Anno 15 | 18 Ottobre 2017 | redazione@teatronaturale.it ACCEDI | REGISTRATI

Il terribile prezzo della globalizzazione: la perdita della ruralità

La globalizzazione sta consumando il globo. Non solo le risorse, pur indispensabili, ma soprattutto i nostri sogni, le nostre speranze, il domani. La globalizzazione rischia di portarci via quanto abbiamo di più prezioso: ambiente, salute e lavoro. Tutto, compreso i pilastri fondanti delle nostre società. Le riflessioni di Pasquale Di Lena

La globalizzazione consuma ogni giorno superfici enormi di terreno, nella gran parte fertile; risorse e valori come il cibo, la biodiversità, la cultura e le tradizioni di una comunità, la storia, la sovranità alimentare, la libertà e la pace, spazi di partecipazione e di democrazia, paesaggi e ambiente, il lavoro, l’identità di ognuno. Consuma il globo che ci ospita e, con il globo, i nostri sogni, le nostre speranze, il domani. Consuma e procede frenetica, senza un attimo di tregua, alla ricerca di una sua piena realizzazione, possibile solo se vengono rimossi i tanti ostacoli che ancora frenano e bloccano i processi di liberalizzazione e privatizzazione di ogni bene.

I trattati Ceta e Ttip - per lungo tempo secretati - una volta scoperti hanno mostrato che servono per accelerare questi processi a scapito di regole e principi importanti che, l’Unione Europea e i Paesi che ne fanno parte, si sono dati con le Carte costituzionali scritte dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Trattati che negano il principio della trasparenza e della partecipazione democratica; non garantiscono le regole e i diritti, in particolare quelli riguardanti l’ambiente, il lavoro, la salute. Serviranno, una volta acquisita la piena liberalizzazione e privatizzazione, ad aggredire ancor di più il territorio, con tutte le sue risorse e i suoi valori. Rappresentano un attacco a fondo alla sovranità nazionale, nel momento in cui tali accordi su commercio e investimenti tra l’Europa e il Canada e l’Europa e gli Stati Uniti, servono per salvaguardare solo gli interessi degli investitori e dei privati, con il pubblico che deve sottostare alle decisioni e rivendicazioni di questi soggetti.

Non è un caso che questi accordi sono andati avanti per anni in tutta segretezza e, poi, solo alla vigilia della loro approvazione da parte del Parlamento europeo, venuti allo scoperto e messi in circolazione, tant’è che la stragrande maggioranza dei parlamentari non sapevano neanche di cosa si trattasse.

Le lobby si sono trovate di fronte un lavoro straordinario da fare per convincere questi parlamentari e gli organi d’informazione che si trattava di abbattere definitivamente le barriere tariffarie, una necessità per facilitare gli scambi commerciali e rilanciare l’economia uscita a pezzi dopo la grande crisi scoppiata nel 2008.

La verità è che non sono le barriere tariffarie il problema da risolvere per i due trattati, visto che ne sono rimaste ben poche, e, comunque, non difficili da rimuovere, se, da parte del Paese che mantiene ancora queste tariffe, c’è la volontà di eliminarle.

Se prendiamo in considerazione il CETA, il trattato approvato all’inizio di febbraio di quest’anno e già operativo, si parla - se tutto procede per il meglio nei prossimi dieci anni - di un aumento del Pil pari allo 0,3%, che è davvero poca cosa.

Si parla anche di un aumento delle importazioni delle materie prime da parte dell’Europa, quali il grano e la carne, e, visto che è stato raggiunto l’accordo, solo i parlamenti nazionali possono annullare. Due prodotti, il grano e la pasta, fortemente inquinati di un potente veleno, qual è il glifosate, e di antibiotici, che bisogna accettare così come sono. Tutto per le immense distese di campi di grano e le grandi stalle con migliaia d capi di bestiame gonfiati, in quel grande Paese che è il Canada. Tutto contro la nostra cerealicoltura e la nostra zootecnia e, ancor più, tutto contro la nostra salute.

Il vero problema sta nelle barriere non tariffarie, rappresentate da quei principi e da quelle regole che ho poco sopra riportato, fino ad ora ostacoli insormontabili per le multinazionali e, come tali, da rimuovere per avere la piena libertà degli investimenti che decidono di fare in questo o quel Paese che, con la Ue, rientra nel trattato, sia quello con il Canada (Ceta), che con gli Stati uniti (Ttip) .

