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Gli spagnoli vogliono le indicazioni salutistiche sull’etichetta dell’olio d’oliva

Mentre in Italia si continua a disquisire di origine la Spagna boccia senza appello le miscele con gli oli di semi e chiede che vengano riconosciute le proprietà dell’extra vergine

18 ottobre 2008 | T N

L’Unione dei produttori olivicoli spagnoli boccia senza appello le miscele oli di oliva-oli di semi, un’affermazione chiara e netta, con toni che non abbiamo riscontrato neanche in Italia.

Se infatti nel nostro Paese si esprime preoccupazione, si afferma di voler esercitare su Bruxelles le dovute pressioni affinché il progetto di regolamento che modifica il 1019/02 venga cambiato, la Spagna dice, molto più efficacemente, che le miscele confonderanno il consumatore e porteranno a un aggravamento della crisi del settore olivicolo.

Le miscele sono state definite addirittura qualcosa che può danneggiare la salute dei consumatori. Affermazione grave, forse non supportata da dati scientifici, ma autorevole visto che proviene da Josè Gaforio, Presidente della Fondazione Citoliva e professore del Dipartimento di Immunologia presso l'Università di Jaen.
Che questa dichiarazione sia vera o falsa importa poco, ha suscitato non poche polemiche e soprattutto, almeno all’estero, ha fatto percepire l’unità del comparto produttivo spagnolo, sostenuto anche fortemente dal mondo della ricerca.

Il prossimo obiettivo per la Spagna oliandola è l’etichetta salutistica per l’extra vergine d’oliva.

Si tratta di argomento su cui Italia e Spagna possono trovare punti d’intesa, anche perché anche i nostri olivicoltori e frantoiani potrebbero essere interessati a far saper che l’olio extra vergine d’oliva fa bene alla salute.

Non è tuttavia più un mistero che il Paese iberico vuole, un’altra volta, rubarci la scena.
Lanciato qualche programma di ricerca sulle proprietà salutistiche dell’olio d’oliva, sperimentazioni che spesso ricalcano quanto già fatto in Italia e altrove, puntano con questo materiale a convincere Bruxelles, acquisendo anche una leadership culturale su tale tema.

Si tratterebbe, lo sappiamo bene, di un furto visto che tra i primi a occuparsi delle proprietà dei composti minori, poi polifenoli, poi biofenoli sono stati alcuni docenti italiani, da Galli di Milano, a Visioli, ora a Parigi, a Montedoro e Servili a Perugia. Così tanti altri.
Un primato che ci spetta di diritto ma che rischiamo seriamente di vederci scippato, e non sarebbe il primo.

Occorre far presto, sostenendo certo la proposta spagnola, perché come dichiarato dal loro Ministero dell’agricoltura (perché simili ricerche di mercato non vengono fatte in Italia?) il consumo di extra vergine è significativamente aumentato negli Stati Uniti dopo che la Food&Drug Administration ha permesso l’indicazione in etichetta: fa bene alla salute.

Dopo che la Spagna ha messo una sorta di primogenitura simbolica sulla dieta mediterranea, chiedendone il riconoscimento quale patrimonio dell’umanità, forse è bene cominciare a studiare delle contromisure efficaci, anche perché, come ribadito nel corso di un recente convegno a Cordoba, la proposta di un’etichetta salutistica per l’extra vergine d’oliva ha un forte connotato simbolico.

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