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C'erano una volta gli olivicoltori

C'erano una volta gli olivicoltori.

Erano un milione, la spina dorsale dell'Italia agricola, suo vanto e orgoglio.

Un passato nobile, quello in cui l'Italia era la superpotenza olivicola mondiale. Oggi ce la battiamo con la Grecia, con il rischio di venire anche superati da Tunisia e Turchia.

Se qualche anno fa eravamo sgomenti e indignati che la Spagna avesse doppiato la nostra produzione d'olio d'oliva, oggi non ci fa più nè caldo nè freddo che produca quattro-cinque volte in più rispetto a noi.

Come è potuto accadere? Cosa è successo?

Sono semplicemente scomparsi gli olivicoltori, in particolare al centro nord, ma in realtà un po' in tutta Italia.

Parlo di quella generazione di persone per cui l'oliveto, la sua cura e gestione, veniva prima della partita, prima del weekend di vacanza, prima della famiglia e della moglie.

In Italia non avevamo olivete ma giardini e se volava una mosca, letteralmente, il vicinato veniva informato ancor più velocemente di oggi che abbiamo sms e post du Facebook. La potatura non era una pratica agronomica ma un esercizio di architettura, tanto perfetta doveva essere la forma degli olivi.

Oggi quel mondo non esiste più.

Possiamo dar la colpa al prezzo delle olive e dell'olio, ai cambiamenti climati o alla Fata Turchina.

La verità è che sono scomparsi gli olivicoltori.

Le olivete sono state ereditate ma non è stata trasferita la passione.

Oggi non siamo più un popolo di olivicoltori ma di raccoglitori. Se le olive ci sono sdi raccolgono, altrimenti pazienza, anzi forse meglio. Meno lavoro, tanto l'olio si compra al supermercato a 2,9 euro la bottiglia.

La produzione nazionale oscilla paurosamente di anno in anno e anche la qualità barcolla.

Se si continua con questo andazzo alle future generazioni lasceremo un'Italia olivicola nota solo per i boschi d'olivi (buoni per legna da ardere) e per la produzione di olio vergine e lampante.

Mentre gli altri paesi produttori progrediranno, verso extra vergini di qualità e di eccellenza, noi regrediremo al Medioevo olivicolo, quando le lampade andavano a olio (quello del Salento).

Non ci resta che piangerci addosso, fino all'inevitabile e ingloriosa fine, oppure trovare una soluzione.

L'unica possibilità per salvare l'immagine dell'Italia è espropriare gli oliveti agli olivicoltori-raccoglitori. Occorre che la gestione del ricco patrimonio olivicolo nazionale passi a professionisti e imprenditori. Poco importa se si tratta di aziende private, magari organizzate in reti d'impresa, cooperative o organizzazioni di produttori.

Non si può più permettere che la mosca olearia metta in crisi interi territori. Non si può più permettere che al turista di passaggio nel Belpaese venga offerto olio vergine, spacciandolo per extra vergine di qualità, sano e genuino.

L'Italia non può permettersi di scivolare sull'olio d'oliva. Ne va dell'immagine nazionale. Xylella ha fatto il giro dei media mondiali tanto quanto, e forse più, la spazzatura per le strade di Roma e Napoli.

Non si può lasciare nelle mani dell'hobbismo olivicolo il futuro del settore.

Sempre che l'Italia voglia continuare a essere un Paese olivicolo.

Altrimenti, come disse Giulio Tremonti: "conosco metodi migliori per suicidarsi".

 

di Alberto Grimelli
pubblicato il 28 ottobre 2016 in Pensieri e Parole > Editoriali

