una crescita allargata della base culturale e ciò urta il gradimento di chi ha bisogno di un popolo debole culturalmente per potergli vendere qualsiasi cosa... Ma non illudiamoci, sempre la storia ci insegna che la cultura può essere riservata ad una oligarchia, non è un caso che alla base della piramide stia il "volgo". E chi fa parte del volgo, sia apprezzato dal comunismo o disprezzato dagli oligarchi, sempre del volgo rimane.

Fabrizio Penna

19 settembre 2011 ore 17:07

Caro Direttore, il tuo editoriale è davvero inappuntabile e totalmente condivisibile. Mi permetto però un ulteriore pensiero: il mondo odierno in realtà non è che non semini, il problema è cosa semina... La zizzania sta soffocando il buon seme, che pure non manca. Ma non bisogna perdersi d'animo, anzi occorre proprio oggi essere ancora più fedeli ai valori etici e culturali, perchè, come ci insegna il Maestro, se avremo fede anche solo come un granello di senape avremo il potere di sradicare gli alberi (leggasi le malepiante) e di spostare le montagne (leggasi le imprese apparentemente impossibili).
Vogliamo credergli?