La trovata di un arbitrato investimenti –Stato per la tutela degli investimenti, in un primo momento tutto nelle mani di tre esperti nominati dai privati, è la spiegazione più evidente del ruolo residuale della sovranità nazionale di ogni singolo Paese che rientra nel trattato. E’ vero, il Ceta ha in parte corretto questo strumento , ma, visto che non chiarisce i criteri con cui verrà definita “distorsiva di mercato” una politica pubblica, e, lascia del tutto aperta la possibilità di richiesta da parte dei privati di una compensazione commerciale, come dire che la questione rimane.

Il Ceta, Come il Ttip, è un trattato che rafforza il potere di chi ha già in mano il mercato globale e lo fa – come sopra scrivevo - riducendo a poca cosa la sovranità nazionale, ma, anche, eliminando principi, regole e diritti dei produttori e dei consumatori, che non hanno più la libertà di scelta nelle mani delle multinazionali, non importa se europee o dei Paesi del Nord America.

Stanno qui, in questa lunga premessa, le ragioni del mio NO Ceta, NO Ttip. Due NO per continuare a sperare in una frenata possente che, se non blocca, almeno rallenta la folle corsa di questa globalizzazione che ci sta portando verso il baratro.

Non c’è da perdere tempo a polemizzare con quanti si sono espressi per la conferma del Ceta e, domani, anche del Ttip, soprattutto rappresentanti autorevoli del mondo agricolo, associazioni e consorzi di tutela in particolare, che sostengono, a conferma della loro piena accettazione dei trattati, di avere dei vantaggi per i loro prodotti. Anche nel caso che abbiano ragione, mostrano di avere una dose alta di egoismo, sia nei confronti di una gamma enorme di prodotti (ben 250 eccellenze dop e igp a fronte delle 41 inserite), che nei confronti di milioni di italiani che sentono propri i valori della Carta costituzionale; hanno a cuore, gelosi della propria identità, i valori e le risorse che il territorio esprime; sentono forte, soprattutto i giovani, il bisogno di un vero cambiamento, che è tale solo se capace di ridare spazio alla natura, alla biodiversità, al clima, al benessere, espresso anche da una sana alimentazione.

Cittadini che amano la libera circolazione delle merci, che, però, non vogliono essere considerati merce nelle mani di privati che, come si sa, hanno un unico e solo obiettivo: il profitto, il loro profitto!

di Pasquale Di Lena
pubblicato il 04 agosto 2017 in Pensieri e Parole > Editoriali

[10] COMMENTI

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Enrietta Sergio

09:43 | 13 agosto 2017

Noto che chi sta da una parte per esporre le proprie ragioni scrive articoli lunghissimi in cui c'è comunque l'alone di santità quella che fa pensare ad altra pagina di TN che cito:
L’agricoltura sembra tremendamente facile quando il tuo aratro è una matita, e sei lontano migliaia di chilometri dal campo di grano.
(Dwight Eisenhower)

Dell'altra parte, senza spiegare le ragioni della loro fede, si risponde per frasi fatte, non penso comunque abbiano più torto.

E io come forse anche altri mi chiedo? Ma se il Glifosate fa male, e io sono certo che fa male, quel che non so ma penso di saperlo, è se sopprimerlo, in compagnia di Dimetoato e compagnia bella, non farebbe ancora più male, proprio economicamente. (non parlo dei conti di Monsanto, Daw, Bayer, ecc)

Non ho ancora parlato da patriota, per me gli italiani valgono come tutti gli altri.
Solo una riflessione, un litro di Glifosate da 5 €, visto ora su e-bay, non viene certo usato per ettari di grano, non viene certo sparso con macchine automatiche e telecomandate, no, lo usa il vicino di casa con la sua pompetta.
Quello si, spesso inutile e dannoso ancor di più, sarebbe il primo da bandire.
A questo punto rispetto ai danni da uso di pesticidi di innocenti, ne restano ancora?

Andando invece al titolo "Perdita della ruralità" che aveva attratto il mio interesse, in quanto "rurale" e come dice giustamente qualcuno "estremista ecologico", noto che siamo sempre più pochi, e ancora più pochi quelli che cercano di mangiare in prevalenza i propri prodotti, oggi la campagna viene vista al meglio come luogo di svago, e a patto che non renda niente.

"Che ci fai qui? Non c'è niente", "noi in città abbiamo tutto", quindi, nel tutto, stanno anche i residui che ci si guarda bene dal misurare con precisione, e, amen.

