Cultura

USARE IL TEATRO PER RIPENSARE IL MEZZOGIORNO. IL GRANDE MERIDIONALISTA NITTI ENTRA NUOVAMENTE IN SCENA

Uno spettacolo teatrale dedicato alla figura del noto statista lucano Francesco Saverio Nitti. Un'iniziativa coraggiosa di Francese, Barca e D'Antone, che con "Paradossi della mia vita" ripercorrono un insegnamento che si è mosso tra pensiero, azione e sentimento

02 luglio 2005 | Alfonso Pascale

E' stato un evento senza precedenti allestire uno spettacolo teatrale dedicato alla figura dello statista lucano Francesco Saverio Nitti, non già in una sala munita di palco scenico, ma nella cornice un po’ monotona di un padiglione fieristico, tra un convegno e l’altro dell’ultima edizione del "Forum della Pubblica Amministrazione", svoltosi a Roma nelle settimane scorse. Usare, infatti, il teatro per ripensare al Mezzogiorno sorretti dalle riflessioni di uno dei padri del meridionalismo è stata senza dubbio un’iniziativa coraggiosa grazie all’estro di Gianpiero Francese, giovane regista della compagnia teatrale “Opera”, alla sensibilità di Fabrizio Barca, dinamico capo del Dipartimento per le politiche di sviluppo del Ministero dell’Economia, e all’audacia di Leandra D’Antone, studiosa di storia contemporanea.

Pensiero e azione in Nitti s’intrecciano e diventano un’esperienza di vita di grande originalità. E dunque chi ha potuto assistere alla rappresentazione ha avuto modo di percepire non solo la complessità della sua figura umana, ma anche come una politica economica viene concepita e si realizza, da quali visioni scaturisce, quali difficoltà fronteggia.



La scena prima di Paradossi della mia vita ci conduce al febbraio 1911, quando Nitti ricopre l’incarico di Ministro di Agricoltura, industria e commercio e incontra il suo antico maestro Giustino Fortunato, anch’egli lucano, da cui lo separa l’approccio al meridionalismo: nel vecchio senatore prevale la critica severa e pungente alle classi dirigenti, in Nitti invece la denuncia viene sempre dopo la ricognizione tecnico-scientifica dei problemi del territorio e la valutazione degli orientamenti dei suoi attori.

Nella scena seconda il dialogo è con Maurizio Capuano, amministratore delegato della Società meridionale di elettricità. Qui Nitti riflette sui problemi attuativi del Programma di elettrificazione del Mezzogiorno, sostenuto da un pool bancario e da finanziamenti pubblici, e fa emergere la difficoltà – che ancora oggi, a distanza di molti decenni, permane nell’azione di governo – quando si passa da una gestione pubblica dei servizi ad una gestione privata promossa dallo Stato.

La scena terza è dominata dall’incontro con Gabriele D’Annunzio, protagonista di una vicenda parallela a quella di Nitti e che, evocata, fa emergere il nitore delle differenze di due esperienze culturali e politiche che tuttavia sono del tutto comparabili nel loro spessore.

La scena quarta rappresenta lo statista che torna nel maggio 1944 dal suo esilio in Germania e ricorda la prigionia in terra tedesca di suo figlio Vincenzo, 26 anni prima, nella Grande Guerra. Ma Nitti anche in questo caso non può fare a meno di mettere in luce un paradosso, che tutti gli osservatori stranieri avevano notato: egli era stato l’unico fra i capi di Stato europei a tentare di correggere dopo la prima guerra mondiale le pesanti sanzioni inflitte ai tedeschi dal Trattato di Versailles.

Nella scena quinta fa la sua apparizione Antonia Persico, colta e amorevole moglie di Nitti. Ella era morta precocemente insieme a due dei suoi cinque figli lasciando l’uomo politico nel dolore più profondo. Lo spettacolo si conclude perciò con una lettera privata, di rara intimità, che Nitti – uomo, marito e padre – indirizza ad Antonia.

Si deve certo alla bravura degli autori e della compagnia teatrale il successo di questa operazione culturale, ma l’esperimento si è potuto compiere grazie anche allo spessore del tutto straordinario della figura che si è voluta evocare. Solo pochi altri protagonisti del ventesimo secolo hanno così intimamente condensato nella propria esistenza pensiero, azione e sentimenti da segnare un’intera epoca. Pensando alla politica agricola a me vengono in mente prima d'ogni altro Manlio Rossi-Doria e Giuseppe Medici. E mi auguro che presto anche questi personaggi siano messi in scena, tra una diapositiva e l’altra, in quei convegni di studio un po’ cupi quando tentiamo di evocare nuove prospettive per il settore primario. Forse usando il teatro si potranno meglio individuare coloro che hanno caratterizzato davvero un periodo storico: sono quelle figure che si prestano ad essere plasmate senza difficoltà da attori e drammaturghi.

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