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L'Arabia Saudita guarda al futuro dell'olivicoltura
Un ruolo determinante nello sviluppo del progetto è stato svolto dal Centro di Ricerca sull’Olivo dell’Università di Al-Jouf, istituito nel 2012 con decreto reale. La Saudi Vision 2030 è il piano strategico con cui il governo saudita punta a ridurre la dipendenza dal petrolio
31 gennaio 2026 | 09:00 | C. S.
Più di quaranta esperti internazionali del settore olivicolo e agroalimentare si sono riuniti in un incontro virtuale per analizzare le sfide tecniche, produttive e strategiche dei progetti di coltivazione dell’olivo in Arabia Saudita. Il confronto ha messo in luce come il Paese mediorientale abbia scelto l’olivicoltura come leva chiave della propria strategia di diversificazione economica, in linea con gli obiettivi della Saudi Vision 2030.
Cuore dell’incontro è stato l’intervento del dottor Ibrahim Sabouni, specialista in olivicoltura ed elaiotecnica e responsabile di un progetto olivicolo attivo in Arabia Saudita da oltre dieci anni. Attraverso la sua presentazione, Sabouni ha illustrato l’evoluzione di un’esperienza produttiva sviluppata in condizioni ambientali complesse, trasformata nel tempo in un modello di riferimento per l’agricoltura in aree non tradizionali.
Alla giornata hanno partecipato professionisti e tecnici provenienti da Argentina — Paese ospitante — Uruguay, Cile, Perù, Messico, Bolivia e Spagna, oltre a rappresentanti di diverse province argentine, a conferma del crescente interesse regionale e internazionale verso questo tipo di iniziative.
Uno dei temi centrali del dibattito è stato il ruolo della Saudi Vision 2030, il piano strategico con cui il governo saudita punta a ridurre la dipendenza dal petrolio e a rafforzare il contributo dei settori non petroliferi al prodotto interno lordo. In questo contesto, l’agricoltura assume una funzione strategica e l’olivicoltura viene considerata non solo come attività produttiva, ma come strumento per generare reddito sostenibile e migliorare la competitività dei prodotti agroalimentari del Paese sui mercati internazionali.
Nel dettaglio, Sabouni ha ripercorso le principali difficoltà affrontate nel corso degli anni: dalle caratteristiche dei suoli e le condizioni climatiche estreme, fino ai problemi legati all’adattamento varietale e alla gestione delle risorse idriche. Sfide superate grazie a un approccio basato su ricerca scientifica, pianificazione di lungo periodo, trasferimento tecnologico e applicazione di buone pratiche agronomiche. I risultati, ha sottolineato, dimostrano che l’olivo può rispondere positivamente anche in contesti ambientali complessi, se supportato da competenze adeguate e da una gestione efficiente.
Un ruolo determinante nello sviluppo del progetto è stato svolto dal Centro di Ricerca sull’Olivo dell’Università di Al-Jouf, istituito nel 2012 con decreto reale. La successiva attivazione del laboratorio centrale nel 2017 ha rafforzato la capacità di ricerca e controllo qualità a livello locale, evitando l’invio di campioni all’estero e consolidando un sistema scientifico a supporto della produzione.
Secondo quanto emerso durante l’incontro, l’impatto del progetto va oltre i risultati agricoli. A dieci anni dall’avvio dell’iniziativa, i dati indicano miglioramenti significativi anche sul piano sociale e sanitario, con una riduzione dei tassi di mortalità legati a malattie cardiovascolari e sovrappeso, obiettivi inseriti fin dalle prime fasi del programma.
Le riflessioni emerse hanno trovato particolare risonanza in Argentina. L’ingegnere Mariano Winograd, moderatore dell’incontro, ha sottolineato come l’esperienza saudita possa offrire spunti preziosi per il rilancio produttivo del Paese. «La Patagonia è un gigante addormentato», ha affermato, «e l’Arabia Saudita dimostra che anche in condizioni difficili è possibile affrontare le sfide e superare gli ostacoli con una visione chiara e investimenti mirati».
Secondo Winograd, incontri di questo tipo consentono di individuare nuove opportunità nelle regioni non tradizionali, dove stanno emergendo micrositi con un potenziale ancora inesplorato per un’agricoltura fondata sulla conoscenza, sull’innovazione e sull’integrazione tra settore pubblico e privato.
In conclusione, i partecipanti hanno concordato nel riconoscere che l’esperienza saudita rappresenta un esempio concreto di come scienza, tecnologia e collaborazione istituzionale possano tradursi in modelli produttivi sostenibili, capaci di generare benefici economici, sociali e sanitari duraturi per le comunità coinvolte.
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