Cultura
L’olivo nell’Italia romana e preromana: dal Neolitico, una presenza costante
Come si è sviluppata la produzione di olio d’oliva in Italia prima e durante l’epoca romana? Una ricerca dell’archeologo Emlyn Dodd analizza la presenza dell’olivo già dal Neolitico e l’uso che se ne faceva.
28 marzo 2026 | 11:00 | Giosetta Ciuffa
Come si è sviluppata la produzione di olio d’oliva in Italia prima e durante l’epoca romana? Una ricerca dell’archeologo Emlyn Dodd riscrive il tradizionale binomio olio/Roma, il più noto ma spesso limitato alla narrazione sul monte Testaccio. In realtà, la presenza e l’uso dell’olivo sono attestati molto prima di Roma. Pianta fondamentale nel Mediterraneo, era impiegata in cucina, medicina, rituali, igiene e come combustibile: già nel Neolitico e nella prima Età del Bronzo era una risorsa importante. Resti di carbone di olivo sono stati rinvenuti in contesti mesolitici (6600–6100 a.C.) alla Grotta dell’Uzzo in Sicilia e a Terragne in Manduria, mentre analisi polliniche ne attestano la presenza tra l’8500–8000 a.C. a Bari e tra il 6700–5700 a.C. in Sicilia, presso il lago di Pergusa e Gorgo Basso. Rinvenuti poi strumenti per la lavorazione di resti vegetali, tra cui macine e lame di falce, fino a un aumento esponenziale di resti di olive nei depositi archeologici neolitici che suggerisce un utilizzo più intensivo. I primi noccioli d’oliva sono stati rinvenuti solo nel Neolitico medio in un contesto funerario a Carpignano Salentino (Puglia): prima di allora ne veniva usato il legno.
Questa prima “protocoltivazione” non portò subito a una vera olivicoltura né alla diffusione dell’olivo in nuove aree. In Puglia, ad esempio, i ritrovamenti neolitici sono limitati a costa, laghi e pendici inferiori delle colline, nonostante l’occupazione umana si estendesse più in alto e nell’entroterra; il carbone di olivo compare in tutti gli strati del Neolitico medio alla Grotta Rifugio di Oliena (Sardegna); in Italia centrale una presenza continua sembra esserci in Toscana al lago dell’Accesa dal 5300 a.C. circa e al lago del Greppo dal 5000 a.C. e dal 4500 nel laghetto della Costa in Veneto. È solo dall’Età del Bronzo che emergono segnali più chiari di coltivazione, presumibilmente influenzata da abitudini locali, ambiente e contatti transregionali. Quando i cambiamenti nel polline di olivo sono sproporzionati rispetto ad altre vegetazioni, come a Pantano Grande in Sicilia, ciò si addebita all’impronta umana. La maggior presenza in Puglia è stata collegata all’evoluzione della gestione delle colture, delle pratiche agricole e dei sistemi di conservazione, forse anche in risposta all’instabilità climatica o a vincoli ambientali che hanno reso necessaria l’adozione di strategie di adattamento. Il ritrovamento di noccioli di oliva misti selvatici e domestici potrebbe illustrare la gestione dei popolamenti selvatici locali di olivi, che ha portato a una lenta selezione.
Ad evidenziare la microregionalità dell’olivicoltura ci sono i picchi della presenza di polline in Sicilia e in Sardegna: il primo, tra il 1800 e il 1200 a.C. a Pantano Grande vicino allo stretto di Messina, è seguito da un calo improvviso; il secondo a Pergusa (Sicilia) aumenta dal 5% al 17% a partire dal 1200 a.C. Mentre Pantano Grande si ricollega alla rete egea e al successivo abbandono dei sistemi locali, il lago di Pergusa agli insediamenti sicani e siceli e, probabilmente, alla loro gestione degli oliveti. Noccioli di oliva datati tra il 1800 e il 1300 a.C. sono stati rinvenuti anche a Duos Nuraghes (Sardegna); è possibile anche una gestione dell’olivo selvatico dell’Età del Bronzo lungo le rive del lago di Garda, che apre la strada alla coltivazione romana e medievale lungo la fascia alpina. Nonostante poche prove, l’intensificazione dei contatti con le culture egee contemporanee potrebbe aver agevolato la diffusione di conoscenze tecniche e cultivar dei commercianti micenei. Per quanto riguarda la produzione di olio, le prime tracce sono incerte: possibili evidenze provengono da Scaffa Piana (Corsica) e da alcune ceramiche di Castelluccio (Sicilia), ma non indicano una produzione sistematica. Dati più solidi emergono tra il II e il I millennio a.C., con residui di olio in grandi contenitori (pithoi) e ceramiche a Coppa Nevigata, Tufariello, Broglio di Trebisacce e Roca Vecchia, fino alla comparsa di piccoli recipienti per la conservazione dell’olio (circa 1,4 m di altezza × 1,2 m di diametro), che testimoniano produzioni locali, forse influenzate anche dai contatti con l’Egeo.
Durante il passaggio tra tarda Età del Bronzo ed Età del Ferro le traiettorie regionali divergono. L’assenza di strutture produttive non implica necessariamente una cessazione dell’attività: la produzione poteva essere discontinua e su piccola scala, realizzata con strumenti semplici e materiali deperibili, come rulli di pietra, vasche o contenitori in legno e tessuto. Nel complesso, la produzione di olio in Italia prima di Roma appare come un processo graduale, variabile e legato ai contesti locali, molto più antico di quanto suggerisca la tradizionale centralità dell’età romana. (continua)
Bibliografia
https://www.journals.uchicago.edu/doi/full/10.1086/737823
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