Cultura

Il ritratto della luna sulla terra

Il ritratto della luna sulla terra

Il deserto de Viana, a Boa Vista, è un luogo magico. Le poche persone che si incontrano lungo le strade polverose sembrano immobili come il tempo. Sembra d’essere in una terra assurda, dall’eterna attesa ma cosa la gente aspetti non si può immaginare

12 maggio 2012 | Paola Cerana

"Dio ha creato i luoghi ricchi di acqua
perché l'uomo vi possa vivere
ed ha creato il deserto
perché l'uomo vi possa trovare la propria anima"

 

Così dice una poesia tuareg, a dimostrazione di come poche e semplici parole possano racchiudere il segreto della vita e indicare i luoghi dove esso si nasconde. Il Deserto de Viana, a Boa Vista, è uno di questi luoghi magici, apparentemente vuoti, in cui è possibile riversare i pensieri più segreti e le emozioni più profonde, come affacciarsi in uno specchio infinito.

Si estende per 15 chilometri da Nord a Sud e per 10 da Est a Ovest, accoccolato nella rigogliosa Estancia de Baixo, a circa trenta minuti di fuoristrada dalla piccola capitale dell’isola capoverdiana.

Lo raggiungiamo suddividendoci in due gruppi, a bordo di due pick up battaglieri, avvezzi ormai all’asprezza di questa terra. Seduta sulla panca di legno all’esterno del pick up gusto a pieni polmoni il panorama che si srotola attorno a me. I sobbalzi non mi permettono di impugnare la macchina fotografica durante la marcia, perciò faccio il pieno con gli occhi per imprimere ogni sfumatura nella mente, perché Boa Vista racchiude in poco spazio un’infinità così vasta di paesaggi che pare essere la sintesi dell’Universo.

In alcuni tratti somiglia all’Arizona, con le sue infinite distese brulle, tagliate a metà dall’unica strada che si snoda tra le dure rocce basaltiche. In altri ricorda le coste frastagliate della California, quelle aspre e inaccessibili che si tuffano a strapiombo tra le onde del Mar di Cortez fino a Cabo San Luca. Poi, improvvisamente, ecco le falesie taglienti che scivolano docili dietro un’insenatura e si sciolgono lungo una spiaggia di borotalco, dolce e accogliente come quelle delle Antille più vergini. All’interno ci sono tratti in cui pare di trovarsi nel mezzo della savana africana, se non fosse per l’assenza quasi assoluta di animali. Una distesa di sale cristallizzato a ridosso di una spiaggia ricorda, invece, un lago ghiacciato in alta montagna su cui vien voglia di mettersi a pattinare.

Infine c’è lui, il cuore dell’isola: il Deserto, il ritratto della Luna sulla Terra.

Per raggiungerlo attraversiamo alcuni villaggi pittoreschi che sembrano usciti da un quadro naif e ne approfittiamo per fare una sosta e rubare qualche foto. Rabil, Joào Galego, Bafureira e Fundo das Figueiras: in questi villaggi sembra aleggiare un’atmosfera insolita, come se qui il tempo si fosse fermato all’improvviso. Somigliano a paesi fantasma, deserti tanto quanto il deserto. Sono le abitazioni variopinte con fantasia d’artista ad animare il paesaggio ma stranamente hanno tutte le porte e le persiane chiuse. Chissà se c’è qualcuno dentro. Silenzio. Solo qualche cane insonnolito si stiracchia indolente, incurante della nostra presenza.

Le poche persone che si incontrano lungo le strade polverose sembrano immobili. Immobili come il tempo. Mi sembra d’essere in una terra assurda, dall’eterna attesa ma cosa la gente aspetti non lo immagino. Mi pare di vedere Vladimiro ed Estragone che aspettano Godot, con la differenza qui non ci sono le foglie cadute a segnare il trascorrere dei giorni, come nell’opera di Beckett. Solo il nostro passaggio sembra interrompere il silenzio e risvegliare la gente come uno schiocco di dita da uno stato d’ipnotico torpore. Siamo forse l’attrattiva principale di questa giornata che immagino si ripeta identica a se stessa da chissà quanto tempo. Per questo, forse, i ragazzini si prestano apparentemente volentieri ai nostri sguardi curiosi e ai nostri scatti invadenti.

Immagino che dopo la nostra partenza, la gente torni composta al suo posto, come un soprammobile rimesso in ordine, seduta sui marciapiedi, davanti alle porte chiuse delle case, in silenziosa attesa del prossimo straniero and they’re still waiting for Godot …

Riprendiamo la strada con le macchine fotografiche mai sazie di colori ma una volta approdati alle porte del Deserto, lo scenario che si spalanca ai nostri occhi impone a tutti una raccolta e reverenziale contemplazione.

Il Nulla. L’infinito. Resto in silenzioso incantamento. Mi pare un sacrilegio guardare quello spettacolo attraverso l’obiettivo per ridurlo a un fotogramma. Il soffio costante dell’harmattan, il vento sahariano, è un respiro caldo e familiare che carezza le dune, come un bacio avido di curve flessuose e anfratti proibiti. Le geometrie si sfaldano e si ricompongono come cristalli liquidi dentro un caleidoscopio. Pennellate d’ocra si sperdono a vista d’occhio, interrotte qua e là da piccole macchie verdi di palme e acacie che arrancano fiere nell’arida sabbia. E’ un mare arenoso che incalza e invita a nuotare tra le sue onde sensuali, fino a risucchiare tra i suoi flutti.

