Editoriali
L'olivicoltura del futuro richiede velocità di pensiero e di azione
Il ben noto “noi abbiamo sempre fatto così” appare più pericoloso che lanciarsi da un aereo con un paracadute bucato. Ai cambiamenti di tipo tecnologico e climatico dobbiamo aggiungere anche le normative
11 febbraio 2022 | Angelo Bo
Siamo in un’era in cui la parola cambiamento è talmente utilizzata che ci viene quasi il dubbio che non sia anche un po’ abusata. Forse alcuni eccessi possono reali, ma in sostanza è vero che i cambiamenti interessano qualsiasi settore della nostra vita e non da meno la nostra vita di olivicoltori professionali. La tecnologia ci ha stravolto il modo di comunicare, di informarci, ma anche di lavorare, e forse in olivicoltura molto deve ancora venire. Ad esempio negli ultimi 40 anni è stato stravolto radicalmente il modo di vendere l’olio, si sta evolvendo il concetto di qualità dell’olio di oliva tanto che ormai lo stesso extravergine è sorpassato o fa acqua da tutte le parti. E’ mutato il clima e con questo tutto ciò che ne consegue nel lavoro in campo, nella crescita della pianta e nelle sue possibilità di produzione.
In riferimento al cambiamento climatico, possiamo discutere all’infinito sui perché e sulle modalità, sulle definizioni e sulle classificazioni, ma il dato oggettivo ed inconfutabile è che l’andamento delle temperature e la distribuzione delle piogge sono completamente alterati rispetto al passato. Alterazioni a volte non nei cumulati annuali ma nella distribuzione nelle varie stagioni, con lunghi periodi di siccità, seguiti da piogge molto intense in pochi giorni. Idem per le temperature, inverni miti, estati con picchi torridi, le mezze stagioni che alle nostre latitudini aiutavano il passaggio più o meno graduale dalle stagioni estreme, sono ormai diventati momenti totalmente imprevedibili con sbalzi termici repentini: colpi di caldo o raffreddamenti improvvisi.
E’ evidente che in un contesto simile il ben noto “noi abbiamo sempre fatto così” appaia più pericoloso che lanciarsi da un aereo con un paracadute bucato.
Come gestori di un ecosistema produttivo dobbiamo riuscire a riconsiderare tutte le nostre pratiche agricole, la difesa, la nutrizione, l’irrigazione, la potatura, le valutazioni sulla raccolta. E’ diventato più complicato decidere cosa fare, quando farlo e come farlo, complicazioni che portano a pensare, oltre che agire, in modo costruttivo per la coltura con la necessità di informazioni sempre più dettagliate ed approfondite. Scelte improvvisate e poco ponderate sono solo portate dal caso, con il risultato finale di aumentare la variabilità dei fattori, oltre ad avere danni ingenti.
Seguire le piante nel loro sviluppo con osservazioni di campo e con il supporto di dati oggettivi ed attendibili, vedi stazioni meteo, trappole automatiche e ogni altra diavoleria possibile sarà il futuro, e ogni aiuto a capire meglio sarà ben accetto.
Utilizzare il più possibile modelli previsionali che ci aiutano a capire cosa stia succedendo alle piante, ai patogeni e ai parassiti, in modo da ottimizzare l’attività di monitoraggio in campo e le conseguenti scelte.
Ma non è finita qua perché ai cambiamenti di tipo tecnologico e climatico dobbiamo aggiungere anche le normative, che da un lato devono essere aggiornate alla situazione reale e lo dovrebbero essere in tempi molto rapidi per adeguarsi ai repentini mutamenti in ogni campo.
Spesso le normative portano anche novità dovute ad una modificata sensibilità colturale, alimentare, ambientale e ad esempio “cambiano” i prodotti fitosanitari o le strategie di difesa, è inevitabile che vengano adeguati i parametri di corretto utilizzo. Per fare un esempio pratico non è possibile impostare l’uso di un acetamiprid o di un phosmet come impostavo il trattamento con il dimetoato. Sono strumenti diversi con effetti principalmente ovocida e talvolta con profili di residualità completamente differenti; comportano rischi per l’ambiente ma anche per il corretto uso, che può portare a costi e inquinamenti inutili. Come del resto usare strategie con prodotti repellenti che non sono esenti da effetti collaterali negativi; non dobbiamo incorrere nell’errore della sostituzione di un prodotto con un altro, ma dobbiamo sempre rivolgere le nostre scelte a fare lo stretto necessario (riduzione degli input) con prodotti meno tossici possibile, in un quadro realmente integrato.
Abbiamo quella che viene definita la terza via per la gestione delle colture, dopo la nutrizione e la difesa: i cosiddetti Biostimolanti. Che non sono alternativi o sostitutivi delle altre opportunità ma devono integrarsi in un ottica complessiva di riduzione dell’uso di input tossici: con questo obiettivo il biostimolante si integra perfettamente nella ricerca di quell’equilibrio vegeto produttivo della coltura di cui tanto si parla.
Il leitmotiv “non ci può essere agricoltura senza irrigazione” è in parte vero, ma deve trovare una applicazione efficace sul territorio. Le politiche degli ultimi decenni hanno reso impossibile costruire invasi (non pozzi, che spesso non sono economicamente convenienti e altre volte sarebbero devastanti per le falde), ossia, piccoli accumuli diffusi sul territorio di acqua che avrebbero avuto lo scopo di rallentare lo scorrimento dell’acqua arrivata a valle in caso di piogge intense e costituire una preziosa risorsa idrica in momenti di carenza di piogge. Costruire oggi bandi legati all’irrigazione rischia di diventare un boomerang, ghettizzando chi non ha la disponibilità di acqua; guarda caso, le aree con meno risorse idriche sono spesso quelle aree collinari, già più difficili da coltivare e con costi di produzione più alti. Come dire che l’olivicoltore di collina è cornuto e mazziato.
Servono maggiori conoscenze, che ci aiutino ad usare meglio la risorsa idrica e anche in modi e tempi non usuali sino ad ora, ma il problema è avere disponibilità di acqua a costi economici ed ambientali accettabili.
Alla fine dei conti ciò che fa paura è la velocità con cui queste trasformazioni stanno avvenendo e noi olivicoltori e tecnici rischiamo di rimare travolti da una corsa o rincorsa continua. Il punto focale è che sta cambiando tutto il contesto in cui lavoriamo, gli strumenti a disposizione sono sempre più complessi, spesso più complicati e di conseguenza stanno aumentando le conoscenze di cui abbiamo necessità per gestire in modo corretto la nostra coltura, per ottenere produzioni sostenibili da un punto di vista qualitativo, quantitativo ed ambientale. Obiettivo che per essere perseguito necessita di una visione d’insieme, non tanto di singole nozioni, ma di un approccio organico che porti ad una strategia chiara da perseguire.
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