Editoriali

Testa d'ariete

18 giugno 2011 | Luigi Caricato

Testa d’ariete. Ho in mente questa bella immagine, combattiva e poderosa, quando penso tutte le volte a Teatro Naturale. A ogni complimento ricevuto per il lavoro svolto sin dal 2003 – attraverso l'impegno settimanale di Teatro Naturale, e poi, a partire dal 2009, anche attraverso il mensile Teatro Naturale International – penso immediatamente a quanto siamo stati dirompenti sin dal titolo.

Un titolo spiazzante, in effetti. Certamente fuori dall’ordinario e inconsueto per una rivista che si occupa espressamente di agricoltura, oltre che di alimentazione e ambiente.

Per chi non lo sapesse, il nome Teatro Naturale è stato scelto proprio con la dichiarata intenzione di rendere omaggio a Giampiero Neri, autore, nel 1997, dell’omonimo libro edito da Mondadori. Si tratta di un poeta e di una persona che stimiamo moltissimo: un maestro.

Così, giorno dopo giorno, mi rendo sempre più conto che l’idea originaria era propria giusta. La necessità di fondare Teatro Naturale mi sembrava un passo doveroso da compiere ed è stato compiuto, sempre con la schiena dritta, con il lucido orgoglio di chi sa che dietro c’è un progetto, un’ambizione davvero grande. E oggi, raccogliendo i consensi di cui comunque eravamo certi, esprimo tutto l’orgoglio di chi si appresta al traguardo dei dieci anni di Teatro Naturale con uno spirito di grande soddisfazione.

La considerazione di cui godiamo in giro è palpabile. Anche in ambienti esterni al mondo dell’agroalimentare, e questo mi rende festoso. Ne ho avuto riprova venerdi 17 giugno partecipando a un convegno dedicato alla figura e all'opera di Giuseppe Pontiggia. L’incontro si è svolto in mattinata presso l'Università degli Studi di Milano, per proseguire nel pomeriggio nelle sale dello Spazio Forma, sempre a Milano. E’ stato un appuntamento importante, organizzato per celebrare la memoria di Pontiggia, altro grande maestro del nostro tempo, a otto anni dalla sua prematura scomparsa. Pontiggia per me è stato un solido punto di riferimento. Anche al di fuori dei temi strettamente letterari, di cui pure mi occupo. E’ stato sempre grande il mio stupore quando, intervistandolo su un altro tema a me molto caro, l’olio, mi rispondeva in maniera saggia, come era d’altra parte prevedibile, ma anche competente, dimostrando maggiore lucidità e preparazione rispetto a coloro che anni fa si occupavano a vario titolo di olio. Bastava la cultura per dare contenuti forti e solidi alle risposte. Che grande lezione di vita, a pensarci.

Nel corso della giornata milanese dedicata al grande scrittore lombardo, il professor Gino Ruozzi, italianista all’Università di Bologna, ha avuto modo di citare un lavoro su Pontiggia apparso alcuni anni fa proprio su Teatro Naturale. Debbo confessare che ho ascoltato con la giusta dose d’orgoglio la presenza del nostro settimanale tra le grandi testate giornalistiche che si sono occupate della figura del grande narratore e saggista. Ecco allora la ragione del titolo per questo editoriale: testa d’ariete.

Io ho concepito Teatro Naturale proprio come una testa d’ariete, in grado di aprire un varco per accedere alle invalicabili porte che da decenni impediscono all’agricoltura di avere una propria voce e rappresentanza nella società e nell’economia. Ho avuto tante occasioni per spiegare le ragioni di questo stato di sudditanza, l’ultima delle quali l’ho espressa in un mio recente editoriale dall’emblematico titolo “I senza voce”. La responsabilità – l’ho scritto e lo ribadisco ancora una volta – è interna al mondo agricolo, ed è dentro di noi che dobbiamo cercare le risposte alla nostra condizione di marginalità.

Con Teatro Naturale ho varcato quella soglia che nessuno osava oltrepassare, per negligenza, ignoranza o viltà, avvicinandomi così al mondo della cultura in senso stretto, perché, come ben sappiamo, l’agricoltura, quella autentica, non quella dei burocrati mangiacarte, non può assolutamente prescindere dalla cultura. Infatti: ora, a distanza di quasi dieci anni dalla fondazione del giornale, tutto viene accettato come “normalità” e “consuetudine” – il nostro modo di essere, di leggere e interpretare la realtà – ma un tempo, ve lo confesso, non è stato così semplice e ovvio: c’erano, negli anni scorsi, perfino alcuni docenti universitari che ci scrivevano lettere allarmate, in cui ci chiedevano, scandalizzati, il senso di certi nostri articoli extra-agricoli, di pura cultura, ritenuti fuori luogo per una rivista incentrata su temi quali l’agricoltura e l’alimentazione. Oggi è diverso, hanno capito il senso del nostro approccio e ci seguono con interesse anche sui temi extra-agricoli. E’ una piccola conquista di civiltà.

La testa d’ariete sfonda gli accessi chiusi e noi vogliamo continuare con tale spirito, aprendoci verso spazi un tempo preclusi al mondo agricolo. C’è tanta voglia di ripensare e rimodulare l’agricoltura. Noi non intendiamo rinunciare a un ruolo di primo piano nell’ambito della società e dell’economia. Noi ci siamo. Ci siamo sempre, e per sempre vigili.

 

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