L'arca olearia

Il commercio oleario italiano affonda le sue radici nell'Antica Roma

Il commercio oleario italiano affonda le sue radici nell'Antica Roma

Almeno tre le figure specializzate nel commercio oleario in epoca augustea. Ideato un sistema di tracciabilità molto sofisticato. Anche allora l'olio era andaluso

13 gennaio 2023 | Giosetta Ciuffa

Che Testaccio venga chiamato “monte dei cocci” è noto ma quello che può sembrare un affettuoso soprannome in realtà svela la rilevanza di quest’area, sede di scavi archeologici fondamentali per lo studio dell’economia dell’antica Roma. Legato a doppio filo al commercio dell’età imperiale romana, l’attuale Rione XX deve il nome alle testae, anfore olearie in ceramica rinvenute nel mons testaceus, “monte di cocci” artificiale da esse costituito, le quali sono infatti ricordate nello stemma rionale e nella fontana in travertino in piazza Testaccio, su progetto del 1927 dell’architetto Pietro Lombardi.

A differenza di altri tipi di anfore che potevano essere riutilizzate, le olearie invece finivano in quello che a noi più che un deposito può sembrare una discarica - e la funzione questa era - ma realizzata scientificamente al fine di occupare meno spazio possibile: si stima il monte contenga i resti di 25 milioni di anfore da 70 kg. Unica aggiunta la calce, per ovviare alla decomposizione dei residui di olio, in larga parte proveniente dalla Hispania Baetica (e dall’Africa: una minima parte delle anfore gettate proviene da lì).

Corrispondente più o meno all’Andalusia e così chiamata per via del fiume Baetis (Guadalquivir), la Betica è la provincia romana che, insieme alla Lusitania, nacque dalla divisione augustea della Hispania Ulterior; venne suddivisa in quattro distretti le cui città principali erano Gades (Cadice), Hispalis (Siviglia), Astigis (Écija) e Corduba (Cordova).

Tra i diversi archeologi che operarono sul campo, l’epigrafista tedesco - ma nato a Roma - Heinrich Dressel legò indissolubilmente il proprio nome alle anfore olearie del monte Testaccio, per via del gran lavoro di catalogazione e classificazione non solo di esse ma anche delle informazioni che vi trovò scritte, come in una moderna etichetta. Le inserirà tutte nel Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL), la raccolta delle iscrizioni latine che aveva visto la luce sotto Theodor Mommsen, di cui l’archeologo era allievo. Specifica per il trasporto dell’olio betico fra I e III secolo d.C. è la grande e panciuta anfora “Dressel 20” e ne vengono meticolosamente registrati bolli (stampigliature impresse a caldo), graffiti e tituli picti (iscrizioni dipinte con inchiostro nero o rosso). Riportano i tria nomina del proprietario del contenuto, peso, tara, lotto, provenienza, date consolari (i due consules ordinarii che annualmente entravano in carica) ma anche il nome del dominus proprietario dell’officina; i praedia che fornivano le olive o anche l’argilla con cui il vasaio aveva forgiato l’anfora; gli officinatores, coloro che lavorano nelle figlinae di produzione; i navicularii, armatori o proprietari di navi onerarie.

Questi ultimi erano fedeli al dio dei porti fluviali Portunus, di cui a Roma resta ottimamente conservato il tempio in piazza Bocca della Verità, noto anche come tempio della Fortuna Virile; in effetti il trasporto via acqua era fondamentale per l’economia dell’Urbe che nel corso dei secoli si è dotata di numerosi porti, non più esistenti purtroppo. Un omaggio alla navigazione fluviale lo fece Pietro Bernini ideando la Barcaccia, fontana in travertino ispirata proprio alle imbarcazioni tipiche del Seicento.

La Betica cominciò a inviare olio a Roma in età augustea e molte erano le figure intorno al commercio oleario. I mercatores erano commercianti mentre i negotiatores sembra avessero più ampie mansioni. Non è ancora chiaro che facessero i diffusores olearii: forse intermediari regionali dei negoziatori (una sorta di rappresentanti dei produttori); forse smistatori del prodotto nei porti di arrivo; ancora, dal verbo diffundere (travasare), imbottigliatori di olio alla partenza, prima dell’imbarco. Il diffusor olearius poteva quindi avere mansioni di controllo quantità e qualità finalizzate all’esportazione. All’arrivo nella capitale dell’impero peraltro pare sovrintendesse all’immagazzinamento negli horrea e alla distribuzione ai rivenditori romani e pertanto fosse connesso all’annona imperiale, la raccolta annuale di generi alimentari per una successiva distribuzione alla cittadinanza. Si sono anche trovate delle associazioni commerciali, in qualità di intermediari betici, tra alcune di queste professionalità, inclusi i navicularii che mettevano la propria flotta a disposizione della prefettura dell’annona, fino all’età severiana, quando l’imperatore Settimio Severo e i figli Caracalla e Geta sostituiscono questi vettori privati; ancora dopo, sulle anfore si riporta Fisci Rationis Patrimoni Provinciae Baeticae (trasporto demaniale).

Bibliografia

José Remesal Rodríguez. “Olearii” in “Epigrafia 2006. Atti della XIVe rencontre sur l’epigraphie, in onore di Silvio Panciera”, a cura di Maria Letizia Caldelli, Gian Luca Gregori, Silvia Orlandi. Edizioni Quasar.

Christian Rico. “Mercatores, negotiatores et diffusores olearii et le commerce de l’huile de Bétique à destination de Rome aux Ier et IIe siècles de notre ère”. Revue des Études Anciennes, 2003

Franca Taglietti. “Un inedito bollo laterizio ostiense ed il commercio dell’olio betico” in “Epigrafia della produzione e della distribuzione. Actes de la VIIe rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde romain”. École Française de Rome, 1994

Il prof. Remesal Rodríguez è inoltre fondatore e direttore del CEIPAC (Centro para el estudio de la interdependencia provincial en la antigüedad clásica) e ha co-diretto con il prof. José María Blázquez Martínez gli scavi archeologici al monte Testaccio. http://ceipac.ub.edu

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