Editoriali
L'olio d'oliva Dop, sedotto e abbandonato
Da tanti anni, ormai, la quota di mercato degli oli a denominazione d'origine non si schioda dal 2-3%. La ragione? Secondo Fabrizio Filippi, presidente dell'Igp Toscano: " i soggetti che operano nel settore hanno sempre usato questo importante strumento in modo parziale, spesso per soddisfare altre esigenze"
22 gennaio 2016 | Fabrizio Filippi
Perche’ un produttore dovrebbe produrre un olio a denominazione ?
Si potrebbe rispondere a questa domanda semplicemente , ossia asserire che l’olivicoltore che sceglie d’intraprendere la strada della denominazione è un produttore che vuol bene all’Italia. Detto così può apparire una risposta banale, in realtà la riflessione è più complessa.
Il percorso di certificazione DOP e IGP è oggi l’unico strumento che coniuga due aspetti fondamentali: qualità e origine, in sintesi è lo strumento che esalta la territorialità del prodotto mostrando le eccellenze dell’Italia più autentica.
Allora perché l’olio a denominazione rappresenta una marginalità del mercato nazionale dell’extravergine? Per tanti motivi e perché i soggetti che operano nel settore hanno sempre usato questo importante strumento in modo parziale, spesso per soddisfare altre esigenze; sono stati gli stessi produttori, una parte di essi, a non capire la potenzialità vera della DOP.
In sostanza oggi la rinascita dell’olio extravergine italiano autentico non può prescindere dalle denominazioni d’origine.
In Toscana assistiamo al paradosso che vede crescere la domanda di olio toscano IGP, soprattutto all’estero, mentre la produzione cala. Cala la produzione ed aumenta drammaticamente l’abbandono degli oliveti, fenomeno comune, peraltro, a tutto il paese.
Perché? Perché abbiamo toccato il fondo, anni e anni di ricerca del profitto a tutti i costi e con tutti i mezzi dall’industria alla trasformazione passando per la cooperazione “deviata” hanno mortificato la produzione seria e, così facendo, rischiano di far morire il paese.
In questo senso abbiamo definito il 2014 “annus horribilis” per l’olivicoltura , anno però che deve segnare uno spartiacque, un prima ed un dopo, perchè solo così ci può essere la rinascita. E la rinascita deve partire in primis dai territori e dalla valorizzazione del nostro patrimonio di biodiversita’, certamente applicando al meglio le tecnologie di oggi ma riscoprendo e valorizzando la nostra storia millenaria anche in campo olivicolo. E allora quale strumento migliore delle denominazioni ha il produttore per poter concretizzare tutto ciò?
Il mondo dei Consorzi di Tutela deve crederci e tornare a dialogare, fare fronte comune, cercare di rendere più snello e meno oneroso per il produttore il percorso di certificazione, senza ovviamente abbassare la guardia sul tema della tracciabilità e tutela del prodotto.
Un aiuto importante potrebbe venire dall’istituzione di nuove Igp regionali: Sicilia Calabria e Puglia, in testa. Vorrebbe dire “aggredire “ il mercato con una quantità importante di olio certificato e le piccole denominazione dovrebbero trovare la loro giusta collocazione, nella valorizzazione dei mercati locali, intercettando i flussi turistici interni ed esterni.
Ma anche il mondo della produzione deve osare di più. Chi detiene importanti segmenti di mercato ha il dovere morale di provare ad elevare le quotazioni del nostro prodotto, lo possiamo fare e lo dobbiamo fare ora, quando sulla scia di Expo 2015 la domanda di made in Italy alimentare sta crescendo. E a noi il compito di far crescere solo quello VERO, non alimentare il trend dell’italian sounding
Se tuteliamo il prodotto autentico allora si potrà parlare di rinascita dell’Oliveto Italia, diversamente continueremo forse ad essere il paese delle eccellenze ma saremo condannati alla marginalità economica… per sempre.
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NICOLA BOVOLI
26 gennaio 2016 ore 00:51E' proprio vero! Sono assolutamente convinto che Fabrizio abbia ragione.
L’olivicoltore che sceglie d’intraprendere la strada della denominazione è un produttore che vuol bene all’Italia.
La domanda di made in Italy alimentare sta crescendo.
A noi il compito di far crescere solo il VERO "MADE IN ITALY" per sconfiggere definitivamente il trend dell’italian sounding e riportare a casa gli enormi fatturati che da anni arricchiscono indebitamente i "furbetti" del falso "made in Italy".