L'arca olearia

L'olio d'oliva italiano sarà assente dagli scaffali. I consumatori mondiali ne sentiranno la mancanza?

Se nel mercato globale nei prossimi mesi si sentirà l’assenza del nostro extra vergine allora sarà una grande opportunità per tutto il comparto. Altrimenti...

13 novembre 2014 | Marco Antonucci

Nel mese di ottobre ho visitato per lavoro regioni che per me sono “simboliche” della nostra olivicoltura: la più produttiva (Puglia), la più famosa (Toscana), la più piccola e più a nord (Lombardia), l’emergente (Basilicata). La situazione mi è parsa anche più grave di come viene raccontata in queste settimane dalla stampa.

Non mi dilungo qui a scrivere cosa ho visto e che oli ho assaggiato, per non ripetere quello che altri amici di Teatro Naturale hanno già ampiamente descritto con dovizia di particolari. Sono inoltre ben cosciente del fatto che molte aziende sono in crisi e molte famiglie sono disperate per siffatta situazione e proprio per questo non farò considerazioni economiche, sociali o politiche perché rischierei di appesantire una già infelice situazione e perché non ne sarei capace non essendo un economista, un sociologo o un politico, ma un semplice architetto. E proprio come tale, nel vedere la situazione disperata, mi sono tornate alla mente alcune parole che ebbi la fortuna di ascoltare e condividere con Bruno Munari (è considerato uno dei maggiori artisti, inventori, scrittori e designer italiani del novecento) durante alcuni incontri nella mia specializzazione post-laurea.

Munari, per spiegare alcuni aspetti legati al marketing, al mercato, alle marche, richiamava spesso un pensiero che potrei così riassumere: “Una persona è importante non quando si sente la sua presenza, ma quando si sente la sua mancanza”. Il concetto è di per sé molto semplice, quasi ovvio: se a una festa tra conoscenti manca una persona e nessuno se ne accorge, vuol dire che c’è nessun interesse per lei; se una persona viene annunciata molte volte prima del suo arrivo e magari si chiede di aspettarla prima di andare via vuol dire che – per importante che sia - non è di interesse per nessuno.

Credo che questo concetto possa essere impiegato anche nel caso dell’extra vergine italiano.

Se nel mercato mondiale nei prossimi mesi si sentirà l’assenza del nostro olio allora sarà una grande opportunità per tutto il comparto, che dovrà far fruttare questa importanza che gli viene riconosciuta: valorizzare i territori, le DOP, incentivare l’unione dei produttori soprattutto nelle singole e specifiche aree, ragionare sui prezzi che dovranno puntare al rialzo ed essere più remunerativi, salvaguardare concretamente il made in Italy.

Si potrà allora dimenticare quella politica che spesso ancora si vede, fatta di “tanto sono stranieri e non capiscono che è difettato [oppure] che qui noi lo imbottigliamo solamente”, “il mio vicino vende l’olio a 10 euro e io allora lo vendo a 9”, “il mio è più buono del tuo”, “piuttosto che unirmi con il mio vicino non raccolgo le olive”,… E se l’olio finisce… Finisce per davvero: non ce ne è più.

Questo momento di forte sofferenza sul lungo termine potrebbe essere una buona opportunità per rilanciare l’immagine e l’economia di un settore ancora ricco di potenzialità: i produttori potrebbero riconfermare con orgoglio che l’extravergine italiano è importante e irrinunciabile per il mondo.

Ma se il mercato internazionale non si accorgerà di questa crisi e la domanda verrà colmata da altri stati che in questi anni hanno modificato prodotti e strategie di vendita… Allora sarà forse un po’ tardi fare un’analisi per capire dove si è sbagliato, perché il nostro extra vergine sarà già fuori dal mercato.

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