Editoriali
Gli oliveti delle aziende imbottigliatrici sono operazioni di ingegneria finanziaria
Nel lungo periodo, anche se l'oliveto non producesse alcun frutto, l'investimento è a costo zero o quasi. Finanziamenti a tassi agevolati e vantaggi di marketing sono i plus molto ambiti
25 settembre 2020 | Alberto Grimelli
Le aziende di imbottigliamento fanno investimenti olivicoli, da centinaia di ettari, solo per beneficiarne d'immagine, con relativo volano di vendite e fatturato, o coprire eventuali truffe sull'olio italiano?
La risposta è ovviamente no.
Gli investimenti olivicoli sono prioritariamente delle complesse operazioni di ingegneria finanziaria volte a favorire la patrimonializzazione di imprese e, con essa, l'adeguata concessione di linee di credito agevolate per l'operatività del core business: l'imbottigliamento.
Occorre una premessa.
I cambiamenti climatici e le crisi economiche stanno creando un'alta volatilità dei prezzi delle materie prime. Questo vale anche per l'olio di oliva. Dopo decenni di relativa stabilità, le oscillazioni delle quotazioni all'ingrosso, anche nell'ordine del 100%, mettono in difficoltà l'operatività delle aziende imbottigliatrici. Le linee di credito di cui godono dal sistema bancario sono spesso insufficienti a garantire la liquidità necessaria per l'ordinario svolgimento dell'attività aziendale con margini di profitto crescenti. Le limitazioni finanziarie, infatti, consentono con più difficoltà l'acquisto speculativo di grandi partite, abbassando inevitabilmente il margine operativo lordo aziendale. Le banche, d'altro canto, per garantire più alti livelli di liquidità chiedono sempre di più garanzie tangibili, mobiliari e immobiliari, ad aziende che, per loro stessa natura, sono spesso a basso tasso di patrimonializzazione.
E' evidente quindi la necessità delle aziende di imbottigliamento di aumentare la patrimonializzazione, attraverso l'acquisizione di asset di patrimonio tangibili, per garantirsi le linee di credito necessarie per l'operatività aziendale, oltre a quelle già ordinariamente erogate, anche grazie alle garanzie di Stato.
Facciamo ora l'esempio, assolutamente di fantasia, di un'azienda di imbottigliamento con 100 milioni di euro di fatturato annuo e una marginalità netta del 3%. Quest'azienda deve patrimonializzare per aumentare le linee di credito dalle banche.
L'azienda in questione ha un reddito netto, prima delle tasse, di 3 milioni di euro, pagando tasse per circa 1,2 milioni di euro (stimiamo un'imposizione fiscale complessiva al 40%).
Immaginiamo ora che l'azienda vari un piano di investimenti da 15 milioni di euro in 10 anni, pari a 1,5 milioni di euro all'anno. Tali investimenti entrano a bilancio e su di essi, ovviamente, l'azienda non pagherà tasse per 6 milioni di euro complessivi con tempi di ammortamento che variano dai 5 ai 30 anni.
Immaginiamo ora che l'azienda acquisti terreni, spesso ad aste giudiziarie o a prezzi d'occasione, per 200 ettari e che su di essi impianti oliveti. L'azienda agricola, derivata da quella di imbottigliamento, potrà beneficiare dell'accesso ai fondi pubblici, come i PSR, garantendosi spesso contributi a fondo perduto che stimiamo, in difetto, nel 30% dell'investimento complessivo, quindi pari a 5 milioni di euro.
Facciamo qualche conto.
Al termine dei 10 anni l'azienda di imbottigliamento possiederà un'impresa olivicola da 200 ettari. Immaginiamo che il valore di un'oliveta, tra 10 anni, sia pari a 35.000 euro/ha. L'azienda di imbottigliamento si troverà un patrimonio da 7 milioni di euro.
L'azienda ha investito 15 milioni di euro, quindi apparentemente è un investimento poco conveniente. Da questi 15 milioni di euro dobbiamo però scorporare i 6 milioni di risparmi da tasse e i 5 milioni di euro da fondi pubblici. L'investimento reale dell'azienda di imbottigliamento è di 4 milioni di euro ma con un patrimonio che è quasi il doppio.
Ricapitoliamo: faccio un investimento decennale a costo zero o quasi, patrimonializzo l'azienda e questo mi permette di ottenere una linea di credito a tassi agevolati.
Infatti, proprio perchè agricola, le banche possano concedere una linea di credito a tassi agevolati sul 15% del patrimonio. Significano un milione di euro all'anno a cui altrimenti l'impresa di imbottigliamento non avrebbe potuto accedere.
L'analisi è volutamente semplificata, senza l'utilizzo di formule di matematica finanziaria. Un'analisi più complessa non avrebbe modificato il senso dell'operazione né i valori assoluti.
Ovviamente non sono stati conteggiati i possibili, anzi probabili, vantaggi in termini di marketing e vendite di una simile operazione.
E poi ci si chiede perchè le imprese di imbottigliamento investano in olivicoltura...
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Accedi o RegistratiMARIA GABUSI
26 settembre 2020 ore 12:46E sempre per fare esempi di fantasia immaginiamo che l’oliveto sia composto non di piante autoctone ma, che ne so , di arbequina, con buona pace della biodiversità.
Luigi Calonaci
27 settembre 2020 ore 09:38molto azzeccato il suo riferimento ad impianti con cultivar comearbequina, questi andranno a coprire importazioni di olio.Quindi anche se non produrranno per gli imbottigliatori sarà guadagno.
Luigi Calonaci
27 settembre 2020 ore 09:18Complimenti Grimelli ,la sua analisi chiarisce molto bene il fatto che i veri olivicoltori non riescono a fare bilancio, mentre gli imbottigliatori si consolidano sempre di piu. Infatti anche in Toscana nomi famosi prendono in gestione ettari e ettari di oliveti senza porre attenzione se producono o meno. Luigi Calonaci