Cultura

L’anima sognante dell’eccentrico don Chisciotte

Dopo aver rispolverato le armi dei suoi avi ed essersi fabbricato una visiera di cartone, il cavaliere errante elegge a dama del suo cuore la contadina Dulcinea. Paola Cerana recensisce per noi il balletto allestito in febbraio al Teatro alla Scala

27 febbraio 2010 | Paola Cerana

Dieci minuti di scroscianti applausi e calorose ovazioni.
Le mie mani sono bollenti, ancora desiderose di partecipare alla grande emozione collettiva suscitata dal balletto su cui è appena calato l’ultimo sipario. Lentamente, quasi a malincuore, il fragore diminuisce, fino a diventare un indistinto brusio, mentre le luci, altrettanto lentamente, si accendono adagio ad illuminare la sala e il pubblico, con i volti raggianti e gli sguardi ancora rapiti



Alla Scala di Milano è appena terminato il balletto "Don Chisciotte", tratto dal romanzo seicentesco del Cervantes, nella versione coreografata di Rudolf Nureyev, che mescola l’incandescente sensualità spagnola alla rigorosa tecnica russa.

Resto per qualche istante in piedi felicemente stordita da tanta bellezza, accanto alla mia poltrona ancora calda e, sporgendomi dal balconcino, mi pare di rivedere il baldanzoso cavaliere, il folle buono, all’eterno inseguimento delle sue chimere.

La prima volta che il balletto calcò le scene scaligere fu nel settembre del 1980, dopo più di un secolo dalla sua nascita al Teatro Bol'šoj di Mosca. Immagino l’eccitazione! Fu una serata memorabile, quella, carica di attesa e nervosismo, perché l’interpretazione di Nureyev, protagonista insieme a Carla Fracci, oltre che coreografo, era molto particolare, rischiosa, fuori da ogni cliché. Quell’esordio coraggioso fu un vero trionfo! E oggi, dopo trent’anni, il "Don Chisciotte" nureyeviano è ancora alla ribalta, sopravvissuto, anzi cresciuto, attraverso le tante étoiles che l’hanno interpretato. Ma i veri protagonisti della pièce, allora come oggi, non sono Don Chisciotte e Sancho Pancha, senz’altro poco adatti a sforbiciare in scarpette e calzamaglia, bensì due giovani innamorati: la seducente Kitri e l’intrepido Basilio.

Questa è stata la grande scommessa di Nureyev che, anziché seguire la trama principale del romanzo, si è soffermato su un frammento di esso, le nozze di Gamache, cercando di trasformare i personaggi principali in maschere burlesche e divertenti. Chisciotte è Pantalone, Kitri è Colombina, Basilio è Pierrot, tutti coinvolti in un carosello variopinto di feste spagnoleggianti e serenate notturne, in cui ventagli, chitarre e nacchere, accendono un dialogo sensuale e audace che incanta. Così, il visionario Don Chisciotte si è trasformato, insieme al suo fedele scudiero, in un servile personaggio di contorno, sullo sfondo del dirompente innamoramento tra la figlia di un oste, Kitri, e uno squattrinato barbiere, Basilio, che coraggiosamente la sottrarrà alle voluttà del trucido Gamache.




Questo è il soggetto che si è svolto in tre Atti, anticipati da un Prologo, in cui trapela l’anima sognante dell’eccentrico Don Chisciotte. Dopo aver rispolverato le armi dei suoi avi ed essersi fabbricato una visiera di cartone, il cavaliere errante elegge a dama del suo cuore una contadina, che vagheggia con il nome di Dulcinea. Insieme a Sancho Pancha, nominato suo scudiero, partirà poi, in sella al suo cavallo Ronzinante, all’inseguimento dei suoi sogni, e durante questo suo peregrinare, s’imbatterà nella vicenda dei due giovani innamorati.



Ma al di là della storia, i tre Atti sono stati dominati dalla passione: l’amore è entrato in scena con prorompente disinvoltura e immediatamente mi ha trascinato con sé. I colori della Spagna mediterranea, elegante, sensuale, gitana, fremente di ritmo, di sole e di stelle hanno acceso il palco e inebriato i sensi. I gesti di corteggiamento si sono rincorsi a passi di flamenco, erotizzati dalle gonne roteanti, tutte fiocchi e merletti, e dai costumi di torero, sfacciatamente attillati sulle curve marmoree dei virtuosi ballerini. Carica erotica e leggerezza hanno intrecciato un costante dialogo di raffinata seduzione, mettendomi una gran voglia di unirmi alle danze.



Il coinvolgimento è stato altrettanto intenso nel secondo Atto, quando Don Chisciotte, per difendere Kitri e Basilio, si è trovato a dover combattere contro le gigantesche pale del mulino a vento, il nemico temibile delle sue fantasie, osteggiato da zingari senza scrupoli travestiti da mostri.

