Editoriali

Tira una brutta aria

Saranno le ricette del passato a proiettarci nel futuro? Oppure c'è bisogno di una nuova strada, di una nuova via di sviluppo? C'è voglia di rivoluzione, di cambiare, di sovvertire. Il ruolo del mondo agricolo non sarà secondario

10 giugno 2016 | Alberto Grimelli

Non so come andrà a finire il referendum sulla Brexit, tra qualche giorno.

Non so chi sarà eletto Presidente degli Stati Uniti, tra qualche mese.

So che se non avverrà un cambio profondo nella politica economica, sociale ed anche agricola le nostre peggiori paure rischieranno di materializzarsi entro breve, brevissimo tempo.

E' da qualche anno che sto sentendo parlare, sempre più frequentemente, di populismo e nazionalismo. Un fenomeno contestuale alla concentrazione di marchi, industrie e quote di mercato nelle mani di pochi, pochissimi soggetti.

In campo agricolo Bayer si è lanciata all'assalto di Monsanto. Syngenta è stata comprata dalla cinese ChemChina. Dow Chemical e Dupont si sono fuse in un unico colosso. I nomi citati, nel loro complesso, controllano il 59% del mercato sementiero mondiale e la stessa percentuale di quello dei fitofarmaci. Solo che da sei soggetti, se l'operazione Bayer andrà in porto, si passerà a tre.

Secondo una ricerca Oxfam del 2014 i 500 marchi di alimentari più venduti al mondo sono di proprietà di dieci grandi multinazionali del cibo che controllano così il 70% del mercato.

Contestualmente abbiamo assistito a un aumento delle diseguaglianze di reddito lungo la filiera, con una progressiva riduzione dei guadagni degli agricoltori a livello mondiale. Per contrastare questo fenomeno si applica la stessa ricetta che è valsa nel campo dei prodotti per l'agricoltura e di quelli agroalimentari: concentrazione.

Non essendo possibile, almeno in Europa, la concentrazione nelle mani di pochi della terra, si è pensato di convertire la parola concentrazione in aggregazione. Quindi sono nate cooperative o organizzazioni di prodotto che raccolgono quanto raccolto dai campi dai propri associati per proporlo sul mercato. Presto ci si è accorti che coop o OP troppo territoriali comunque facevano fatica a rispondere alle esigenze del mercato, rendendo necessarie ulteriori fusioni e incorporazioni.

Interessante, da questo punto di vista, studiare il fenomeno Dcoop, già Coop Hojblanca, in Spagna che ormai raccoglie il 20-30% della produzione d'olio d'oliva iberica. Stando al livello di insofferenza degli olivicoltori e frantoiani spagnoli, questa progressiva aggregazione non ha portato alcun beneficio agli agricoltori. Senza la politica agricola comunitaria l'olivicoltura iberica sarebbe in perdita.

La strada scelta, dopo la crisi economico-finanziaria del 2008, è stata quella della concentrazione e aggregazione.

A quasi dieci anni di distanza, però, non stiamo raccogliendo i frutti di tale scelta.

La crescita economica in tutti i paesi industrializzati è troppo modesta per sostenere una reale e significativa ripresa dei consumi. Le economie dei paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), su cui tanto di puntava per un rilancio globale, si sono progressivamente afflosciate o comunque i trend positivi si sono ridotti considerevolmente. I paesi in via di sviluppo sono sempre più poveri, da cui l'aumento dell'emigrazione.

Una crisi economica di tal portata, per diffusione e durata, non può che tradursi in una crisi sociale.

Una crisi sociale porta al riemergere prepotente della triade: patria, famiglia, religione. Fenomeni alla Norbert Hofer in Austria, alla Donald Trump negli Stati Uniti e alla Boris Johnson in Gran Bretagna non nascono dal caso.

Combattere il dilagante neo-protezionismo e nazionalismo con le stesse ricette che ne sono la causa significa imboccare una via senza uscita.

Occorre cambiare, ma come?

L'agricoltura è un laboratorio sperimentale a cielo aperto che, da qualche anno e in maniera transnazionale, sta proponendo nuovi modelli di sviluppo. Dal “buono, pulito e giusto” fino al Km0 e ai farmer's market. Da una nuova ecologia fino a un'innovazione funzionale al territorio.

L'agricoltura, a pensarci bene, ha già regalato al mondo una nuova concezione di sviluppo che passa attraverso la parola multifunzionalità.

La parola, così come la sua applicazione in economia, non è affatto nuova e spesso si traduce in differenziazione degli investimenti. E allora dove sta la novità? Mentre in economia la multifunzionalità viene tradotta in spostamento di capitali, in agricoltura la multifunzionalità viene declinata come acquisizione di competenze.

Dal capitale economico-finanziario, i soldi, a quello umano-culturale, le conoscenze e le competenze.

Vi sembra poco?

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Francesco Donadini

11 giugno 2016 ore 12:52

concordo su tutto, tranne il titolo, da naufragio! Tira aria di grandi novità! Tira aria di "cambiamento epocale" di cui l'agricoltura, ribadirà il suo ruolo "primario". Ma non l'agricoltura delle braccia lavorative, quella dell'intelligenza che salva il pianeta. Dell'intelligenza che si affranca dalle speculazioni finanziarie, si libera delle banche, ridà valore alla qualità del suolo e del territorio. La concentrazione è il campanello d'allarme, la dimostrazione dell'impotenza, dell'economica in mano a pochi, e dell'incapacità di risolvere qualsiasi problema di sviluppo sostenibile del pianeta. Si è fatto di tutto per distruggere la cultura e la coscienza dell'umanità, ma questa è comunque cresciuta e consentirà nuove forme di potere democratico. Alle Olimpiadi 2016 assisteremo alla presenza della "nazione dei rifugiati", che segnale pazzesco se dovessero vincere qualche medaglia. La storia insegna che intelligenza, volontà, speranza, quando diventano il patrimonio di nullatenenti, regalano il vero progresso, mentre chi è ricco ha solo i soldi, che sempre più, non saprà come usare nonostante l'indefessa difesa dei propri privilegi. Certo ciò comporta anche attaversare momenti di fatica, di sofferenza, di ingiustizia, ma abbiate fiducia che siamo in miliardi a desiderare ciò!