Editoriali

Il mondo olivicolo-oleario italiano ha bisogno di verità e trasparenza

Il mondo olivicolo-oleario italiano ha bisogno di verità e trasparenza

Il sistema che ha dominato il comparto per cinquant'anni non regge più. Basta alla retorica e all'ipocrisia. Basta a ripetere gli stessi copioni. Le bugie, così come l'ipocrisia, emergono, come l'olio sull'acqua, e col tempo irrancidiscono

11 maggio 2021 | Alberto Grimelli

L'inchiesta olearia de Il Salvagente ha scatenato una guerra commerciale tra le aziende di imbottigliamento dell'olio d'oliva, con un profluvio di lettere che si sono abbattute sui tavoli dei buyer della Grande Distribuzione.
C'è chi ha utilizzato i risultati de Il Salvagente per autopromuoversi, ed è il caso soprattutto di Monini, che ha voluto sottolineare con i compratori il risultato lusinghiero del test, poi dandone conto anche sui social.
C'è chi, ed è il caso soprattutto di Coricelli/Cirio, ha screditato l'inchiesta de Il Salvagente, evocando nuovamente il presunto conflitto di interessi dell'editore, e affermando che i marchi bocciati dal test sono quelli alto vendenti, con quote di mercato in crescita. Il non detto di tale affermazione è che una revisione dell'assortimento da parte della GDO danneggerebbe, prima di tutto, proprio i conti della GDO. Business is business.

La lettura delle lettere inviate da vari marchi ai buyer della Grande Distribuzione è davvero illuminante per comprendere lo stato del settore, un comparto che ignora legalità ed etica, perchè l'unico faro è il mercato e il profitto, anche se a scapito dei consumatori e della società.
Le imprese, tutte, hanno come missione principale il profitto. Se la rincorsa agli utili, però, scavalca anche i principi di legalità ed etica, allora siamo nel Far West.
E il Far West è quello che vogliono molte imprese olearie e gran parte della GDO, inutile nasconderlo. Il mantra è: liberalizziamo tutto, aboliamo le regole e vinca il più furbo (non necessariamente né il più forte né il più bravo). E' una visione molto italiana: quella dell'arrangiarsi e dell'individualismo elevato a virtù.

E' una posizione legittima, anche intellettualmente. Fa valere i principi della selezione naturale darwiniana, quindi dell'estinzione del più debole a favore del più forte.
Non è la mia. Le regole, per me, servono per equilibrare gli interessi dei singoli o dei gruppi rispetto all'intera collettività. Le leggi, da quando l'uomo si è riunito in clan e in popoli, hanno avuto sempre questa funzione.
Una discussione intellettuale tra queste visioni contrapposte potrebbe essere persino stimolante.

Il problema è che gran parte del mondo oleario e della GDO vuole ipocritamente nascondere la propria visione darwiniana, di prevalenza del più furbo, dietro a qualche bandiera di comodo: legalitarismo (differente da legalità), italianità, unità...
L'ipocrisia proprio non la sopporto, specie se affiancata da certa retorica.
E' ora di affermare, con chiarezza, che il Re è nudo.

Partiamo dal tema del legalitarismo.
Da parte del mondo oleario è un diluvio di citazioni di sentenze di assoluzione su inchieste, presenti e passate, giornalistiche e non. Alle sentenze si ottempera sempre e comunque, ma poi si possono anche discutere. Si scopre così che, nella stragrande maggioranza dei casi penali, si tratta di prescrizioni, non luoghi a procedere o assoluzioni dovuti alla decadenza o al rigetto, per mere questioni procedurali, di elementi di prova sostanziali.
E' l'esempio classico di come il legalitarismo prevale sulla legalità: la burocrazia si impone sullo spirito e la sostanza della legge.
Ne scaturisce una impunità diffusa, ovvero un sostanziale Far West, con la sensazione che, in fondo, basta avere l'avvocato giusto, con le entrature giuste e la conoscenza dei giusti cavilli (ricordate l'Azzeccagarbugli di Manzoni?) per averla sempre vinta. Così muore la legalità, quella che gli esperti chiamano certezza del diritto, e viene meno nella società il senso di giustizia e con esso quello di protezione e tutela. Capisaldi del vivere civile e comune.

