Editoriali
Da agricoltori a imprenditori agricoli, ecco quanto davvero ci abbiamo rimesso
Non siamo padroni del mercato, ma nemmeno garzoni: siamo visti solo come macchine da produzione, costretti a produrre a qualsiasi costo, mentre a noi resta soltanto un continuo, estenuante pagare le spese
16 settembre 2026 | 08:30 | Luana Guzzetti
C’è una magia antica nell'agricoltura, un cerchio perfetto che chiude il cielo e la terra. È la scienza più pura che l'uomo abbia mai inventato, un’arte dove nulla si spreca: la falce taglia l'erba alta per nutrirne il suolo con la pacciamatura, dai fili più robusti nascono corde, scope e strumenti per la vita quotidiana. È il miracolo delle mani che seminano e della terra che risponde, offrendo un sostentamento completo a 360 gradi.
Eppure, questa poesia oggi si scontra con una realtà spietata. Ci accusano di pensare solo ai contributi della PAC, ma la verità è che siamo dovuti diventare imprenditori agricoli per sopravvivere. Eppure, di un vero imprenditore non abbiamo più nulla: non facciamo sonni tranquilli, non possiamo permetterci più niente, soffocati da costi di produzione altissimi e da prodotti drammaticamente svalutati. Non siamo padroni del mercato, ma nemmeno garzoni: siamo visti solo come macchine da produzione, costretti a produrre a qualsiasi costo, mentre a noi resta soltanto un continuo, estenuante "pagare le spese". Con il gasolio agricolo che sfiora un euro e settanta e le scadenze dei contributi che picchiano alla porta, le difficoltà che affrontiamo le sa solo Dio.
La passione sconfinata che avevamo dentro ha dovuto cedere il passo all'ansia, all'affanno, a una tensione indicibile. Questo non è solo un problema economico: è uno schiaffo violento alla dignità umana, un colpo duro a quello che avevamo sognato per il nostro presente e il nostro futuro. Ci sminuisce come uomini e come lavoratori, costretti a lottare ogni singolo giorno per proteggere quell'antico cerchio perfetto dal rischio di spezzarsi per sempre.
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