Il tramonto è il complice perfetto dell’incanto. Non c’è un attimo uguale all’altro, ogni duna assume sfumature diverse in ogni istante. Cammino sulla sabbia, mi volto e subito le impronte vengono cancellate dall’alito invisibile del vento, il suo bacio ha sedotto anche me. E’ eccitante l’illusione d’essere sola. Mi torna in mente il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, quando, finito sulla terra, nel bel mezzo del deserto, dice al serpente: "Dove sono gli uomini? Si é un pò soli nel deserto." E il serpente: "Si é soli anche con gli uomini."

Invece non sono sola. Me lo ricorda il ruggito roco del pick-up che si è rianimato per riprendere il viaggio. Rivedo nella mente i volti della gente immobile nei villaggi. Mi conforta pensare che quei ragazzini e quei vecchi in attesa di chissà che siano ancora là, identici a se stessi eppure diversi da poco prima. Esattamente come questo mare di sabbia.

So che questo surreale paradiso mi mancherà quando sarò tornata alla vita rumorosa d’ogni giorno. Ma so anche che il suo ricordo mi animerà di una pienezza nuova cui potrò attingere per continuare a sognare, con la speranza di tornare qui con chi amo, un giorno, per assaporare insieme a lui le infinite vibrazioni del Deserto.

 

Potrebbero interessarti

Cultura

Il commercio di olive da tavola nel Mediterraneo orientale durante l'antichità

Il confronto con una raccolta di riferimento moderna estesa di 57 varietà coltivate e 15 popolazioni selvatiche di oliva di varie origini ha rivelato che un morfotipo principale domina il carico del naufragio Mazotos, integrato da altri tipi in quantità minori

13 marzo 2026 | 11:00

Cultura

Olio extravergine e musica classica: quando il gusto incontra l’armonia

Un gioco affascinante: associare una grande pagina della musica classica alle principali varietà di oliva, come se ogni olio avesse la propria colonna sonora. La personalità forte della Coratina richiama l’emozione del celebre coro Va, pensiero

12 marzo 2026 | 10:00

Cultura

Ecco cosa mangiavano gli italiani 2700 anni fa

Nei campioni di tartaro dei denti ritrovati sono state trovate tracce di cereali, legumi, fibre vegetali e spore di lieviti, elementi che indicano una dieta piuttosto varia e suggeriscono anche il consumo di alimenti fermentati come pane, vino e birra

06 marzo 2026 | 10:00

Cultura

Sfruttamento e gestione dell'olivo nel Mediterraneo durante la preistoria

Grazie a campionamenti di legno in siti archeologici è stato possibile distinguere tra fasi distinte nell'utilizzo dell'olivo. La storia inzia con esclusivo sfruttamento di giovani rami e ramoscelli per legna da ardere per arrivare nell'età del bronzo alla potatura per ottenere produzione di olive

03 marzo 2026 | 11:00

Cultura

Intorno alle origini e al significato delle parole: oliva, ulivo e olio

Da elaion a oleum, una denominazione che è poi rimasta anche quando sono stati utilizzati oli proveniente da altre piante, non solo nelle lingue neolatine, olio in italiano, huile in francese, oleo in spagnolo, ma anche nelle lingue germaniche

06 febbraio 2026 | 12:00 | Giulio Scatolini

Cultura

Gli agronomi medioevali dell'ordine religioso degli agostiniani

L’ordine agostiniano ha costruito il suo potere attraverso miracoli agronomici: ripristinare la terra sterile, guarire il bestiame, far rivivere alberi da frutto. Questi atti hanno aiutato le comunità rurali a sopravvivere e hanno dato legittimità all'ordine

05 febbraio 2026 | 11:00

Commenta la notizia

Per commentare gli articoli è necessario essere registrati

Accedi o Registrati

Paola Cerana

12 maggio 2012 ore 13:19

Forse la magia del Deserto sta proprio nel dialogare con lo spazio che c'è dentro ognuno di noi, suscitando sfumature emotive diverse, proprio come i suoi colori al tramonto. Certo, quando si è innamorati anche il Deserto può diventare rosa.
p.s. Gentile Giovanni, non conosco politici, per mia fortuna, ma se sognano spero non venga loro in mente di tassare anche le emozioni. Io non potrei permettermi di pagare un prezzo tanto alto e sarei costretta alla fuga, possibilmente con chi amo, magari nel deserto.

Vincenzo Lo Scalzo

12 maggio 2012 ore 09:06

Bellissimo il ritorno alla capacità di trasferire la tua sensibilità al paesaggio, all'ambiente, allo spirito e ai sensi.

giovanni caravatti

12 maggio 2012 ore 07:59

E' un posto adatto ai nostri politici,loro sognano, e noi?

roberto pini

12 maggio 2012 ore 07:54

Un racconto vivo che suscita nel lettore l'incanto per il deserto e il desiderio di assaporarlo, un giorno, con una persona amata.