Egardi Remo Carlo

19:47 | 09 agosto 2017

Confondere un personale ma corretto giudizio sull'aspetto più degradato e degradante della cosiddetta globalizzazione, con il desiderio autarchico di gestire i problemi economici e politici dell'Italia non credo proprio fosse nelle intenzioni di nessuno.
Globalizzare metodiche agricole e zootecniche appartenenti a sistemi industriali incompatibili con il nostro territorio, risulta essere esclusivo interesse di multinazionali che, negli anni, stanno portando i nostri terreni e le nostre acque ad un pericoloso degrado fisico - chimico. Tale affermazione non è frutto di fantasiosi quanto improbabili ecologisti ma di una precisa presa di posizione delle Nazioni Unite. Giusto leggere libri di economia ma sarebbe necessario aggiornare anche le proprie conoscenze di tossicologia ambientale, evitando di dare per scontato che il prezzo da pagare per una fanatica globalizzazione sia, per esempio, anche l'importazione di frumento che, nei paesi di origine, non verrebbe utilizzato neppure per l'alimentazione animale.

Frascarelli Angelo

16:58 | 09 agosto 2017

Fate attenzione! L'autarchia ha sempre portato miseria e sottosviluppo. Ci sono tantissimi di esempi, dall'Italia fascista all'URSS, da Cuba alla Corea del Nord. Leggete i libri di economia; la limitazione del commercio riduce il surplus del consumatore e l'occupazione. La globalizzazione c'è, va usata bene. Questo stesso messaggio è globale. stiamo utilizzando internet che è uno strumento globale.

Comparato Giuseppe

13:30 | 09 agosto 2017

Sarò brutale: chi, in questo frangente storico, si schiera a favore della globalizzazione di capitali, merci e persone deve essere consapevole che si sta schierando contro il proprio Paese, contro i propri concittadini più deboli e, alla lunga, persino contro il suo stesso futuro. Il quadro generale tracciato dall'Autore dell'articolo, per quanto incredibile e spaventoso possa sembrare, è nella realtà dei fatti peggiore e ormai quasi pienamente realizzato. La maggior parte di coloro che ragliano slogan e frasi fatte perché il processo continui e si realizzi nella sua pienezza, non ha mai preso in mano un libro di economia e ignora totalmente i meccanismi che ne costituiscono la base e ne regolano il funzionamento. I restanti, quelli col sederino al calduccio, invece, sanno perfettamente quello che ci stanno apparecchiando, ma mentono sapendo di mentire o per ignavia o per interesse contingente o perché fanno parte di quell'1% che ne trarrà beneficio. Quindi in sintesi trattasi o di ignoranti o di traditori. Tertium non datur. Io sono convinto che, tranne quell'1%, tutti gli altri cambieranno presto opinione (vista l'accelerazione che hanno preso gli eventi) e non perché c'è qualcuno che, per il bene di tutti, li mette in guardia e tenta di farli svegliare ma perché sarà la crisi a buttarli giù dal letto. La crisi che inesorabilmente visiterà tutti i piani del palazzo sociale dal più basso al più alto... nessuno escluso.

P.S. Mi permetto di fornire a tutti i commentatori un indizio da cui, chi vorrà potrà iniziare una sua personale indagine. Cercate su internet "la durezza del vivere". Se siete disposti a mettere in dubbio le vostre certezze, vi assicuro che inizierete un percorso senza ritorno...
C'è in ballo il futuro di tutti, perciò vi supplico, abbandonate la logica dell'appartenenza politica, non credete ciecamente a tutto quello che i vostri rappresentanti vi dicono e, finché internet è ancora libero, spendete un po' del vostro tempo per formarvi e informarvi correttamente.

