L'arca olearia
Il 90% dell'olivicoltura spagnola è in perdita senza gli aiuti della PAC
La crisi del sistema culturale e colturale spagnolo è stato dichiarato dall'Università di Jaen. Al livello dei prezzi degli ultimi 15 anni, l'oliveto iberico non riesce ad essere redditizio. Più industrializzazione o svolta verso la qualità
29 aprile 2016 | T N
Chi continua a guardare nella Spagna come modello olivicolo da seguire e far approdare sulle coste italiane dovrà ricredersi.
Il modello spagnolo non funziona e a certificarlo è Manuel Parras, docente di marketing e analisi di mercato presso l'Università di Jaen, che il 21 aprile scorso durante un seminario sullo stato dell'olivicoltura iberica ha dichiarato che il 90% dell'oliveto spagnolo non sarebbe redditizio, ovvero sarebbe in perdita, senza gli aiuti della Politica agricola comunitaria.
In particolare a determinare la situazione sarebbe il livello dei prezzi degli ultimi 15 anni.
Il sistema colturale e culturale spagnolo, improntato a un'olivicoltura industriale, è quindi sull'orlo del fallimento, con buona pace di chi vorrebbe esportarlo tal quale in Italia.
L'Università di Jaen ha quindi aperto un dibattito sul futuro dell'olivicoltura iberica, per recuperare redditività e competitività rispetto ad aree, come il nord Africa dove i costi colturali possono essere inferiori e possono essere utilizzate le varietà spagnole, prima di tutte l'Arbequina.
Le strade delineate nel corso del seminario sono due, assolutamente divergenti e opposte.
Secondo Manuel Parras, l'unica soluzione sarebbe spingere ulteriormente sull'industrializzazione del sistema olivicolo, al fine di ridurre i costi di produzione.
La ricetta proposta prevede la creazione di cooperative di gestione delle olivete, per adottare tecniche agronomiche standard e professionali, uguali per tutti. Il problema, similmente da quello che avviene in Italia, sarebbe poi la frammentazione. Troppe macchinari agricoli circolano con spreco di risorse. La gestione unificata sarebbe l'unica soluzione. Non solo, secondo Parras andrebbero unificate anche le proprietà, in particolare riducendo o annullando le capezzagne presenti tra diversi appezzamenti, così intensificando ulteriormente la coltura e abbattendo i costi.
Da olivicoltori a semplici prestatori di olivete. E' questo il futuro delineato da Parras per l'olivicoltura iberica, con grandi cooperative di servizi agricoli che dovrebbero razionalizzare le tecniche colturali e quindi abbattere i costi. Una fabbrica a cielo aperto. Solo in questo modo, secondo il professore, sarebbe possibile indirizzare meglio le risorse della PAC, che andranno a esaurirsi, verso un'olivicoltura multifunzionale che non può essere gestita in maniera cooperativistica.
Di diverso avviso, però, è il presidente del consiglio di Jaen, Francisco Reyes, che vorrebbe un'olivicoltura andalusa votata alla qualità. Solo così si può puntare a una “redditività sostenibile”. Secondo Reyes: “occorre indirizzarsi verso la qualità, non dobbiamo solo essere il principale paese produttore di olio d'oliva ma anche il più grande produttore di qualità olearia al mondo.”
Quale strada sceglierà l'olivicoltura spagnola?
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