Editoriali

Terremoto nell'Unione europea

26 gennaio 2013 | Graziano Alderighi

L'Italia è completamente assorbita nelle proprie beghe e risse tipiche della campagna elettorale per aver dato sufficiente peso a una dichiarazione del premier inglese David Cameron che invece ha suscitato molte reazioni sulla stampa internazionale.

Cosa ha detto esattamente Cameron? Che vuole sottoporre a referendum popolare la permanenza della Gran Bretagna nell'Unione europea. Un biglietto di sola andata. Il referendum verrà indetto nel 2015, se vincessero i laburisti alle prossime elezioni, o al più tardi nel 2017.

Nonostante l'indubbia rilevanza delle dichiarazioni del premier inglese i mercati finanziari non si sono allarmati. Due le ragioni prevalenti. La scadenza è piuttosto lontana, mentre l'Europa vive invece alla giornata. Le successive precisazioni al World Economic Forum hanno fatto chiarezza delle vere intenzioni di Cameron.

Di qui al 2015, o addirittura 2017, ne scorrerà di acqua sotto i ponti e potrebbe pure galleggiare qualche cadavere, vedi Grecia e Spagna, a causa della violenta crisi economico-sociale, con conseguente sfaldamento dell'Unione europea o comunque dell'eurozona.

Soprattutto però le parole del premier inglese sono state intese come la strenua volontà britannica di difendere i propri interessi nazionali al prossimo vertice del 7-8 febbraio, durante il quale si tornerà a discutere di budget europeo.

Cameron, insomma, è pronto a far saltare il tavolo se la trattativa dovesse sfavorire il Regno Unito. Tobin Tax e Pac sono i temi caldi su cui i margini di trattativa sono stretti.

La City non potrebbe mai accettare una tassa sulle transazioni finanziarie. I capitali si sposterebbero immediatamente su altre piazze, ad est e a ovest, dove, comunque, gli investitori potrebbero fare i loro affari senza un aggravio di imposte. Questo però provocherebbe un'enorme emorragia di posti di lavoro che oggi la Gran Bretagna non può permettersi.

E' proprio l'emergenza disoccupazione a far chiedere a Cameron una riduzione significativa dei fondi destinati alla politica agricola comunitaria per dirottarli verso industria e terziario. Ipotizzando che venga mantenuto l'attuale livello di contribuzione del Regno Unito all'Unione europea, ma è probabile un aumento, con la Pac come si sta delineando, entro qualche anno Cameron si troverebbe nella scomoda situazione di contributore netto dell'Ue, ovvero la stessa sorte che tocca all'Italia già da qualche tempo.

Ecco perchè il premier ha lasciato da parte i compassati e diplomatici toni britannici per lanciare un messaggio forte, chiaro e diretto, senza equivoci.

A mare i principi solidaristici, che dovrebbero essere propri della sinistra inglese, se confliggono con gli interessi nazionali. Prima il Regno Unito e poi l'Europa. I soldi inglesi rimangano in Inghilterra per risollevare l'economia nazionale. Non si tratta di slogan ma del comune sentire di molta parte del popolo britannico che Cameron ha ascoltato e a cui ha dato sfogo, affinchè i colleghi capi di stato e governo europei capissero.

Le dichiarazioni di Cameron sono un'altra piccola scossa di terremoto per l'Unione europea che, come è noto, ha fondamenta d'argilla.

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