Cultura
Dalla più grande riserva d’acqua dolce del mondo alla foresta equatoriale: l’artista paraguayana Ingrid Seall con Manar
Cellulosa, carta, ferro, manioca, argilla, cera d'api e residui organici per un'opera verticale nel sottobosco del Padiglione della Repubblica della Guinea Equatoriale alla Biennale di Venezia
01 maggio 2026 | 18:00 | C. S.
Dalla più grande riserva d’acqua dolce sotterranea del mondo alla foresta equatoriale, dal Paraguay alla Guinea Equatoriale: un ponte tra continenti, culture e immaginari si traccia alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia.
Dal 9 maggio al 22 novembre 2026, a Palazzo Dona’ dalle Rose, all’interno del Padiglione della Repubblica della Guinea Equatoriale – per la prima volta nella sua storia presente nella programmazione ufficiale della Biennale – l’artista paraguayana Ingrid Seall presenta Manar: un’opera che nasce dal cuore della terra per proiettarsi verso l’alto, lungo il filo invisibile di un patrimonio naturale e simbolico che appartiene all’intera umanità.
Manar: abbondare, sgorgare, fluire. Un processo generativo che trasforma ciò che resta, gli scarti, gli errori, in nuova materia viva, capace di produrre significato. Un’opera realizzata in carta, cellulosa, ferro, impasto di manioca che crea un movimento continuo che non si espande orizzontalmente, ma verticalmente, riconnettendo l’essere umano alla propria dimensione più profonda e ancestrale.
All’interno del percorso espositivo The Forest: The Undergrowth, tema e titolo del padiglione, Manar si inserisce come un organismo in tensione in una foresta simbolica dalle mille forme, che dialoga con l’immaginario del sottobosco – luogo dell’inconscio, spazio di relazione tra visibile e invisibile – e ne attiva una lettura contemporanea. L’opera non rappresenta la natura, ma ne riattiva la presenza, restituendone la dimensione spirituale e rigenerativa, in uno spazio in cui le opere di tutti i protagonisti del padiglione diventano presenze vive, elementi di un ecosistema artistico che riflette sul legame profondo tra essere umano e ambiente, tra cultura e natura, tra memoria e trasformazione.
The Forest: the undergroth, con il Patrocinio dell’Ambasciata del Paraguay in Italia, è un percorso espositivo che mira a condurre il visitatore nel fiabesco sottobosco della fantastica foresta della Guinea Equatoriale. La curatela del Padiglione della Guinea è affidata al catalano Prof. Joan Abelló, sotto la direzione della Commissario brasiliano Prof. Paulo Speller, con un comitato d’eccezione composta dall’editrice e curatrice Anna Balzani, l’Arch. Vito Corte, la Project Manager e curatrice Chiara Modìca Donà dalle Rose, il Prof. Andrea Guastalla, il Curatore Internazionale Massimo Scaringella ed Anna Solano Lopez e Carlota Muiños.
Per la prima volta della Guinea Equatoriale in Biennale di Venezia il titolo scelto dal curatore e dalla sua squadra di collaboratori si riferisce, senza mezzi termini, al bosco ed al suo sottobosco, ispirati dal tema della 61° Biennale di Venezia “In minor Keys”. L’archetipo del sottobosco misterioso e inesplorato simboleggia l’inconscio. luogo di dialogo tra il visibile e l’invisibile. La foresta ammalia Modest Gené (1914-1963), Fernando Nguema (1963-2008) e Giuseppe Saporito (1859-1938), come luogo sacro per la crescita spirituale. Forest rende omaggio al legame sottile e impalpabile tra l’umanità e la natura, tra il corpo e il cosmo, sacrario della saggezza dove è possibile apprendere e riscoprire la propria essenza. Il Padiglione della Guinea Equatoriale è quindi una foresta di opere d’arte, tra le sculture in legno di Modest Gené e Fenrando Nguema, le figure umane in terra cotta di Martin Escherman e gli alberi di Mfochive Oumarou, le trecce cosmiche in marmo Florin Codre, la mano della natura di Alessia Forconi, gli alberi in carta pesta di Ingrid Seall, e gli abbracci umani degli olivi di Andrea Raggi, le chiavi di Alfred Mirashi Milot, il nuotatore in una distesa di onde di erba al vento di Fulvio Merolli, le visioni plastiche pittoriche di Sonia Ros, i boschi onirici di Barbara Cammarata, la Brexit di William Marc Xanghi, il legno pressato come un armadio immaginario dove riporre dei Jeans, indumento dell’uomo moderdo di Vassilis Vassiliades, il bosco lunare instabile e mutevole di Sandro Sanna, i prati fioriti illuminati dalla fresca brezza del giorno di Youju Liu, i volti del mondo di Jianqi Du, la donna leopardo di Rani Bruchstein, i colori delle tele di Valeria Pérez Fuchs e di Flora Saavedra Gonzalez, le maschere animate nell’urlo muto del bianco e nero del fotografo Michele Stanzione ed i crepuscoli del bosco misterioso di Hannu Palosuo.
Ingrid Seall esplora nelle sue opere la figura umana, come una scusa per porre domande, con la complicita di forme organiche e astratte che si manifestano come elementi in continua mutazione. Discendente da immigrati tedeschi e spagnoli, cresce in un ambiente multiculturale, nasce e lavora ad Asunción (Paraguay) nel 1975. Bronzo, ceramica, ferro, cartapesta, argilla, cera d'api e fibra di vetro, sono i materiali che plasmano le sue opere. Inizialmente guidata dai maestri Patricia Ayala, Hermann Guggiari e Gustavo Beckelmann, nelle sue prime opere, unisce la scultura e la passione per la danza creando figure che esplorano l’estetica delle linee umane e le possibilità della loro trasmutazione, nella continua ricerca di nuovi materiali che le permettano di esprimere al meglio il movimento nelle figure. La sua formazione accademica avviene presso l’Istituto Superiore di Arti dell’Università Nazionale di Asunción. Parallelamente alla carriera espositiva, realizzaza opere per commmissioni pubbbliche e private, progetta scenografie per spettacoli teatrali e di danza; . E’ docente di Arti Visive presso la Goethe Schule School di Asuncion, Paraguay.
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