[7] COMMENTI

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Greco Giorgio

08:55 | 01 novembre 2016

Signor Domenico,
credo che occorra ragionare in maniera semplice ed ovvia, altrimenti si rischia di portare il discorso verso altre direzioni rispetto al punto di partenza.
Non sono contadino di professione, sono proprietario di un oliveto di 34 alberi come lo sono in tantissimi nel Salento, terra olivetata al 90%; posseggo una casa, un’auto, etc…
Per mantenere la mia auto efficiente e farla funzionare, sono necessarie continue attenzioni su: motore, carrozzeria, filtri, luci, batteria, freni, gomme, radiatore, spazzole tergicristallo, etc... Lo stesso dicasi per la casa: terrazza, balconi, pareti esterni ed interni, infissi, giardino, impianto luce, impianto riscaldamento, pavimento, piastrelle, canna fumaria, etc… Lei capisce, che se non lo faccio, nel giro di qualche tempo avrò grossi problemi sia con l’auto che con la casa. La prima non si metterà più in moto e sarà preda della ruggine totale, la seconda diverrà fredda e non più accogliente, inagibile per i bisogni di una famiglia. Ma la cosa ancor più importante è che per la manutenzione devo far uso di prodotti adatti e non di derivati, magari pubblicizzati e più costosi che, se in un primo momento sembrano dare risultato, a lungo andare si rivelano distruttivi.
Ora, se ragiono così con l’auto e con la casa, perché non faccio lo stesso con l’oliveto? Forse perché l’auto, la televisione, il computer, il cellulare, la casa etc…, il cui mantenimento e manutenzione comporta comunque spese rilevanti, sono indispensabili mentre l’oliveto, come ben descrive il Dott. Grimelli: se le olive ci sono si raccolgono, altrimenti pazienza, anzi forse meglio. Meno lavoro, tanto l'olio si compra al supermercato a 2,9 euro la bottiglia. Ed aggiungo io: e poi che mi frega della terra, del paesaggio, dell’ambiente, del Salento, della storia. Quelle sono preoccupazioni ormai antiche, superate, nella società moderna, dei social network e new media, del denaro e del potere.
Eppure per condurre un oliveto non ci sono costi particolari, si può partire da ciò che la stessa natura mette a disposizione nel campo!
A mio avviso risiede proprio qui l'origine del disastro.

Musicco Domenico

18:56 | 31 ottobre 2016

Signor Greco Giorgio, ho letto il suo commento, e lo condivido, purtroppo esistono delle situazioni per cui i trattamenti vanno fatti ed in maniera mirata (guardi la Xylella).
Altro è il diserbante, ad esempio, che viene utilizzato al posto dell'aratura del terreno.
Quell'arco temporale da Lei citato, il "mezzo secolo", che coincida per caso con l'istituzione del contributo comunitario dedicato ai produttori di olive?
Proprietà di svariati ettari di uliveti .... abbandonati a loro stessi, magari ereditati .... che producono il solo "reddito" da contributo comunitario
..... mentre a chi non supera un'estensione di 5.000 metri quadrati, ara i terreni .... "accarezza le frasche" ..... il contributo comunitario glielo hanno tolto !!!

Greco Giorgio

12:52 | 31 ottobre 2016

Gentile Direttore Alberto Grimelli,
nel Salento è da almeno 40 anni che sarebbe dovuto iniziare l’esproprio dei terreni maltrattati. Dagli anni 80 in questa Penisola regna la totale anarchia: è proprietà mia e faccio quello che voglio. Personalmente, non sono a conoscenza di iniziative concrete ed efficaci da parte di chi governa il territorio atte ad “educare” alla cura responsabile della proprietà privata, anche con provvedimenti drastici nel caso di ripetuti interventi educativi disattesi. Se ci sono stati, in questo mezzo secolo, evidentemente sono risultati inconsistenti, visto il disastro.
La grande ignoranza dei cittadini di questa terra, in genere, consiste nel fatto di non considerare il limite tra la proprietà privata ed il Bene Comune; il suicidio collettivo che si sta consumando è la perseveranza. Per fare un esempio: se nel terreno di mia proprietà ho fatto, per anni, e continuo a fare uso di veleni, devo capire che non sto avvelenando me stesso, la mia proprietà, e quindi è un fatto mio, personale, ma avveleno la falda acquifera che sta sotto, che è proprietà di tutti.
La cavalcata della Xylella Fastidiosa, che come ben scrive Lei, ha fatto il giro dei media mondiali tanto quanto, e forse più, la spazzatura per le strade di Roma e Napoli, è conseguenza dell’anarchia agricola, ambientale, regnante in questa penisola.

Musicco Domenico

20:50 | 30 ottobre 2016

Leggo che è Professore, ..... bhè, mi fa piacere per Lei, mi è gradito farle solo un "rilievo" se mi è permesso, .... le lampade ad olio, non andavano solo ad olio del Salento, infatti ogni realtà contadina aveva una parte del territorio adibito alla produzione di olive e quindi olio per le lampade.

L'agroalimentare effettivamente si vede cosa stà producendo ..... dal grano all'oliva, dai pomodori alle carni .....

Si ricordi Gentile Professore, che quando il prezzo della paglia supera quello del grano, vuol dire che siamo già in guerra !!!

