Editoriali
Buono, Pulito e Giusto: messaggio ancora attuale per il vero Made in Italy
03 ottobre 2014 | Gaetano Pascale
Secondo una ricerca realizzata nel 2012 per conto del Ministero degli Affari Esteri, il "Made in Italy" è il terzo marchio più noto e ricercato al mondo dopo il colosso delle bibite e quello delle carte di credito.
Il discorso si fa poi ancora più interessante se riferito al settore agroalimentare dove, oltre ai prodotti italiani, a godere di ampia fortuna sono anche quelli del cosiddetto "Italian sounding" ovvero etichette che sfruttano senza merito i valori qualitativi tradizionalmente attribuiti alla nostra filiera produttiva.
Il merito di questa attenzione che il mondo - in un modo o nell'altro - riserva all'italianità va ascritto innanzitutto alla grande varietà di prodotti che esistono nel nostro Paese. Senza questa biodiversità anche bandiere enogastronomiche di larghissima diffusione come la Pasta, il Parmigiano o la Mozzarella non avrebbero l’appeal che hanno.
Risulta pertanto evidente che l’obiettivo primario è quello di salvaguardare questa grande varietà che - nonostante tutto, anche a causa dell'Italian sounding - è in seria difficoltà. Per farlo, bisogna essere in grado di riconoscere che se oggi l’Italia può vantare ricchezza in termini di biodiversità lo si deve principalmente ai piccoli produttori, agricoltori, allevatori e artigiani del settore agroalimentare. Eppure questi godono dei benefici derivati da tale attenzione molto meno di altri soggetti della filiere alimentari come industrie, commercianti e distributori.
Slow Food pone l'accento proprio sulla necessità di costruire un quadro politico più attento ai piccoli imprenditori del settore primario i quali, in termini economici, rappresentano gran parte di quei 260 miliardi di euro fatturati dal sistema nel suo complesso. I Ministri dell'Agricoltura degli Stati Membri dell'Unione Europea dovrebbero di certo occuparsi maggiormente di questo modello dell’eccellenza ma una lancia va comunque spezzata a favore di Maurizio Martina, Ministro delle Politiche Agricole, alimentari e forestali nazionali dal febbraio 2014 che, con i provvedimenti di #campolibero, qualche passo in più rispetto al passato lo ha sicuramente compiuto: la semplificazione e la possibilità di alleggerire il carico burocratico per le imprese, la creazione di condizioni più favorevoli all’introduzione dei giovani nel mondo del lavoro in agricoltura, la realizzazione di azioni volte a garantire la sicurezza dei consumatori sono un esempio. Per migliorare tale assetto, sarebbe però necessario prevedere programmi specifici per tutte le filiere più rilevanti, individuando le peculiarità di ciascuna, affinché possa essere preservato quel patrimonio sterminato di diversità produttiva che esiste nel nostro Paese.
Noi di Slow Food proviamo a fare la nostra parte attraverso il lavoro della Fondazione Slow Food per la Biodiversità: l'Arca del Gusto, le Comunità del cibo e soprattutto i Presìdi sono le nostre "armi". I Presìdi Slow Food, attivi sin dal 1999, sono in Italia oltre 200 e coinvolgono quasi 2000 piccoli produttori, i quali rappresentano un modello virtuoso anche per altre realtà con le quali oggi collaboriamo per impostare progetti legati al consumo quotidiano. Nel 2008, Slow Food in Italia ha introdotto, a supporto dei produttori e garanzia dei consumatori, un "contrassegno" che identifichi i prodotti dei Presìdi. Accanto alle indicazioni previste dalla legge, alcuni Presìdi hanno inoltre adottato l'etichetta narrante con cui fornire informazioni precise e immediatamente comprensibili sull’origine e sulle tecniche di produzione.
Certo, ormai di cibo si parla quotidianamente e più volte al giorno ma quasi mai lo si fa con la giusta attenzione: per chiudere il cerchio sarebbe necessario che i consumatori cambiassero il loro atteggiamento diventando sempre più co-produttori ovvero cittadini consapevoli che la spesa quotidiana può orientare seriamente le strategie di mercato. La biodiversità sopravvive infatti solo se diventa più remunerativo il lavoro dei piccoli produttori. Anche in questo caso come Slow Food proviamo a fare la nostra parte attraverso i programmi nazionali e le attività locali dedicate all'Educazione del Gusto. Particolare rilevanza assumono in tal senso i corsi di aggiornamento per insegnanti posti in essere con il Ministero dell'Istruzione e il progetto "Pensa che mensa" per ricostruire l'idea di ristorazione collettiva. Nostro alleato privilegiato è inoltre il mondo della ristorazione, con cui sin dal 2009 è attivo il progetto di "Alleanza Slow Food tra i cuochi" che coinvolge oltre 300 chef e pizzaioli in tutto il mondo, i quali adottano Presìdi e prodotti delle comunità locali nei loro menu. La chiave di volta è dunque, a mio avviso, in una parola spesso abusata: sinergia. Lì si annida la soluzione al problema perché se uno solo degli attori coinvolti nella filiera non assolve al suo compito tutto è perduto. È sotto gli occhi di tutti: se vogliamo preservare le nostre tipicità, dobbiamo preservare i nostri territori e l'ambiente intorno a noi. Se questi ultimi infatti diventano degradati non esiste più nessuna bandiera in grado di mantenere il suo appeal nel mondo. Di questo e di molto altro si parlerà al prossimo Salone del Gusto e Terra Madre, dal 23 al 27 ottobre a Torino, in cui si riuniranno produttori, pescatori, rappresentanti delle Comunità del cibo e si, consumatori. Per discutere, assaggiare e progettare insieme un futuro migliore.
Gaetano Pascale è Presidente di Slow Food Italia.
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