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La qualità non va messa in discussione e serve una Pac a misura di agricoltore

Occorre rivedere profondamente l'approccio della strategia e degli indirizzi comunitari affinchè il settore primario del vecchio continente possa realmente progredire e crescere. A partire dalle nuove generazioni. L'Italia non può presentarsi a "capochino" a Bruxelles

02 febbraio 2013 | Giampietro Comolli

Partiamo casualmente dal vino, per passione ma non solo. Il consumo del vino in Italia è in forte calo. In 40 anni (1972-2012) si è passati da 100 litri a 30 litri per abitante. Da un consumo abituale, continuo, componente dell’alimentazione e fonte di energia per la vita si è passati alla scelta narcisistica, edonistica, elitaria, alla moda, ricercata differenza, esternazione ed estemporaneità. Le componenti dieta, sanità, salubrità, sicurezza civile e sociale, certificazione sono coinvolte nel processo consumi e valori incidendo su canali, luoghi, momenti, mercati di consumo. Oggi il prezzo al consumo condiziona scelte e quantità del mercato nazionale, in gran parte di quello Europeo e, nel Mondo, si raffronta con altri valori globali.

Il consumo di vino italiano nel mercato italiano ha un significato che va oltre i numeri di bottiglie stappate. Non è la quantità che rende leader un mercato, un prodotto o un Paese, ma la sua cultura, attenzione, priorità, collettività, sostenibilità e esternalità. Non si discute di consumi procapite, di misura, di dieta, di controlli, di tracciabilità che sono traguardi non sostituibili, ma di civiltà, di storia, di ambiente e paesaggio viticolo (e olivicolo), di enogastronomia, di stile di vita, di qualità della convivialità, di ricerca, di diffusione del prodotto, di identità (origine di un distretto economico produttivo, di presenza dell’uomo-viticoltore, di vini ricercati, ma anche di vini consumati realmente. Un grande Paese esportatore di vino è tale solo se il mercato interno rappresenta uno status, una volontà, un valore, una considerazione anche sociologica, filosofica e politica. Mi sembra che ci sia una decrescita di scelte e regole di economia generale, dettata dalla paura di infrangere regole. E’ sufficiente diffondere la cultura dell’autocontrollo, della capacità di gestire e scegliere i momenti di consumo. Non c’è più un unico mercato nazionale come 40 anni fa, non è neppure possibile – sul vino, ma anche per formaggi, pesca, latte, frutta, legumi – ipotizzare una Europa unica, sullo stesso piano e programma.

Ecco l’Europa deve cambiare la Pac, la comunitarietà delle azioni e misure deve trasformarsi in federazione comunitaria.

Non è possibile che il latte in polvere debba essere regolamentato come il latte destinato al Parmigiano Reggiano o al Rochefort, che non hanno nulla a che vedere con il Cheddar. Non è la qualità in discussione, ma il valore della agricoltura, dell’agricoltore.

Una Pac ancorata ancora al binomio produzione/reddito, all’accoppiamento coltivazione/ trasformazione, al rapporto reddito/quote e alla ricerca di una uguaglianza di trattamento e di burocrazia che crea disparità continue e appiattimento di valori e scelte, non può essere fattore di progresso, innovazione. Una Pac che obbliga ancora oggi a creare spazi “non coltivati” perché non si è in grado di prendere una diversa strada reale su pesticidi e presidi sanitari vecchi che devono ancora far rendere i brevetti, che deve discutere due anni su un sistema “liberalizzazione impianti viticoli” quando in Europa c’è un calo del consumo totale, che non riesce a capire che il mondo ha “bisogno” di alimenti, che la multifunzionalità e la poliedricità della figura dell’agricoltore è il vero obiettivo su cui il pilastro 1 e 2 devono mirare…vuol dire che non si vogliono prendere decisioni vere, che la politica e qualche Governo non intende far proprio il valore, la primarietà, la economia reale, la sostenibilità e sussidiarietà che l’agricoltura può esprimere in un momento di crisi economica finanziaria che sicuramente non finisce al 31 dicembre 2013 per volere di qualche economista e di qualche Governante.

L'agricoltura in questo momento può dare e offrire molto, soprattutto nel sistema agricolo italiano fatto di piccole proprietà e di prodotti di nicchia che possono essere fattore di imprese individuali per molti, fattore di crescita di altre imprese locali, creare valore aggiunto distrettuale, assommare reddito e PIL per un Paese fortemente in debito di ossigeno monetario e creditizio. L’agricoltore italiano è notoriamente una “formichina” porta soldi reali in banca, spende solo quando ha i soldi disponibili, è un vero volano-motore dell’economia a 360°, ma necessita solo di essere minimamente aiutato in termini di ricerca, meccanizzazione, innovazione, sperimentazione, assistenza e questo lo possono fare le Istituzioni Europee, il Governo nazionale e le Organizzazioni economiche e professionali locali. Su questi aspetti quali sono le proposte elettorali? Qualche candidato si è espresso? Ha dato segni di competenza? Ha voluto scommettere sul settore primario? Oppure l’agricoltura fa comodo perché fa “liquidità” in banca e quindi le banche possono comperare Bot, Btp e Derivati? Se così fosse, anche per l’agricoltura italiana, per l’Uomo agricoltore nazionale converrebbe espatriare come hanno fatto già tanti figli di banchieri, professionisti, notai, industriali, dirigenti statali.

Mi piacerebbe commissionare una ricerca di mercato per vedere – in base al tipo di lavoro del padre – quali figli sono andati a lavorare all’estero, a specializzarsi, a imparare. In termini assoluti e relativi anche un figlio di agricoltore avrebbe bisogno di andare all’estero a fare una esperienza, a mettersi in gioco, a provare, a rischiare, a fare il dipendente per poi magari tornare più ricco di cultura, di esperienza, di amore per il rischio d’impresa, per creare qualche impresa reale e non virtuale o basata sui rischi altrui. Spero che qualche candidato politico di coalizione batta un colpo.

 

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