Editoriali

Unesco, dieta mediterranea, made in Italy

06 novembre 2010 | Elia Fiorillo



I comunicati stampa di giubilo si sono sprecati in merito alla possibilità che l'Unesco, Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, riconosca la “Dieta Mediterranea” come patrimonio immateriale dell'umanità. Certo, una cosa che non può che fare piacere, ma che deve subito attivare una riflessione.

In primo luogo, anche per motivi scaramantici, è meglio non cantar vittoria prima di aver portato a casa la partita vinta: siamo ancora nella fase del parere favorevole espresso dal Comitato tecnico dell'Unesco. A Nairobi, in Kenia, dal 14 al 19 novembre prossimi il Comitato esecutivo della Convenzione sul Patrimonio Mondiale Immateriale dell'Umanità dovrebbe ratificare il tutto.

In secondo luogo, vale la pena riflettere su chi si potrà avvantaggiare di tale riconoscimento. Sicuramente le persone che adotteranno la salutistica dieta. Ma c'è poi il resto, i paesi produttori delle derrate – frutta, verdura, pasta, vino e olio d'oliva - che compongono questo particolare regime alimentare. Dai comunicati stampa pare che “Dieta Mediterranea” e“Made in Italy” siano un tutt'uno. La stessa cosa, insomma. E, quindi, i prodotti italiani, a partire dall'olio extravergine di qualità, dovrebbero risultare glorificati come giustamente si meritano. Leggi aumento degli acquisti e soprattutto prezzi migliori anche all'origine. Le cose non stanno proprio così.

Chi ha presentato - e non per la prima volta – all'Unesco la richiesta di riconoscimento della “Dieta Mediterranea”, come patrimonio immateriale dell'umanità, sono quattro paesi mediterranei: Italia, Spagna, Grecia e Marocco. Hanno sicuramente fatto un'ottima cosa per il benessere dell'umanità tutta. Ma proveranno anche da questa operazione a trarre vantaggi mercantili per i loro prodotti, com'è giusto che sia. Soffermiamoci per un attimo sull'olio d'oliva. Italia, Spagna, Grecia e Marocco sono tutte nazioni produttrici di olio di oliva. E tutte, c'è da giurarci, tenteranno di sfruttare il riconoscimento dell'Unesco in termini di business.

Più degli altri paesi l'Italia potrebbe avvantaggiarsene. In primo luogo perché proprio in Italia, dallo studio dei comportamenti alimentari del Sud, e del Cilento in particolare, il prof. Ancel Keis scoprì i benefici di un'alimentazione che verrà poi definita “Dieta Mediterranea”. Ma anche perché, ad esempio, in fatto d'olio - ma non solo -, l'Italia ha ancora una bella immagine nel mondo. Lo constati quando organizzi iniziative di promozione all'estero. La gente ama i prodotti alimentari italiani, la nostra qualità. E se avessimo bisogno di una prova provata per confermare il nostro assunto, questa ci viene dalle imitazioni che i nostri prodotti subiscono. Nel campo dell'olio d'oliva, nonostante tutto, la nostra immagine regge ancora. Nonostante che non siamo riusciti a mantenere in Italia marchi storici trasmigrati in Spagna.Nonostante la frammentazione del mondo dell'associazionismo. Nonostante che non siamo riusciti ancora ad individuare un percorso di razionalizzazione e sviluppo della nostra olivicoltura. Mentre in Spagna i numeri della produzione toccano vette alte, in Italia scemano sempre più. Sia perché l'effetto demotivante del “premio unico” comunitario, senza richieste di contropartite, non incentiva; sia soprattutto perché non abbiamo le idee chiare su quali possono essere i nostri mercati di riferimento. Ma anche perché la mancata razionalizzazione degli impianti ha costi di produzione, rapportati ovviamente alla qualità, troppo alti. Insomma, al di là di velleitarismi demagogici verbali non riusciamo proprio ad andare. Certo, per fortuna le eccezioni ci sono, ma sono eccezioni che confermano purtroppo la regola.

Che senso ha puntare solo ai mercati localistici quando c'è la possibilità d'invadere il mondo? Ma le “invasioni non barbariche”, civili vanno fatte con progetti unitari: industria, agricoltura, commercio, insieme appassionatamente. L'autosufficienza non basta e non serve. Se vuoi nuotare a mare aperto e non nella piscina di casa tua ti devi attrezzare. Certo, ci dobbiamo ben capire tra noi. Dobbiamo uscire dai nostri ghetti sub-culturali pensando che è la squadra in toto che può vincere, non il singolo. E la squadra non può che chiamarsi in un unico modo: Nazionale Italiana.

Questa dell'Unesco potrebbe essere una buona occasione, al di là dei comunicati stampa autoesaltanti e giubilanti, di fare il punto della situazione per darsi nel comparto dell'olio di oliva un progetto unitario realistico e immediatamente operativo, sia pur per step, non un libro dei sogni. Il ministro Galan, che del sano pragmatismo ha fatto il suo credo politico, si attivi da subito.

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