La passionalità dei gesti mi ha trasmesso tutta la tensione e la drammatica vulnerabilità del fiero hidalgo che, ferito e spaventato, è scivolato poi in un surreale stato di beata incoscienza. Rivedo ancora il bellissimo atto bianco, il momento di magico incanto, in cui Don Chisciotte sogna d’essere trasportato in un giardino fatato, quale premio di coraggio e fedeltà.

Nella sua sognante visione, la regina delle Driadi l’ha condotto dalla sua Dulcinea, la cui figura sfuma in quella di Kitri come fossero due ectoplasmi evanescenti, leggeri come l’aria. Un tutù candido, soffice, impalpabile, ali di farfalla, voli di libellula. L’anima della fanciulla amata si è fatta corpo, con una grazia e una sensualità angelica, ma tutto durerà l’attimo di un respiro, perché presto la visione svanirà, lasciando l’illuso cavaliere nuovamente solo, destinato a proseguire la sua conquista dell’impossibile.



L’atmosfera si è riaccesa di colori e movimento nel terzo Atto, con un incalzare di gag, trucchi, falsi equivoci, buffi incidenti e pantomime che hanno condotto al gran finale, con i trionfali festeggiamenti per il coronamento dell’amore di Kitri e Basilio, ottenuto grazie al coraggio di Don Chisciotte.

Davvero emozionante, dal primo istante fino all’ultimo. Lo spettacolo è durato due ore e quaranta minuti, volati via in punta di piedi, proprio come Dulcinea nel languido sogno. Ma che cosa, in realtà, oltre alla bravura del corpo di ballo, mi ha coinvolto così intensamente? mi domando ancora vibrante, lanciando un ultimo sguardo sul palcoscenico ormai spento.

Innanzitutto la musica. L’orchestra, insieme ai ballerini, è stata l’anima del balletto, il motore che ha dato vita alle forme e ritmo ai movimenti. Le note del compositore austriaco Ludwig Minkus, dirette da un’energica Svetlana Filippovich, hanno accompagnato le scene in una trascinante sincronia con i numeri sul palcoscenico, come se le partiture musicali fossero tagliate su misura sulle coreografie. Sembrava che i musicisti avessero teso dei fili invisibili fino a sollevare i ballerini e a farli galleggiare nell’aria, sospesi, senza più gravità, obbedienti unicamente al dialogo musicale.

La fluidità della musica non ha concesso mai stacchi tra le scene e ha intrecciato, con perfetta armonia, passi di seducente flamenco a volteggi di delicato minuetto. Così, ogni situazione mi è sembrata amplificata dalla musica, che ha reso il linguaggio parlato superfluo: il corteggiamento diventava più sensuale, il coraggio più ardito, la paura più grottesca e l’amore più romantico.

Infine, la splendida scenografia ha completato il miracolo artistico e la catarsi s’è compiuta. Le prospettive e i giochi di luci hanno trascinato il mio sguardo oltre il palcoscenico. Mi sembrava di penetrare fin dentro gli anfratti del villaggio e di avventurarmi libera per i suoi vicoli oscuri, tra zingari, osti e nobildonne.

I mulini a vento mi sono parsi davvero dei mostri cattivi agitati dal vento della notte e le pale si sono trasformate in lunghe braccia minacciose, protese verso di me. Ho avuto persino l’illusione di sentire il profumo acre del giardino incantato, rischiarato da quel tenue raggio di sole, filtrato appena tra gli alberi, che sapeva d’aurora. E l’eterea Dulcinea, comparsa in sogno a Don Chisciotte, sembrava invitarmi ad allungare la mano per accarezzarne la fluttuante morbidezza e trattenerla a terra, per non lasciarla svanire come un angelo, per sempre, dietro al pesante sipario della realtà.



Uscendo da teatro, con ancora negli occhi le meraviglie di questo spettacolo, mi è balenata in mente una frase letta nel libro di Marguerite Yourcenar Le memorie di Adriano: “Ogni felicità è un capolavoro”. Improvvisamente ho risentito la straordinaria saggezza di queste parole, insieme all’impulso di farle mie e di capovolgerle: Ogni capolavoro è felicità!

Sì, sento che è così. Ogni capolavoro artistico è un dono di emozioni all’umanità e questo dono ha un nome: Felicità. Magari per un attimo, per un’ora, per una sera ma sono sempre e comunque preziosi momenti che rendono la vita più bella e più meritevole d’essere vissuta. E questa notte Don Chisciotte ha reso felice me e tutte le persone che con me hanno avuto il privilegio di assistere a questo meraviglioso, intramontabile balletto.





Allestimento del Teatro alla Scala
Febbraio 2010

Durata spettacolo: 2 ore e 40 minuti

Coreografia
Rudolf Nureyev

Musica
Ludwig Minkus

Orchestrazione e adattamento di
John Lanchbery

Direttore
Svetlana Filippovich

Scene
Raffaele Del Savio

Costumi
Anna Anni

ospiti

Natalia Osipova
Leonid Sarafanov


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