L'arca olearia

L'olivicoltura pugliese è alla frutta

L'olivicoltura pugliese è alla frutta

Il mercato delle olive che c’è sempre stato, ma spesso sottaciuto, è esploso in forma massiccia dopo la tempesta della Mosca olearia della campagna 2014/15, quando Peranzana e Coratina hanno iniziato a viaggiare regolarmente

14 gennaio 2022 | Maurizio Pescari

Aldilà dell’efficacia giornalistica del titolo, pare proprio che l’olivicoltura pugliese stia cominciando a seguire la strada tracciata da altri frutti agricoli di quella terra. La sensazione è che nella zona maggiormente vocata all’olivicoltura, quella che unisce la provincia di Baria/Andria/Trani a Foggia, ci sia la volontà di interrompere una filiera storicamente legata alla produzione di olio, fermandosi alla commercializzazione delle olive, lasciando l’incombenza dell’estrazione ad altri. La Puglia, che da sola produce il 35/40% dell’olio italiano, con un colpo geniale ha fatto sì che molti olivicoltori diventassero frutticoltori, senza stare a perdere tempo e risorse con l’olio.

Granaio d’Italia

In Puglia l’agricoltura è una voce determinante che fa del Tavoliere una terra eccellente, tanto da farne non solo il granaio d’Italia, ma collegando anche colture diversificate che vanno dalla frutta agli ortaggi. Il mercato delle olive che c’è sempre stato, ma spesso sottaciuto, è esploso in forma massiccia dopo la tempesta della Mosca olearia della campagna 2014/15, quando Peranzana e Coratina hanno iniziato a viaggiare regolarmente consentendo a tanti, in tutta la Penisola, di produrre olio; mai come ora era apparsa una scelta imprenditoriale netta, come appare invece oggi. Gli olivicoltori raccoglievano le proprie olive, producevano il proprio olio e chi ne aveva in eccesso le vendeva tranquillamente. Ora pare essere diventata scelta imprenditoriale. Impianti super intensivi che stanno crescendo negli ampi spazi dell’alta Puglia, non servono solo a produrre olio pugliese, ma a garantire olive da vendere sui mercati italiani, alla stregua delle Ciliegie Ferrovia, dell’Uva da tavola,

Uovo di Colombo

Non più olio, ma oliva, geniale accorciamento della filiera e dei costi. Beninteso, questa non è una denuncia, ognuno è libero di decidere cosa fare del proprio lavoro. Anzi è la lettura di una differenza essenziale che dev’essere fatta al cospetto dell’ulivo: paesaggio o frutto? L’olivo produce un frutto, - non produce olio, come molti credono - e se questo ha un mercato, bene occuparlo nel rispetto del conto economico che ogni imprenditore si fa. Anche se è chiaro che un olivicoltore non si preoccupa del futuro ma del presente, non del valore di chi produrrà olio da quelle olive, ma del prezzo alla partenza, importante che il minimo d’ordine sia una motrice, 300 quintali, se poi l’olio estratto da quelle olive finirà in bottiglia e venduto a 30 o 40 euro il litro non interessa. Mio è l’uovo oggi, la gallina di domani è per altri. Non ci si preoccupa di quanto un cliente è disposto a pagare le ciliegie Ferrovia in un banco del mercato di Roma o Milano, ma di quanto spunta al primo passo; all’ammasso, direbbe il prof. Frascarelli.

Il caso Coratina

D’altra parte le potenzialità di varietà come la Coratina, protagonista di una evoluzione straordinaria grazie all’impegno di frantoiani illuminati finalmente imprenditori, è sotto gli occhi di tutti. Un’evoluzione maturata dal momento in cui questa olive, madri tradizionalmente di un olio amaro, sono finite nelle mani di frantoiani ben distanti dalla Puglia, sia geograficamente che per consuetudini, che hanno messo in risalto un patrimonio olfattivo e gustativo proprio della varietà, soffocato dal “s’è sempre fatto così e così si deve continuare a fare!”, dando alla stessa un futuro straordinariamente ricco.

I conti e la fotografia di Ismea

Non si tratta neanche di novità così grandi visto che erano ben sintetizzate da Ismea in un report sulla competitività dela wsettore pubblicato nel dicembre 2020.

Si poteva leggere:

"In alcuni importanti areali produttivi nazionali, Puglia in particolare, è noto che la PLV a ettaro derivante dalla vendita delle olive è superiore rispetto a quella ottenibile dalla vendita dell’olio. Ciò deriva dal fatto che chi commercializza direttamente le olive, pur vendendo il prodotto a un prezzo notevolmente inferiore rispetto all’olio, non sostiene i costi relativi alla molitura. Altro aspetto positivo di questa modalità di commercializzazione è correlato ai flussi di cassa, che nel caso della vendita delle olive sono immediati, contestuali alla consegna del prodotto al frantoio. Per le imprese che commercializzano olio, al contrario, i ricavi possono essere incassati anche parecchi mesi dopo soprattutto nelle annate abbondanti, quando gli imprenditori tendono a stoccare il prodotto, con ulteriori spese, per spuntare un prezzo migliore."

E ancora:

"Tra le aziende intervistate ce ne sono 32 che vendono prevalentemente olio e 18 che commercializzano prevalentemente olive: le prime hanno un ricavo medio derivante dalle vendite di 4.125 euro/ettaro contro i 3.299 euro/ettaro delle unità produttive che vendono prevalentemente olive"

Questo perchè:

"Relativamente ai costi variabili, questi sono nettamente più elevati nelle aziende che vendono olio, 2.983 euro/ettaro, a fronte di 2.042 euro/ettaro della categoria in cui prevale la vendita di olive. La differenza più marcata è per la voce del lavoro conto terzi (incidenza media sul totale costi variabili rispettivamente del 9% per aziende che vendono principalmente olio e dell’1% per quelle che vendono prevalentemente olive).
Il totale dei costi variabili incide sui ricavi di vendita delle aziende che co mmercializzano prevalentemente olio EVO per il 72%, determinando un margine operativo lordo di circa 1.142 euro/ettaro, mentre in quelle che vendono principalmente olive invece i costi variabili pesano sui ricavi per il 62% e il MOL è pari a 1.257 euro/ettaro."

E alle fine:

"Il ricorso all’irrigazione e il risparmio dei costi di molitura, visto l’orientamento alla vendita delle olive, sono le variabili principali che garantiscono a queste aziende la copertura di tutti i costi fissi e variabili, oltre alla remunerazione dell’imprenditore, anche senza la presenza di contributi."

Ma chi ci guadagna, se quest’anno sono partite olive dalla puglia a 35 euro il quintale oltre il trasporto?

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