Editoriali

Non c’è niente di scontato

06 dicembre 2008 | Monica Sommacampagna

Non c’è niente di scontato nella vita. Tanto meno nella viticoltura, ambito dove, che lo si voglia o no, ci si ritrova a fare i conti con quello che Maria Josè Bossi Fedrigotti chiamava “il dio del tempo meterologico”, prima ancora che con le difficili attuali condizioni di mercato. La fatica è una inevitabile compagna di cammino, non importa quanto nobile uno sia o quante aziende abbia ricevuto in dono da genitori o antenati. “Chi sceglie l’agricoltura abbraccia la carriera del frate, fa esercizio di pazienza ogni giorno. Si lavora senza sosta” diceva il blasonato Duccio Corsini da San Casciano di Pesa (Fi), primogenito del Principe Filippo.

La qualità non si può automaticamente appiccicare su una bottiglia grazie a un’etichetta, apponendo un marchio. Dietro a ogni vino dal valore riconosciuto, dietro all’apprezzamento sincero del consumatore o dell’operatore per rossi o bianchi, c’è sempre una filosofia di coerenza strenuamente difesa da parte del produttore, che parte dalla vigna e trova la sua naturale continuità nelle pratiche di cantina, fino a quando scintilla nel bicchiere e avvolge il palato in un’unica seducente emozione.

Le sfide vanno vinte ogni volta, non è consentito adagiarsi sui “tre bicchieri” conquistati o sulla reputazione acquisita in anni di attività.
Non si può clonare il rapporto esclusivo di un vitigno innamorato di un territorio, di un preciso contesto pedoclimatico, e che proprio da questo legame trae il carisma per generare un grande vino. Anni di studi di zonazione realizzati in tutta Italia ci hanno fatto ben comprendere – se mai ce n’era bisogno - come nel nostro Paese le parole terroir e cru assumano i volti più eterogenei e affascinanti, catalogabili attraverso chilometri di carte dei suoli ma certo sempre sfuggenti perché legati alla determinazione e allo spirito imprenditoriale di uomini non clonabili, che osano, che non hanno paura di sporcarsi le mani di terra.

Intervistando una ventina di nobili produttori da tutta Italia per BCM, Bordolesi, Cabernet, Merlot (link esterno), è risultato chiaro che anche per i più dotati di tenute e di ville, la campagna non rappresenta una visione bucolica. Il fatto di essere titolare da generazioni di una cantina, poi, oggi non coincide con il ritratto del giovane signore indolente tratteggiato dal poeta Giuseppe Parini.
Il mercato mette a dura prova anche i più nobili similmente alla legge di Darwin. La redditività di un’impresa non è, infatti, meramente un concetto per laureandi in Economia. Chi non riesce a far quadrare i conti alla lunga o si indebita o chiude.

Pur operando in questo contesto, però, l’azienda vitivinicola “doc” è lungi dall’essere una catena di montaggio di produzioni orientate alla qualità. In Italia, nonostante la crisi nel ricambio generazionale, si respira ancora un profumo di tradizione e di valori spesso faticosi da difendere ma importanti. Un tesoro di sentimenti di grande “valenza strategica”.

L’azienda vitivinicola rappresenta di fatto per il produttore un cordone ombelicale con il territorio. Una spinta inevitabile a guardare alla solidità delle proprie radici, nell’ansia di dare continuità a un progetto che rappresenta il tentativo di proiettare il presente in un futuro certo. Una scelta che il produttore fa non per sé, ma per i propri cari. Il Conte d’Attimis-Maniago, da Buttrio (Ud) mi diceva: “Guardare avanti è inevitabile, penso a chi verrà dopo di me. Proprio come quando si mette a dimora un vigneto si deve pensare a quando darà i suoi frutti e per quanto tempo”.

Nessuna certezza facilmente conquistata, insomma. Ma un’unica regola che offre anche una profonda molla interiore: “Avanti, sempre”. Fedeli a se stessi e ai propri valori, pronti ad accogliere sfide, cedimenti ed errori. A testa alta.
Anche in un mercato molto polverizzato, la vita riserva sempre opportunità a chi non cessa di avere fiducia nella forza del proprio carattere.

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