Editoriali

Larghe intese nel mondo oleicolo

10 ottobre 2014 | Gennaro Sicolo

Credo ci siano le condizioni oggi di formulare e mettere in atto una serie di iniziative di grande spessore per rimettere l'Italia al centro della olivicoltura internazionale, come è sempre accaduto in passato.

Ci siamo distratti, forse abbiamo pensato più alla contrapposizione tra i diversi attori della filiera che alla cooperazione ed altri ne hanno approfittato, conquistando posizioni di mercato e non solo sui segmenti di base.

E' ora arrivato il momento di reagire insieme - produttori olivicoli, frantoiani, industria e distributori - con una politica di filiera che, però, secondo noi del Consorzio nazionale degli olivicoltori (CNO) deve partire da alcuni presupposti.

Il primo è l'equilibrio tra le diverse componenti economiche che partecipano al processo produttivo. In particolare, gli olivicoltori chiedono che sia riconosciuto il lavoro da essi svolto. Detto in termini più concreti, è necessario che il prezzo di vendita delle olive o dell'olio sia tale da coprire i costi di produzione. Ove ciò non avvenisse, avremmo l'implosione del sistema produttivo, con il fenomeno della rinuncia alla raccolta ed alla produzione, cui segue, inevitabilmente, anche l'abbandono dell'oliveto. Non è questo ciò che vogliamo. La produzione di olive e di olio deve rimanere una attività economica vitale, sostenibile economicamente, tale da consentire alle aziende di eseguire con regolarità gli interventi per l'innovazione, per la riduzione dei costi, per il miglioramento della qualità e per tenere elevata l'asticella della competitività.

Il secondo presupposto è di puntare sempre al primato della qualità e della istintività della produzione oleicola italiana. L'olio extra vergine che si produce nel nostro Paese possiede il primato della qualità e questo non è avvenuto per caso. In Italia abbiamo oltre 300 diverse varietà di olive, ognuna con una propria storia, peculiarità, fisionomia in termini di gusto, sapore e qualità organolettiche. Ogni territorio olivicolo ha una propria specifica tradizione e porta sul mercato un prodotto che si differenzia dagli altri.

Il modo di coltivare olivi e produrre olio in Italia è fondamentalmente differente rispetto al resto del mondo. Il nostro processo produttivo esige più tempo, maggiori cure colturali, richiede una certa sensibilità per raggiungere i traguardi qualitativi prefissati. Insomma, produrre in Italia costa di più: per questa ragione non possiamo che presidiare la parte più sofisticata del mercato ed è necessaria una equa ripartizione del valore aggiunto prodotto nella filiera, facendo in modo che l'olivicoltore ottenga un prezzo remunerativo e tale da mantenere la sua propensione a rimanere nel settore, allontanando tentazioni pericolose, come quella di rinunciare alla produzione e magari accontentarsi solo degli aiuti della Pac.

Il terzo presupposto è la correttezza e trasparenza degli operatori di mercato. L'Italia ha compiuto grandi passi in avanti per moralizzare il settore e contrastare le frodi e le falsificazioni che, purtroppo, nella filiera dell'olio sono un fatto patologico. Non bisogna allentare la presa proprio adesso che si intravedono i primi risultati.

Scovare, isolare ed allontanare i disonesti è un interesse non solo dei produttori olivicoli, ma di tutti gli operatori economici che con impegno, onestà, convinzione e sacrifici svolgono quotidianamente la loro attività. Insomma, servono ancora leggi precise e rigorose e controlli scrupolosi sul territorio.

Su tali basi il CNO ha avviato un proficuo confronto con i nuovi vertici dell'industria olearia nazionale e, in particolare, con il nuovo presidente di Assitol Giovanni Zucchi, con il quale mi sono sentito in armonia sui principali temi del nostro settore.

Abbiamo avuto nei giorni scorsi un confronto di idee e di posizioni e posso con una certa sicurezza affermare di essere pronto per un lavoro comune e per condividere idee, proposte e progetti per il futuro della filiera olivicola italiana.

Il CNO è consapevole della necessità di fare sistema e costruire con l'industria e con le altre componenti economiche una vera filiera moderna, nella quale il successo dell'olio italiano sul mercato domestico e su quello internazionale sia il mezzo che consente di garantire un giusto reddito a tutti coloro che partecipano al processo produttivo.

Saremmo felici di condividere con i nostri partner l'esperienza, le attività e la progettualità che da anni come CNO stiamo mettendo in campo. Nella nostra compagine sociale ci sono cooperative, OP ed associazioni che hanno una capacità operativa solida ed hanno accumulato anni di esperienza e tanta collaborazione con l'industria di imbottigliamento, con il commercio e con la distribuzione al dettaglio.

Abbiamo un sistema di certificazione e di tracciabilità che è all'avanguardia e l'olio dei nostri associati è presente in tutte i più qualificati punti di vendita nazionali.

Sono persuaso che il primo interessante appuntamento davanti alla filiera dell'olio italiano sia l'imminente avvio dei nuovi programmi di sviluppo rurale per il settennio 2014-2020. Partiamo da questa occasione per disegnare una prima progettualità comune e proporla alle istituzioni regionali che poi potranno mettere a disposizione i nuovi strumenti del Psr, come i progetti di filiera e di area, le risorse sulle misure della qualità e della promozione, le iniziative per l'innovazione e la cooperazione tra gli operatori economici.

Una altra propizia coincidenza potrebbe essere il piano oleicolo nazionale, del quale proprio in questi giorni si sta parlando anche nelle più autorevoli sedi politiche ed istituzionali.

L'esito delle scelte applicative del primo pilastro della Pac non è stato favorevole per il nostro settore, ora spero che lo stesso non avvenga per il resto. Una solida alleanza tra olivicoltori ed industria servirebbe anche a scongiurare tale pericolo e non offrire altri alibi a chi è tenuto a compiere le scelte politiche.

 

Gennaro Sicolo è Presidente del CNO

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