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Una legge bipartisan sull'olio di oliva negli USA: al Congresso l'Olive Oil Standards Act

Una legge bipartisan sull'olio di oliva negli USA: al Congresso l'Olive Oil Standards Act

Il disegno di legge 6747 Olive Oil Standards Act è stato depositato il 16 dicembre da un democratico e un repubblicano. Nuove regole tra cui limiti per pirofeofitina (PPP) e 1,2 diacilgliceroli (DAG) per l’olio extravergine d’oliva

13 febbraio 2026 | 13:00 | Giosetta Ciuffa

Ancora non ottiene l’attenzione necessaria il disegno di legge Usa per sostenere i produttori olivicoli americani, a firma dei deputati Josh Harder e David Valadao - democratico il primo, repubblicano il secondo -, con cui si chiedono standard di identità per ogni categoria di olio da olive ai sensi della legge federale su alimenti, farmaci e cosmetici. In pratica Harder e Valadao, entrambi eletti in California (principale produttore nazionale di olio in uno dei più grandi mercati al mondo), spingono affinché il Secretary of Health and Human Services, che agisce tramite il Commissioner of Food and Drugs (il commissario della FDA) velocizzi la promulgazione di standard che definiscano legalmente ciò che un alimento deve contenere per poter essere commercializzato con un determinato nome. Standard (federali) che al momento non esistono, pur essendo molto regolamentata l’esportazione di alimenti.

Il disegno di legge 6747 “Olive Oil Standards Act” mira a proteggere i consumatori da etichette ingannevoli e i produttori da condizioni di mercato globali sleali ed è stato deferito alla Commissione per l’energia e il commercio della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti per essere esaminato. Lo scenario attuale vede il Federal Food, Drug and Cosmetic Act prescrivere standard di identità per molti prodotti ma l’olio non è tra questi, pertanto non esiste una definizione legale di “extra vergine”, “vergine” e così via per l’olio ottenuto dalle olive; con l’entrata in vigore della legge - a 120 giorni dalla quale la FDA dovrà riferire al Congresso al riguardo - si avrà pertanto uno scenario simile a quello europeo dove imbottigliatori e produttori devono far sì che il nome del prodotto sia coerente con la categoria dichiarata e la confezione non riporti messaggi inappropriati e fuorvianti (come “puro” ed “extra leggero”, aggettivi espressamente citati nel testo). Degli standard in realtà li aveva in passato già creati il Dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti (USDA): criteri chimici e sensoriali simili ma volontari e non obbligatori per legge. Introdurre questi standard non sarebbe un problema: simili requisiti vigono da anni in Europa, dove siamo ormai cintura nera di normative e regolamenti. L’olive oil standards act apporta però un aumento delle difficoltà per gli esportatori, in piena linea con le politiche protezionistiche di Trump. Tra le caratteristiche relative unicamente all’extravergine, il disegno di legge infatti richiede i parametri - non richiesti dal Coi - pirofeofitina (PPP) e 1,2 diacilgliceroli (DAG): prodotti della degradazione della clorofilla le prime, il cui aumento indica un olio mal conservato o troppo riscaldato, come negli oli lampanti o raffinati; di quella dei trigliceridi i secondi, la cui bassa percentuale sui DAG totali indica deterioramento o ossidazione.

Una storia sulla legislazione dell’olio di oliva negli Usa che arriva da lontano

La richiesta al Congresso è salutata con entusiasmo da American Olive Oil Producers Association, Deoleo e North American Olive Oil Association: nel luglio 2022 avevano già presentato una petizione congiunta al fine di ottenere questi standard. Non è la prima volta: c’era stata nel 2020 una “Industry petition” della sola associazione nordamericana e, nel 2019, una “November petition” da parte di AOOPA e Deoleo. La differenza sostanziale tra le due petizioni, l’industriale e quella del novembre precedente, risiede nel fatto che la Industry è sostenuta da ricerche sui consumatori che dimostrano la necessità di uno standard di identità e indica le modifiche proposte allo standard Codex ritenute necessarie per proteggere meglio i consumatori americani. Joseph Profaci della NAOOA spiega che nella November petition si propone di innalzare il limite massimo consentito di campesterolo perché alcuni oli da paesi del ‘Nuovo Mondo’ come l’Australia possono presentare naturalmente valori più elevati ma, pur riconoscendo che garantire il libero commercio con essi sia un obiettivo legittimo, la NAOOA ritiene che l’innalzamento esponga i consumatori a un rischio di frode, e preferisce il sistema decisionale a più passaggi adottato dal Codex. Un altro punto centrale riguarda la struttura normativa degli standard FDA, difficili da ottenere e da modificare ma, poiché gli standard dell’olio d’oliva evolvono con il progresso scientifico, la petizione NAOOA optava per separare le competenze: gli aspetti chimici e organolettici, che richiedono aggiornamenti frequenti, sarebbero mantenuti dall’USDA mentre le definizioni di categoria e le regole di etichettatura resterebbero in capo alla FDA. Chimicamente, la petizione “industriale” critica poi l’abbassamento del limite di assorbimento UV K232 rispetto agli standard internazionali, in quanto si creerebbe una barriera commerciale ingiustificata, penalizzando soprattutto alcuni oli extravergini tunisini e rischiando di aumentare i prezzi per i consumatori statunitensi. Anche l’introduzione di parametri come PPP e DAG viene criticata: la petizione di novembre 2019 li richiedeva. Pur riconoscendone il potenziale, la NAOOA ha sottolineato che tali criteri non sono stati adottati dal Codex per mancanza di consenso scientifico e non fanno parte degli standard internazionali attuali, concludendo che questi parametri potranno essere rivalutati in futuro, qualora emerga un accordo scientifico condiviso.

L’iter del progetto di legge Olive Oil Standards Act

Sembra quindi che il momento di parlarne sia arrivato. Introdurre parametri aggiuntivi rispetto a quelli vigenti in Italia è ovviamente anche un mezzo di politica protezionistica. Oltre agli ulteriori requisiti richiesti (i parametri devono ovviamente essere a norma anche all’arrivo dell’olio in America), chi esporta verso gli Stati Uniti dovrà affrontare costi aggiuntivi relativamente ad analisi chimiche e procedura. Ad oggi, se l’olio è conforme con i regolamenti Ue/Coi normalmente non ci sono problemi tecnici sulla categoria “extra virgin” se è in regola anche con la registrazione FDA, i metodi analitici (fondamentali quindi i laboratori genericamente considerati affidabili dagli Usa, come quelli che usano il metodo AOCS e certificati Iso), l’etichetta americana e così via. Con una definizione di “extra virgin” più stringente, c’è il rischio che in dogana il prodotto possa essere bloccato, possa non risultare extravergine, abbia bisogno di ulteriori documenti ecc. Vedremo l’evoluzione della proposta di legge: presentata all’esame della Camera il 16 dicembre, l’iter è di circa un anno tra discussione, voto, passaggio al Senato, approvazione, passaggio al “Potus”.

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