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Negli Usa un giudice respinge la causa contro gli alimenti ultraprocessati
Pur riconoscendo il dibattito scientifico sugli effetti degli alimenti ultraprocessati, il tribunale federale di Philadelphia ha stabilito che non sono state fornite prove sufficienti per attribuire a specifiche aziende la responsabilità delle patologie denunciate dal ricorrente
19 luglio 2026 | 09:00 | C. S.
Negli Stati Uniti gli alimenti ultraprocessati ottengono una prima importante vittoria in tribunale. Un giudice federale di Philadelphia ha infatti respinto la causa intentata da Bryce Martinez, un giovane che aveva citato in giudizio undici tra le maggiori aziende del settore alimentare e delle bevande, sostenendo che il consumo abituale dei loro prodotti durante l'infanzia e l'adolescenza gli avesse provocato diabete di tipo 2 e steatosi epatica.
L'azione legale, presentata nel dicembre 2024 quando Martinez aveva 18 anni, coinvolgeva Kraft Heinz, Mondelez International, Post Holdings, Coca-Cola, PepsiCo, General Mills, Nestlé USA, Mars, Conagra Brands, Kellanova e WK Kellogg. Secondo il ricorrente, le aziende avrebbero commercializzato prodotti «irragionevolmente pericolosi» senza informare adeguatamente i consumatori dei rischi associati al consumo di alimenti ultraprocessati.
Con la sentenza depositata il 30 giugno, il giudice federale Mia Roberts Perez ha però escluso che, sulla base delle prove presentate, fosse possibile dimostrare il nesso di causalità giuridicamente richiesto per attribuire alle società convenute la responsabilità delle patologie denunciate.
La decisione non nega l'esistenza di studi che evidenziano un'associazione tra un elevato consumo di alimenti ultraprocessati e un aumento del rischio di malattie metaboliche. Tuttavia, secondo il tribunale, tale correlazione non è sufficiente, di per sé, a dimostrare che i prodotti di una o più delle aziende coinvolte abbiano causato direttamente il danno lamentato dal ricorrente.
Un ulteriore elemento evidenziato nella sentenza riguarda il quadro normativo statunitense. Gli alimenti ultraprocessati, infatti, non costituiscono una categoria giuridica specificamente disciplinata dalla legislazione federale e sono soggetti agli stessi standard applicabili a qualsiasi altro prodotto alimentare.
«Nonostante gli sforzi federali per promuovere uno stile di vita sano e le numerose ricerche che evidenziano i potenziali effetti negativi della trasformazione degli alimenti, gli alimenti ultraprocessati non costituiscono, di per sé, una categoria di prodotti regolamentata dalla legge», ha scritto il giudice Perez. «In altre parole, gli alimenti ultraprocessati e i loro produttori sono soggetti agli stessi standard giuridici di qualsiasi altro alimento, trasformato o meno».
Soddisfazione è stata espressa dalla Consumer Brands Association. La direttrice operativa e consulente legale dell'associazione, Stacy Papadopoulos, ha sottolineato che «i marchi di fiducia delle famiglie americane rispettano rigorosi standard di sicurezza fondati su evidenze scientifiche e sulla valutazione del rischio stabiliti dalla Food and Drug Administration (FDA)». L'associazione ha inoltre ribadito l'impegno a collaborare con autorità regolatorie, decisori politici ed esperti di salute pubblica per promuovere politiche basate su prove scientifiche, finalizzate a garantire sicurezza, accessibilità e convenienza degli alimenti.
La pronuncia rappresenta un precedente significativo nel crescente contenzioso relativo agli alimenti ultraprocessati negli Stati Uniti. Pur lasciando aperto il dibattito scientifico sul loro impatto sulla salute, il tribunale ha chiarito che, allo stato degli atti, le evidenze presentate non soddisfano i requisiti richiesti dal diritto per fondare una responsabilità civile nei confronti dei produttori.
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