Cultura
Avvicinando le labbra alla patera
Un mare vinoso ondeggiava tra il bordo levigato e il centro su cui faceva perno il pollice, il dito che ha distinto l’evoluzione della specie. Una intensa prosa di Nicola Dal Falco
16 ottobre 2010 | Nicola Dal Falco

Libavano sdraiati sul fianco, recumbenti, simili a statue fluviali, puntando il gomito sopra il cuscino, ansa sabbiosa, in posizione di vigile abbandono, scrutando lâaria come un paesaggio, avvicinando le labbra alla patera, al piatto rituale dove un mare vinoso ondeggiava tra il bordo levigato e il centro su cui faceva perno il pollice. Il dito che ha distinto lâevoluzione della specie, che si sporca dellâidentità personale ed è quindi faccia (la propria) e al tempo stesso misura di cose.
Allungato anchâesso, a formare un arco tra lâestremità del piatto e il rilievo che affiora dal fondo.
Affiora dal mare come unâisola e dalla terra come la pietra di Giacobbe che copre lâabisso e da cui, appoggiata la tempia, quasi scaturisce il sogno della scala.
La patera, usata nei sacrifici e nei banchetti, è una scodella piatta che assomiglia a un disco, che si fa concavo lungo la circonferenza e convesso al centro.
Per questa sua forma racchiude in sé sia lâimmagine del centro sia quella del cerchio. Lâocchio si sposta pendolarmente da questo a quello, suggerendo unâunità di senso che va oltre il valore decorativo dellâoggetto.
E, infatti, lâaspetto simbolico si palesa con maggiore evidenza negli esemplari più semplici, quelli in terracotta.
Nessunâaltro dettaglio si frappone alla vista e al tatto, conducendo lâosservatore a contemplarne, fin quasi ad accarezzarne, il significato riposto.
Nella patera, dunque, è rappresentato il centro, punto da cui si irradia il tutto. Centro è il principio che come un sasso cade dallâalto, rompendo la superficie immobile delle acque inferiori, riverberando il movimento concentrico delle acque superiori. Cade per far accadere.
Mare sopra e mare sotto, fluenti e rifluenti da un centro che in cielo corrisponde alla stella polare e sulla terra al luogo o meglio al tempo della rivelazione.
Se lo intendiamo come luogo penseremo appunto alla pietra sacra, perno polare terrestre, albero, monte, isola, altare, tempio.
Mentre, se lo viviamo come tempo dato, allora, il suo venire è quello del soffio divino, dellâebbrezza, dellâonda, del salmodiare, della parola che radica nomi, dello stare contemporaneamente dentro e fuori dal tempo creato/subito.
Visivamente è il liquido scuro che circola nella patera con movimento uguale a quello delle stelle circumnaviganti la polare.
Al centro corrisponde il cerchio, che altro non è che un punto esteso, che partecipa della stessa perfezione.
La linea circolare non subisce alterazioni, non ha direzioni, si precisa senza allontanarsi, curva verso il suo inizio e la sua fine.
Evoca il cielo, che si distende sopra lâorizzonte, e prefigura il tempo avvolgente e uguale a se stesso. Tuttavia la circolarità non è solo positiva, ma accoglie in sé anche la giustificazione opposta, il movimento che avanza e avanzando incorre nellâimperfezione, nel ciclo.
Un progredire verso, simboleggiato dalla ruota la cui velocità è condizionata dallo slancio iniziale e destinata a scadere progressivamente per poi riprendere il moto, sospinta dalla propria forza dâinerzia.
Così si genera il divenire, il cui andamento è spiraliforme. La vita procede da un punto e a quello ritorna.
Nel sacrificio e nel banchetto il gesto di versare quanto quello del bere dà il via al processo: lâofferta torna allâofferente sotto forma di certezze o gaudio. Unâattesa che sempre si rinnova.
Proprio la forma della patera con i suoi riferimenti espliciti al centro e al cerchio mostra a quale intensità dâintenzioni ed emozioni si affidavano i sacerdoti e i convitati.
E qui, vale la pena di ricordare che il pittogramma con il punto inserito nel cerchio rappresentava il sole, la sua forza stabile e al tempo stesso irradiante.
Lâastro, che insieme alla luna, scandisce il tempo quotidiano, attraversa il cielo da est a ovest.
Nel piatto rituale, al sole e al suo percorso si sovrappone lâaltro asse, quello nord-sud.
Il pollice, scrigno di volontà , collaboratore diretto dellâindice e suo servitore nel passaggio dal pensiero allâatto, si trova a premere proprio nel punto dâintersezione delle quattro direzioni cardinali.
Porlo al centro ricorda, poeticamente, il desiderio di avvicinare la tempia alla pietra della rivelazione, di abbandonarsi, aderendo al sonno della materia e al conseguente risveglio nei cieli, dopo essere stati risucchiati lungo lâasse del mondo.
Ineffabili, allora, appaiono quelle patere in metallo sbalzato che schiudono sul fondo la corolla del loto blu.
Quello che in Egitto veniva paragonato alla fenice e il cui profumo sembrava esalare come unâorma aerea di paradiso. Indica la nascita e la rinascita, aspirarlo in piena concentrazione libera dalla necessità .
dicembre 2008
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