Editoriali
Quella pericolosa sindrome del marinaio
01 agosto 2014 | Alberto Grimelli
Una donna in ogni porto, un consumatore in ogni punto vendita.
E se anche il settore agroalimentare cadesse nella tentazione della sindrome del marinaio? Promettere ma non mantenere.
Ci sarebbe la legge a punire il malfattore, direte voi.
E vi sbagliate, dico io.
Perchè la legge potrebbe venire in aiuto di chi mente, o, almeno, non vuole dirvi tutta la verità.
E' la storia del termine minimo di conservazione. E' quella data, preceduta da “consumarsi preferibilmente entro il”, che vedete stampata sulle etichette della maggior parte degli alimenti confezionati che comprate al supermercato. Da non confondersi con la data di scadenza. Consumare un cibo oltre il termine minimo di conservazione, al contrario di quanto accade per la scadenza, non fa necessariamente male alla salute, solo nessuno vi garantisce più che rispetti quanto indicato in etichetta. Un olio oltre i 18 mesi potrebbe non essere più extra vergine d'oliva, per esempio.
Succede che, quando vediamo che il termine minimo di conservazione è troppo vicino al momento dell'acquisto, la confezione resti sullo scaffale. Quel cibo andrà buttato via. Uno spreco.
Ecco allora cosa le industrie alimentari hanno proposto: togliere il termine minimo di conservazione dalle etichette per ridurre lo spreco di cibo, che è oggettivamente uno schiaffo ai milioni di persone che muoiono di fame ogni giorno.
Dato che raramente credo al disinteressato altruismo delle grandi multinazionali, occulte suggeritrici dell'idea a Bruxelles, ho cercato di capire cosa si nascondesse dietro una proposta all'apparenza ragionevole.
Cosa accadrebbe senza termine minimo di conservazione? Semplicemente che quanto dichiarato in etichetta non avrebbe più alcuna valenza o valore legale. L'anarchia alimentare, insomma.
Nessun alimento, infatti, può rimanere inalterato a tempo indeterminato. Nessuno può quindi garantire che quel cibo, per tutto il tempo che rimane a scaffale, mantenga quanto promette.
In altre parole, finchè esiste il termine minimo di conservazione, il produttore deve garantire che l'alimento rispetti le caratteristiche indicate in etichetta, a partire dalla categoria merceologica, fino alla data indicata. Se, prima di tale data, un controllo riscontrasse che così non è, il produttore ne pagherebbe il fio, in termini di sanzioni amministrative e penali.
In assenza del termine minimo di conservazione, che a tutti gli effetti è la data di scadenza di un contratto siglato col consumatore, e nell'oggettiva impossibilità di mantenere le caratteristiche del prodotto inalterate nel tempo, il produttore non sarebbe più tenuto a offrire altra tutela se non la sicurezza alimentare, ovvero che quanto venduto non faccia male alla salute. E' un po' come se, acquistato un televisore o altro elettrodomestico, non avessimo più alcuna garanzia, ad eccezione che ci esploda in faccia.
Il termine minimo di conservazione costa alle multinazionali miliardi di euro. Non mi stupisce, dunque, che facciano quanto in loro potere per eliminarlo. Mi indigna però che utilizzino i poveri e gli affamati come paravento per perseguire il loro scopo.
Buona estate a tutti voi.
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Accedi o Registratiamedeo de franceschi
02 agosto 2014 ore 18:41Il suo editoriale caro direttore è andato diritto al cuore della questione. Qual è il punto di non ritorno del business as usual. Forse è stato superato e non ce ne siamo accorti.
Francesco Donadini
02 agosto 2014 ore 08:03le multinazionali non sono gli stati, non gliene importa niente della salute dei cittadini, loro cercano solo di incrementare la loro stabilità economica alla faccia di qualsiasi etica di vita. I cittadini mangiano cibo spazzatura? C'è pronta la farmaceutica. I prodotti agroalimentari scadono? Togliamo la scadenza. I cittadini vogliono diventare consumatori consapevoli? Togliamo il costo della scuola e dell'istruzione. Le multinazionali a cosa servono? Provate a pensare davvero e alla fine... forse scoprirete che sono una casta di bravissimi mantenuti, che con la loro avidità sfrenata ci hanno ridicolizzato e costretti alla crisi economica attuale. Comunque in tutto c'è una misura, anche nella distruzione, grazie al senso critico e alla coscienza dei cittadini del mondo. Francesco D
Vincenzo Nisio
06 agosto 2014 ore 10:13Nulla da aggiungere.
Per l'olio, come al solito, ce sempre qualcosa che va oltre... La scadenza infatti vale dalla data di imbottigliamento, quindi, un olio prodotto a novembre 2013 potrebbe addirittura scadere a marzo 2016 o anche di più. Bello è?