Andiamo avanti con il tema dell'italianità.
Può la proprietà o la sede in Italia diventare una sorta di scudo e protezione, a copertura di ogni nefandezza? Lo Stato, nel bilanciamento degli interessi, può anche sancirlo. Si mettono sul piatto della bilancia i pro e i contro e, a volte, non è il meglio a prevalere, ma il meno peggio. E' realpolitik.
Le imprese di imbottigliamento che lasciano in media un terzo della produzione olivicola nazionale nelle cisterne, e con esso il reddito di migliaia di olivicoltori e frantoiani, fanno il bene dell'Italia? Le imprese di imbottigliamento che delocalizzano, creando occupazione, valore aggiunto e pagano le tasse all'estero, magari chiudendo stabilimenti in Italia, fanno il bene dell'Italia? Le aziende di imbottigliamento che vendono olio di scadente qualità sotto nome, marchio e bandiera italiana danno davvero prestigio all'Italia?
E' lecito domandarsi allora, nel bilanciamento degli interessi, se la difesa delle aziende imbottigliamento nazionali rappresenti davvero un valore da preservare.

Una riflessione, infine, merita il concetto di unità.
La filiera, intesa come tavolo interprofessionale, altro non è che un bilanciamento degli interessi dei vari soggetti che vi siedono. Se non contrapposti, si tratta di interessi concorrenti, in cui ciascuno dei soggetti cerca di ottenere la massima marginalità, politica ed economica, per sé.
E' ovvio che vi può essere un'unità del comparto, certamente quando gli interessi del comparto tutto fronteggiano gli appetiti di terzi. Vi sono certamente temi, argomenti, iniziative su cui sussiste l'unità della filiera: aumentare il valore aggiunto dell'olio italiano, specie se con fondi pubblici, vedrà certamente unità di intenti, anche e semplicemente perchè aumenta la grandezza della torta e quindi le fette di ciascuno.
Sento spesso rammentare, come esempio, l'unità della filiera olivicolo-olearia spagnola. Vedo in Spagna solo maggiore scaltrezza rispetto all'Italia, non maggiore unità. Vi sono litigi sanguinosi, anche sulla stampa, tra agricoltori e industria sui prezzi. Vedo che vi sono le stesse polemiche italiane sul sottocosto e sull'olio civetta nella GDO. Vedo però che in Spagna, sui pochi temi che la filiera condivide, la compattezza diventa ferrea. In Italia, e su questo occorre certamente fare autocritica, si gioca comunque ai distinguo per trarne un'utilità marginale, per quanto effimera.

So di essere considerato un anti-industriale.
Personalmente mi considero più un pro-produzione. Ovvero nel bilanciamento degli interessi tra produzione e commercio, l'ago della mia bilancia personale pende sempre più dalla parte della produzione, anche se ne vedo e riconosco le magagne, le problematiche, le operazioni opache e anche le illegalità.
Sono anche il primo a affermare che non è pensabile un'Italia senza un'industria agroalimentare e un'industria olearia.
Non sono tanto cieco da non vedere che il sistema, non scritto, che ha retto questo comparto per cinquant'anni, non regge più. La licenza alla truffa per gli imbottigliatori in cambio delle prebende pubbliche agli olivicoltori è stata archiviata dalla storia. Nascondere la testa sotto la sabbia, per cercare di perpetuare tale sistema, rischia solo di far affondare più rapidamente il Titanic del'olio di oliva italiano.
Occorre una grande operazione verità e trasparenza nel comparto olivicolo-oleario del nostro Paese. Quello che emergerà farà probabilmente male tanto al mondo della produzione quanto a quello dell'industria.
E' però un passo necessario perchè le bugie, così come l'ipocrisia, emergono, come l'olio sull'acqua, e col tempo irrancidiscono. E la puzza, alla fine, si sente.

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