L'arca olearia

Il DNA per scoprire le frodi nel mondo degli oli d'oliva

Ancora oggi nel mondo l'adulterazione più praticata è l'aggiunta di oli di semi, in particolare canola, per poi spacciare il prodotto come extra vergine

22 giugno 2013 | R. T.

Si tratta di un problema largamente sottovalutato in Europa e nel bacino del Mediterraneo dove l'attenzione, da qualche anno, si sta catalizzando sui deodorati, ma che interessa gran parte del globo, a partire dagli Stati Uniti.

Forte infatti la tentazione in paesi dove vi è un'elevata produzione di oli di semi, girasole e canola in particolare, di fare una miscela spacciando poi il prodotto così ottenuto come extra vergine.

Recenti casi, proprio in Usa e Australia, hanno dimostrato che tali truffe sono ancora molto praticate nel mondo e che quindi vi è la necessità di trovare sistemi di controllo sicuri, rapidi, efficienti e poco costosi.

Talwinder Kahlon e Ken Lin dell'ARS di Albany in California, corrispondente al CRA italiano, hanno infatti sviluppato un metodo di analisi basato sulla tecnologia PCR (polymerase chain reaction) per confrontare il DNA dell'oliva a quello di altri due tipi di semi oleosi: colza e girasole.

Il test si concentra sulle regioni chiave di due geni, matK e psbA-trnH.

Il gruppo di ricerca ha dimostrato che la sequenza di DNA di regioni specifiche di questi due geni fornisce una base di confronto attendibile e può essere utilizzato per rilevare rapidamente la presenza degli oli non provenienti dall'oliva in un campione etichettato come extra vergine.

Il test può identificare una miscela quando è presente anche solo il 5% di un olio di semi in miscela. Poco l'olio necessario per eseguire la prova analitica, circa un cucchiaino da caffè. Inoltre il metodo è piuttosto rapido, richiedendo, dalla preparazione del campione fino al risultato non più di 2 ore e mezza. Inoltre non sarebbe particolarmente costoso perchè richiede solo le attrezzature e gli equipaggiamenti che la maggior parte dei laboratori del DNA hanno già a portata di mano.

Con un ulteriore approfondimento, la procedura potrebbe essere usata per identificare altri oli vegetali, come l'avocado, nocciole, soia, o noce, anch'essi a volte aggiunti nell'olio per le frodi.

L'idea di utilizzare tecnologia PCR per rilevare specifico DNA vegetale in olio di oliva non è nuova. Ma Kahlon afferma che il loro approccio offre diversi miglioramenti rispetto altri test basati su PCR.

Per prima cosa, infatti, il loro processo si basa su analisi del DNA dei plastidi. “Il doppio strato di membrane in cui questo DNA è racchiuso può proteggerlo da eventuali danni che potrebbero altrimenti inclinare i risultati dei test” ha affermato Kahlon.

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GIOVANNI PASSERI

22 giugno 2013 ore 17:17

L'idea è geniale, andrebbe approfondita.