Egardi Remo Carlo

10:11 | 07 agosto 2017

Chi non ha argomenti seri da contrapporre ad opinioni chiare, si presenta con commenti che non hanno alcun significato. Pasquale Di Lena, a mio avviso, ha esposto alcuni fatti incontrovertibili. E' stato subito attaccato con domande retoriche e allegorie fantasiose. Ora ne faccio una io : avete letto questo rapporto:" Effetti del Glifosate sulla qualita ambientale e gli organismi viventi Nota informativa di: Pietro Massimiliano Bianco, Valter Bellucci, Carlo Jacomini (Dip. Difesa della Natura, ISPRA) " ? Evidentemente no! Anche in Italia viene usato il glifosato ma, per fortuna, solo per diserbare e non per far maturare il grano in Canada dove non sussistono caratteristiche climatiche come quelle del nostro sud. Spesso provvedimenti ed iniziative presentate come panacea per salvare il mondo, si sono rivelate tragici errori. Ripercorriamo,per esempio, brevemente la storia recente della Monsanto che può essere collegata al discorso in oggetto. I paladini della globalizzazione hanno sposato in pieno le proposte di questa azienda che recentemente è stata giudicata dal tribunale dell'Aja per crimini contro l'umanità. La storia del glifosato, e della Monsanto che ha legato la sua fortuna a questa sostanza, ha qualcosa di sconcertante. Si tratta di una molecola sintetizzata negli anni cinquanta in Svizzera: il nome proprio è N-(fosfonometil)glicina, o C3H8NO5P. La nuova sostanza, però, ebbe fortuna solo quando il brevetto svizzero fu acquistato dall’azienda chimica statunitense.
La Monsanto, fondata nel 1901 a East St. Louis (in Illinois), si era già affermata con almeno due “colpi di grande successo”. Il primo risale al 1929 quando ha lanciato i policlorobifenili (Pcb), usati come liquidi refrigeranti nei trasformatori, poi come lubrificanti, liquidi idraulici, rivestimenti stagni (già negli anni trenta erano emerse prove della tossicità dei Pcb, provata poi tra gli anni sessanta e settanta: sono cancerogeni, responsabili di diversi disordini immunitari e dell’apparato riproduttivo, e sono anche molto persistenti, tanto che in molti siti industriali anche in Italia la contaminazione è ancora presente).
Il secondo successo di Monsanto è stato l’erbicida conosciuto come 2,4,5-T, sigla che allude ai numeri di atomi di cloro del composto. Fabbricato dagli anni quaranta, era così efficace che durante la guerra in Vietnam l’esercito degli Stati Uniti lo usò per defoliare le foreste tropicali in cui si nascondevano i vietcong. Insomma: era il famigerato “agente arancio” (agent Orange), che ha distrutto per decenni la vegetazione in Vietnam e ha lasciato una scia di malformazioni e tumori sia tra i vietnamiti sia tra i veterani dell’esercito statunitense. Il suo uso fu sospeso nel 1971, quando cominciarono a essere noti gli effetti di un sottoprodotto che si crea bruciando composti a base di cloro: le diossine. La tossicità della diossina è ormai provata senza dubbio; è cancerogena, provoca danni immunitari e all’apparato riproduttivo.
Ma il vero grande affare dell’azienda di East St. Louis è proprio il glifosato. Messo in commercio nel 1974, il Roundup Monsanto è diventato in breve l’erbicida più usato negli Stati Uniti e poi nel mondo. Al di fuori dell’Unione Europea l'utilizzo diffuso e intensivo del glifosato, in associazione con organismi geneticamente modificati (OGM), pone numerosi rischi per l'ambiente e la salute. Esistono OGM appositamente modificati per essere resistenti al glifosato conosciuti come “Roundup Ready” (RR). Queste varietà permettono agli agricoltori di irrorare le coltivazioni con l'erbicida, con l’obiettivo di eliminare tutte le “erbe infestanti”, senza intaccare le coltivazioni. L'utilizzo di glifosato sulle coltivazioni RR di soia, mais e cotone, è aumentato drasticamente in Nord e Sud America, dove si concentra la coltivazione di varietà RR. Gli OGM Roundup Ready vengono commercializzati da Monsanto, in abbinamento alla propria formulazione di erbicida a base di glifosato. I venditori della Monsanto promettono riduzione del lavoro e risparmi finanziari grazie alla riduzione dei costi del controllo delle “infestanti”. Con l'agricoltura transgenica, gli agricoltori devono acquistare ogni anno le sementi brevettate, come stabilito dai contratti con i produttori di OGM. Negli Stati Uniti, la Monsanto ha fatto causa a numerosi agricoltori per la violazione di tali contratti. Il problema non consiste solo nell'impossibilità per gli agricoltori di conservare e ripiantare i semi, ma anche nei costi sempre crescenti connessi ai semi OGM e, come già accade in alcune zone degli Stati Uniti, nella mancanza di disponibilità di sementi convenzionali (Greenpeace, 2012). Tutti questi prodotti sono stati sviluppati per un modello agricolo di stampo industriale legato a pratiche agricole insostenibili, che danneggiano le risorse naturali alla base della produzione di cibo. Il 15 aprile 2008, per la prima volta nella storia, l’Onu ha condannato l’uso in agricoltura di tecnologie g.m. perché, come si dichiara nel verbale, non risolvono il problema della fame per milioni di persone, ma creano definitivamente una minaccia per la salute umana e per il futuro di tutto il pianeta. La coltivazione di OGM dovrebbe quindi essere vietata a livello globale.
Ottusa è la politica industriale ed economica che non valuta i possibili rischi sulla salute degli ecosistemi e dell'uomo. Guardare lontano è possibile ma solo con intelligenza utilizzando le più avanzate tecnologie di rispetto ambientale. Il progresso dell'umanità non passa certo attraverso accordi commerciali come il ceta ma salvando la biodiversità, le eccellenze agricole italiane (vero patrimonio della nostra terra), sviluppando processi agricoli e industriali avanzati. La terra è ancora piatta per chi confonde la condivisione di intenti, scienza e innovazione con l'aspetto più degenere della cosiddetta "globalizzazione".

