Cultura

Il Natale di Roma riscoprendo gli oliveti nel mezzo della Capitale

Il Natale di Roma riscoprendo gli oliveti nel mezzo della Capitale

Non serve ricordare che al Foro Boario si trova il tempio del commerciante in olio (oleario) Marcus Octavius Herrenus che lo eresse in onore di Ercole per garantirsene il favore, l’Ercole Olivario. Il patrimonio olivicolo di Roma da scoprire

21 aprile 2026 | 14:00 | Giosetta Ciuffa

Nel 1978 una mostra ai Mercati Traianei poi passata alla storia, “Roma interrotta”, esibiva i progetti di dodici architetti su una zona scelta dalla settecentesca pianta di Giambattista Nolli: tre di loro immaginavano scenari botanici e tropicali, alcuni verosimili, altri improbabili. Il romano espatriato Romaldo Giurgola avrebbe costruito “case e giardini intorno alle Mura Aureliane e un grande parco con alberi tropicali e canali sinuosi”; Paolo Portoghesi vedeva tra Quirinale ed Esquilino “un grande fosso in fondo a una forra vergine e sopra case, botteghe, portici: una natura penetrante con violenza nella città”; il francese Antoine Grumbach ipotizzava “itinerari di archeologia vegetale, passeggiate colleganti i parchi delle grandi ville ai giardini privati, ai bordi di una natura parassita mai a Roma catalogata”.

Una Roma mai realizzata, verosimile solo per la volontà dell’architetto di non troppo discostarsi dalla realtà (o di distaccarsene del tutto restando solo su un piano di confronto), dove l’elemento tropicale è contrapposto alla natura mediterranea. Gli alberi fedeli compagni di vita romana sappiamo essere il pino domestico che punteggia il panorama e l’olivo che sempre ha avuto ruolo rilevante nella ruralità, in tutte le epoche: la sussistenza di interi nuclei familiari si è basata sulla sua coltivazione e sull’economia intorno ad essa. Nella capitale molti sono gli oliveti, sin dall’antichità, ma anche più moderni: testimoni di lunghissima data di un passato sul quale il futuro, almeno in quest’ambito, sembra proiettarsi. Un patrimonio inestimabile e come tale va salvaguardato: mai come oggi infatti ha senso il divieto di abbattimento del 1945 (o comunque l’obbligo di sostituzione). 

Se per la campagna può sembrare una cosa scontata, è solo ultimamente che si presta più attenzione agli olivi sul territorio cittadino. In tal senso si è mosso il Comune di Roma che, coerentemente con l’essere il più grande comune agricolo d’Europa per il verde e il numero di aziende agricole sul territorio, ha portato avanti la manutenzione e la cura di questo patrimonio in un’ottica di valorizzazione. Si è iniziato un po’ in sordina, nell’azienda agricola del Comune di Roma a Castel di Guido, dove si allevano vacche si razza maremmana e frisona e si producono carne, latte, formaggi e ovviamente olio; ora si prosegue con il Parco dei Romanisti a Torre Spaccata: il prodotto di entrambe le località viene devoluto in beneficenza. La stessa cura è riservata agli olivi del Parco Archeologico del Colosseo - dai quali si ottiene olio certificato igp Olio di Roma (“olio del Palatino”) - mentre sono 400 gli olivi che l’assessora Sabrina Alfonsi ha dichiarato saranno rigenerati a Villa Glori. E così via…

Non serve ricordare che al Foro Boario si trova il tempio del commerciante in olio (oleario) Marcus Octavius Herrenus che lo eresse in onore di Ercole per garantirsene il favore, l’Ercole Olivario; né citare Testaccio. Insomma, a distanza di quasi 50 anni, lo scenario immaginifico degli architetti cimentatisi nella rivisitazione delle tavole del Nolli non si è realizzato, anzi si cerca di recuperare quanto è andato perso nell’urbanistica; di tropicale abbiamo un po’ il clima; i parassiti sì, quelli ci sono; gli olivicoltori grazie al cielo, o a Ercole Olivario, ancora non hanno perso la pazienza. Le descrizioni invece sono tratte da un articolo del 1978 scritto da mio padre, che per il Corriere della Sera andò alla mostra. Ciao papà, non puoi più leggermi ma ti saresti divertito.  

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