Grimelli Alberto

08:49 | 29 ottobre 2016

Gentile Prof. Frascarelli, l'olivicoltura di cui parlo non è mai stata "da reddito". Stiamo parlando di piccoli appezzamenti, spesso inferiori all'ettaro, con poche centinaia di piante. Gli olivicoltori di un tempo coltivavano con cura quegli olivi, dedicandovi centinaia di ore di lavoro annue, per ricavar l'olio per casa e, se andava bene, le spese vive di gestione. E' antistorico pensare di replicare quel modello, uscito dal Dopoguerra e dalla fame. Occorre crearne uno nuovo, e siamo d'accordo, ma intanto che farne di quei milioni di olivi che affrescano il nostro paesaggio? Li lasciamo all'abbandono? Oppure a una gestione che, per usare un eufemismo, diremmo approssimativa?
Quelle milioni di piante sono un patrimonio di cui l'Italia, in particolare quella olivicolo-olearia, si deve occupare. Tutto dipende da come.
OCon i giusti interventi e attraverso l'aggregazione gestionale di questi oliveti è ancora possibile far reddito, come dimostrano decine di olivicoltori e frantoiani che stanno acquisendo oliveti, magari in affitto, per progetti imprenditoriali basati sul Made in Italy.
Ho dei dubbi che l'olio di Arbequina, Arbosana e Koronieiki (la base degli oliveti ad alta densità) possano ancora definirsi Made in Italy. Dal punto di vista legale è così. Dal punto di vista di marketing, immagine e differenziazione sui mercati internanzionali assolutamente no. L'Arbequina sta diventando lo Chardonnay del mondo dell'olio. Come si dice che anche gli Chardonnay sudafricani, australiani sono buonissimi e costano molto meno degli italiani, così esistono ottime Arbequina in sud America e nord Africa a un prezzo che non potremo mai nemmeno pensare di raggiungere.
Per quanto riguarda poi gli impianti ad alta densità "verdi, puliti...". Basta che si sposti di pochi chilometri nella sua regione per vedere un impianto di alcune decine di ettari, piantumato per la seconda volta, e per la seconda volta secco. 8000 euro/ha di investimenti buttati via da una ditta di imbottigliamento che l'ha fatto, probabilmente, solo per dedurre un po' di spese. Forse non sa poi che l'olivicoltura superintensiva rappresenta solo il 2% della superficie olivetata spagnola, che evidentemente riesce a fare quantità e reddito anche senza questo modello. Forse non sa che in Cile si stanno lamentando del superintensivo poichè, conti alla mano, produce un reddito netto di 350 dollari ad ettaro. Forse non sa che in Spagna ci sono impianti di superintensivo invasi dalla cocciniglia e diventati assolutamente improduttivi. Forse non sa che in California è stato trovato un nuovo fungo patogeno che attacca gli oliveti superintensivi, portando a importanti cali produttivi e persino alla morte delle piante. Forse non sa che gli impianti superintensivi forse hanno un bel colore verde ma difficilmente possono essere classificati come "verdi" ovvero sostenibili, necessitando di lotta a calendario ed essendo fortemente energivori.
Qualche anno fa, un ricercatore umbro propose "la strada". Impianti 6x3 e monocono. Anche allora si parlava di rinnovare l'olivicoltura italiana, di far reddito ecc ecc.
Ciascun imprenditore è libero di fare le proprie scelte. Si può andare nella direzione della competitività di costo (ma allora perchè non prendere 500 ettari in affitto in Marocco?) oppure del valore aggiunto.
Oltre al singolo imprenditore bisogna però anche capire la strada che l'Italia vorrà prendere come sistema Paese. Ammesso, come detto, che voglia continuare ad essere un Paese olivicolo.

Greco Giorgio

08:31 | 29 ottobre 2016

Abito nel Salento, in periferia, e mentre scrivo sento chiaramente gli spari; oggi è un giorno di caccia per gli appassionati, ma ancora per poco. Fra non molto i cacciatori di tordi e beccacce dovranno trasferirsi altrove perché qui non ci sarà più il bosco degli ulivi, luogo ideale per lo svernamento di queste specie migratorie.
Anche questo aspetto mi porta a pensare che ciò che sta accadendo in questa penisola toccherà tutti, proprio tutti.
E non sarà certo l’olio del supermercato a colmare il vuoto dell’olio di qualità unica prodotto dai nostri nonni, per secoli; non saranno certo i filari superintensivi a sostituire lo splendido paesaggio salentino ridotto ad un cumulo di legna da ardere.

Frascarelli Angelo

07:14 | 29 ottobre 2016

L'olivicoltura è morta perchè non c'è reddito.
Questo articolo di Grimaldi non affronta il vero problema. Per rendere l'olivicoltura competitiva, non bisogna "imbalsamarla", non bisogna mantenerla vecchia, povera e sfigata. Bisogna rinnovarla, come in Spagna.
Per anni hanno prevalso gli "imbalsamatori" di un'olivicoltura povera, con la solita patetica questione che la nostra qualità è superiore.
Ma se non si fa la lotta alla mosca, come facciamo a produrre la qualità?
Se non si pota, come si fa la qualità?
Bisogna rinnovare l'olivicoltura, a cominciare dalla densità. Vedo alcuni pochi impianti nuovi bellissimi, ad alta densità, verdi, puliti, potati, produttivi, che producono oli di altissima qualità.
Questa è la strada.

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