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Suoli sempre più degradati, la FAO lancia l’allarme: servono interventi su scala globale
Oltre la metà delle valutazioni regionali e subregionali indica un’adozione bassa o molto bassa delle pratiche di gestione sostenibile del suolo. Dal 2015 il 58% delle valutazioni segnala un peggioramento, mentre solo il 10% registra progressi. L’erosione è la minaccia più grave e interconnessa
02 settembre 2026 | 10:00 | C. S.
La degradazione dei suoli continua ad aggravarsi in molte aree del mondo, mentre le pratiche di gestione sostenibile, pur ampiamente conosciute e sperimentate, non vengono adottate con la rapidità e la diffusione necessarie. È questo il principale allarme contenuto nel nuovo rapporto “Status of the World’s Soil Resources 2026”, presentato dalla Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) in occasione della COP17 della United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD).
Il documento aggiorna la prima valutazione globale pubblicata nel 2015 attraverso la Global Soil Partnership e con il contributo scientifico dell’Intergovernmental Technical Panel on Soils. La nuova analisi prende in esame la letteratura scientifica pubblicata tra il 2015 e il 2025 e raccoglie il contributo di esperti di 75 Paesi.
Il quadro che emerge è preoccupante: oltre la metà delle valutazioni regionali e subregionali esaminate indica un livello di adozione delle pratiche sostenibili basso o molto basso. Nel 58% dei casi la tendenza rispetto al 2015 viene giudicata in peggioramento, mentre soltanto circa il 10% delle valutazioni evidenzia un miglioramento.
L’erosione è la minaccia principale
Il suolo rappresenta una risorsa strategica per la sicurezza alimentare mondiale. Da esso proviene oltre il 95% degli alimenti consumati dall’uomo, ma le sue funzioni vanno ben oltre la produzione agricola. I suoli contribuiscono infatti alla regolazione del ciclo dell’acqua, allo stoccaggio del carbonio, alla conservazione della biodiversità e al sostentamento delle comunità rurali.
La pressione su questa risorsa è però aumentata rapidamente. Dal 2015 la popolazione mondiale è cresciuta di circa 800 milioni di persone, mentre la superficie raccolta delle principali colture è aumentata di circa 80 milioni di ettari. Urbanizzazione, agricoltura non sostenibile, attività industriali, conflitti e contaminazione ambientale concorrono a compromettere la qualità dei terreni e le loro funzioni biologiche.
Tra le diverse minacce, l’erosione del suolo emerge come quella più grave e maggiormente interconnessa con gli altri processi di degrado. Nelle sette regioni considerate dal rapporto, l’81% delle valutazioni giudica la gestione dell’erosione scarsa o molto scarsa. Inoltre, nel 65% dei casi la situazione risulta peggiorata rispetto al 2015.
Il fenomeno non riguarda soltanto la perdita fisica dello strato superficiale del terreno. L’erosione comporta anche la diminuzione della fertilità, la perdita di sostanza organica e nutrienti, una minore capacità di trattenere l’acqua e una maggiore vulnerabilità degli agroecosistemi agli eventi climatici estremi.
Nutrienti: troppo in alcune aree, troppo poco in altre
Un'altra criticità riguarda la gestione della fertilità. Il problema assume caratteristiche molto diverse a seconda delle aree geografiche.
In alcune regioni l'agricoltura deve fare i conti con un eccesso di nutrienti determinato da apporti superiori alle necessità delle colture. In altre, al contrario, l'impoverimento dei terreni e la sottrazione di elementi nutritivi limitano le rese agricole e rappresentano una minaccia per la sicurezza alimentare.
La FAO sottolinea quindi la necessità di evitare soluzioni uniformi. La gestione dei nutrienti deve essere adattata alle condizioni pedoclimatiche, alle colture, ai sistemi produttivi e alle specifiche esigenze degli agricoltori.
Le soluzioni sono già disponibili
Il rapporto non si limita a fotografare il deterioramento della risorsa, ma evidenzia anche l'esistenza di strumenti agronomici già ampiamente sperimentati.
Tra le pratiche indicate figurano la riduzione delle lavorazioni del terreno, la gestione integrata della fertilizzazione, la diversificazione colturale, le colture di copertura, l'impiego di ammendanti organici e l'agroforestazione.
Queste tecniche possono contribuire a ridurre l'erosione, migliorare la struttura del terreno, aumentare la presenza di sostanza organica e favorire la biodiversità edafica, mantenendo allo stesso tempo, e in molti casi migliorando, la produttività agricola.
Il problema, dunque, non è tanto la mancanza di conoscenze tecniche quanto la difficoltà di trasferire e applicare queste soluzioni su una scala sufficientemente ampia.
«Abbiamo oggi prove molto migliori sulle pressioni che interessano i suoli del mondo e sulle pratiche in grado di proteggerli e ripristinarli», ha sottolineato la vicedirettrice generale della FAO Beth Bechdol. La priorità, ha aggiunto, è ora mettere Paesi, agricoltori e utilizzatori delle terre nelle condizioni di disporre delle conoscenze, delle competenze e degli incentivi necessari per applicare queste soluzioni.
Cinque priorità per invertire la tendenza
Per accelerare il cambiamento, la FAO individua cinque direttrici di intervento: rafforzare la governance del suolo e i relativi quadri normativi; investire nell'educazione, nella formazione e nello scambio delle conoscenze; migliorare il monitoraggio attraverso dati, indicatori e metodologie armonizzate; rafforzare gli incentivi economici destinati alla gestione sostenibile; favorire processi decisionali inclusivi, multidisciplinari e capaci di coinvolgere tutti gli attori della filiera.
L'obiettivo è trasformare il suolo da risorsa spesso considerata implicitamente disponibile e inesauribile in un vero e proprio asset strategico per le politiche agricole, ambientali ed economiche.
Dalla tutela del suolo alla gestione del paesaggio
In parallelo al rapporto, FAO e UNCCD hanno presentato anche la guida “Living Soils, Productive Lands, Resilient Landscapes”, dedicata alla prevenzione, riduzione e inversione della degradazione dei terreni agricoli e dei suoli.
Il documento propone di superare un approccio basato su singoli interventi di ripristino per passare a una gestione integrata dei paesaggi produttivi. La priorità dovrebbe essere innanzitutto evitare la degradazione, quindi ridurre le pressioni laddove il processo è già in corso e, infine, recuperare terreni e suoli nei casi in cui il degrado abbia già raggiunto livelli significativi.
Particolare attenzione viene riservata alle aree agricole, che secondo FAO e UNCCD sono state spesso insufficientemente rappresentate nelle politiche di contrasto alla degradazione del territorio, nonostante l'agricoltura rappresenti la componente principale dei processi di degrado indotti dall'uomo.
La gestione del suolo dovrà quindi essere integrata nei piani nazionali di sviluppo, negli obiettivi di neutralità del degrado del territorio, nelle strategie climatiche e nei programmi per la tutela della biodiversità e la trasformazione dei sistemi agroalimentari.
La sfida indicata dalla FAO è, in definitiva, passare dalla conoscenza all'azione. Le tecniche per proteggere i suoli sono in larga parte già disponibili. Quello che ancora manca è la capacità di renderle economicamente convenienti, tecnicamente accessibili e sufficientemente diffuse da modificare la traiettoria globale della degradazione.
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