Nasuelli Piero

05:59 | 07 agosto 2017

In questi giorni ci rallegriamo tutti che l'italiano Paolo Nespoli sia tornato nello spazio, se non mi sbaglio insieme ad un russo e ad uno statunitense. Da lassù il mondo NON ha confini, è un globo.
Nespoli è andato nello spazio non da italiano ma da scienziato competente che farà sperimenti per il progresso dell'umanità. Pasquale di Lena può contraddirmi?
Rilevo solo che lui è un piccolo uomo con una mente così ottusa e chiusa che quando guarda l'orizzonte pensa ancora che la terrà sia piatta !!!!.

Frascarelli Angelo

19:51 | 05 agosto 2017

Pongo alcune domande a Pasquale Di Lena, perchè vorrei capire meglio:
- ha letto l'accordo CETA (disponibile da molto tempo in internet, sul sito di Ue e Canada)?
- sono errati gli studi che indicano l'aumento del PIL e la creazione di posti di lavoro?
- gli agricoltori italiani usano il glisosate?
- perchè solo il CETA e il TTIP sono negativi? e gli altri? Gli accordi ACP (Africa Caraibi Pacifico), Mercosur, Sudafrica sono negativi? Perchè nessuno dice nulla contro questi accordi?
- il CETA migliora o peggiora lo sviluppo dei prodotti tipici italiani?
Angelo Frascarelli

Ferraro Nicola

10:04 | 05 agosto 2017

Buongiorno, volevo comme4ntare sia l'articolo che i commenti presenti.
L'Italia è cresciuta grazie agli apporti del Piano Marshal degli anni 50. Sono cresciute le piccole azienda: artigiani, Agricoltori, Commercianti e cosi di seguito. Negli anni 50 la popolazione era all'85% contadini e viveva di quello che produceva in terreni propri e terreni in affitto. Non vi era la corrente elettrica, si ccendeva la Lumera. non c'erano i bagni in casa, non c'era la doccia, non c'era la televione, non c'era l'aqua in casa, non c'era la cucina elettrica e neanche a gas. Si cucinava nel camino rustico. Poi tutto è cambiato con l'avvento di degasperi che firmato il patto di aciaio e i poveri sono andati a lavorare in america, Argentina, Brasile ed Europa. C'è stato quello che hanno chiamo progresso economico. Quando hanno firmato il patto della globalizzazione è stato per dare accesso a tutte le industrie di poter espotare in tutti i paesi della terra. E questo gli italiano l'hanno fatto come gli altri stati in Italia. L'italiano però è rimasto conservatore, cioè attaccato alle proprie abbitudini, 4e questo sta portando gli italian i a fuggire dall'italia, se invece si inventassero il lavoro guardando al futuro avremmo molte cose da imparare ed esporteremmo molto di più perchè ricoldatevi che noi siamo il popolo più intelligente dopo i cinesi. Percui non dobbiamo lamentarci sempre ma dobbiamo inventarci il lavoro e far lavorare i nostri giobani in Italia. Scusate della lungagine ma dovevo. Grazie Colamais

Egardi Remo Carlo

07:16 | 05 agosto 2017

Cercherò di dare la massima diffusione a questo splendido articolo, sperando giunga puntuale a coloro che possono fermare il degrado delle nostre eccellenze agricole e del nostro territorio.

de marte ferdinando

07:02 | 05 agosto 2017

Purtroppo quando il popolo si accorge di certe cose è ormai troppo tardi, 17 anni or sono quando si parlava di globalizzazione tutti dormivamo e additavamo come delinquente ( ancor oggi succede da parte di qualche politico imbecille) quel povero ragazzo di nome Giuliani morto proprio per protestare contro l'inizio di quella globalizzazione che oggi ci sta divorando. Ancora siamo agli inizi, quando questo sistema ci toglierà anche il diritto di respirare forse, allora il popolo prenderà consapevolezza......

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