L'arca olearia

Olio delle vergini o per le vergini? Un nuovo vestito per l'olio da olive

I risultati ottenuti con la legge 1407? Li racconta per noi Fausto Luchetti: per non penalizzare sui mercati chi non riusciva a produrre oli di qualità, è stato necessario ricorrere a una classifica che consentisse a tutti i produttori di ritrovarsi in una delle categorie previste dalla legge. Il futuro? Rivedere l'attuale classifica per l'unica definizione di "succo di olive"? (6. continua)

20 novembre 2010 | Fausto Luchetti



Cinquant’anni: possono sembrare molti ma cosa possono rappresentare per un prodotto millenario? Un prodotto che nel corso dei secoli ha assunto, nella sua eccezionale versatilità, i ruoli più disparati, in particolare nella conca mediterranea, da cui trae la sua origine, e che ancora oggi rappresenta la trama e l’ordito della “mediterraneità” dei popoli che in essa vivono.

In effetti, non si può parlare di “life style” mediterraneo, status che in molti nel mondo intero oggi ci invidiano e si sforzano di imitare, senza che il pensiero ricorra all’olivo ed all’olio d’oliva.

La legge 1407 del 1960 rappresenta sicuramente un momento importante, per l’Italia, nella ricerca, per i legislatori, di un “nuovo vestito”, più adatto ai tempi, che meglio abbigliasse il loro amato “figlio”.

Domenico Forcella, Donato De Leonardis, Massimo Arlini, Mario Guida, Vito Lattanzio, sono alcuni dei nomi che mi vengono alla memoria, sicuramente i veri “padri” italiani della storia moderna e contemporanea dell’olio d’oliva, che con tanta passione, entusiasmo e competenza ne hanno difeso e promosso l’affermazione sul piano nazionale ed internazionale, e dai quali il sottoscritto, giovane funzionario della Commissione europea di Bruxelles destinato al settore dell’olio d’oliva, ha avuto la sorte di apprendere i primi passi in questo affascinante settore, proprio a partire dagli anni Sessanta.

Molta acqua (o, mi si perdoni la facile ironia, molto olio!) è passata da allora sotto i ponti. In molti, da diversi settori e sempre con buona volontà, si è cercato di migliorare l’immagine di questo nobile ed eccellente prodotto, e, se ci si guarda indietro, credo di poter affermare che i risultati ottenuti sono stati sicuramente soddisfacenti.

Un ruolo importante è stato svolto dalla ricerca scientifica, tanto a livello agronomico che nutrizionale. Il Consiglio Oleicolo Internazionale, a partire dagli anni Ottanta, ha compreso l’importanza della diffusione dei messaggi frutto della ricerca scientifica, nel quadro di una campagna mondiale, che più che di promozione, si voleva di informazione ed educazione di quella classe di potenziali consumatori (ce ne sono abbastanza nel mondo da assorbire la “modesta” produzione di olio d’oliva, se raffrontata alla produzione globale di materie grasse) definiti health conscious, orientati proprio su questi tipi di prodotto.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti, in termini di qualità e di quantità esportate e consumate.

Certo, molto resta ancora da fare: per un prodotto pregiato e caro (rispetto agli altri oli vegetali), la tentazione della frode è sempre dietro l’angolo: fortunatamente, i metodi di analisi attuali consentono, se non di eliminare, quanto meno di contenere tali possibilità. Inoltre, a volte si ha l’impressione che si voglia, come si dice in Spagna, rizar el rizo (vedi i recenti tentativi in alcuni paesi sul mercato mondiale di estendere al settore dell’olio d’oliva il metodo del cosiddetto carbon footprint, tentativi che somigliano più a misure di effetto equivalente a restrizioni negli scambi internazionali che a metodi per il controllo della qualità dei prodotti).

Ci si può chiedere, come ha fatto il Direttore Luigi Caricato, al quale, peraltro, va tutta la mia stima e simpatia per le interessanti iniziative che non cessa di intraprendere in questo settore, se l’attuale classifica degli oli, in particolare la definizione “olio extra vergine di oliva” sia appropriata ed intellegibile ai più (ricordo che negli anni Settanta si rese necessario, sul piano comunitario a Bruxelles, cambiarne la definizione in tedesco, Jungfrau Olivenöl in Naturrein Olivenöl; in effetti la prima delle due definizioni, ripresa nella prima versione del regolamento nº 136/66/CEE, tradotta in italiano voleva dire “olio d’oliva delle vergini” od “olio d’oliva per le vergini”, definizione che, evidentemente, suscitava perplessità tra i consumatori tedeschi).

Se una spiegazione può essere data al “treno di parole” olio-extra-vergine-di-oliva”, è che allora, come del resto oggigiorno, non tutta la produzione mondiale era costituita da oli di pregio, senza difetti, talchè, per non penalizzare ed escludere dai mercati coloro che non riuscivano a produrre oli di qualità, è stato necessario ricorrere ad una classifica che consentisse a tutti i produttori di ritrovarsi con la propria produzione in una delle categorie previste dalla legge, e poter così esitare il proprio prodotto sul mercato a prezzi che tenevano conto della qualità del prodotto (extra vergine, vergine, lampante).

Certo, l’ideale sarebbe di poter parlare unicamente di olio d’oliva tout court, intendendo con tale definizione la spremuta di olive come succede per altri frutti, con tutte le caratteristiche dell’olio extra vergine di oliva. Per fare ciò, dovremmo poter contare su una produzione mondiale di solo extra vergine di oliva, cosa che, purtroppo, è ancora lontana dalla realtà.
Nondimeno, questo rimane l’obiettivo, anche se molto difficile da raggiungere.

Al riguardo, vorrei sommessamente ricordare che durante la mia gestione quale responsabile del Consiglio Oleicolo Internazionale, abbiamo formato più di tremila tecnici provenienti dai Paesi Membri del sud-est del mediterraneo e, come conseguenza, la percentuale dell’olio d’oliva vergine commestibile è passata dal 40% al 65% della produzione mondiale, e la percentuale degli oli d’oliva confezionati è passata dal 25% al 40% della produzione mondiale.

Piccoli ma tangibili risultati che mi pare vadano nella giusta direzione.
Mi chiedo quindi, per concludere, se non siamo di fronte ad un “falso problema”, nella misura in cui quello che a me pare importante è, nel contesto della realtà produttiva attuale, continuare a difendere l’olio d’oliva come tale, così come si è fatto in passato, pur mettendo in evidenza, per le differenti categorie, le proprietà specifiche ed i benefici di ognuna di esse.

Resta l’augurio che in un futuro non lontanissimo, una nuova realtà produttiva possa indurre il legislatore a rivedere l’attuale classifica per contemplare unicamente la definizione “olio d’oliva”, succo di olive, con tutte le sue eccellenti proprietà organolettiche e nutrizionali, così come auspicato da Luigi Caricato e da tutti coloro (e siamo moltissimi!) cui sta a cuore l’evoluzione qualitativa di questo settore.


LEGGI LO SPECIALE SUI CINQUANT'ANNI

Luigi Caricato > 1960-2010. Buon compleanno extra vergine. Tributo al re dei grassi link esterno

Gennaro Forcella > L’introduzione dell’extra vergine. Una svolta verso la trasparenza del mercato link esterno

Francesco Visioli > Olio extra vergine di oliva o pura lana vergine? link esterno

Claudio Ranzani > Cosa ci può essere di meglio dell’olio extra vergine di oliva?
link esterno

Mario Pacelli > 50 anni di extra vergine. Quel pasticciaccio (brutto?) della legge 1407
link esterno

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