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IL ROMANZO “DI VIOLE E LIQUIRIZIA” HA COME PROTAGONISTA ASSOLUTO IL VINO

Nico Orengo scava con grazia e perizia nella realtà, prendendo a piene mani dai molti personaggi ritratti rappresentando un modo di vivere italiano che va perdendosi. Agli occhi del lettore balza una piccola varietà umana dove tutti sono emotivamente partecipi ai problemi di tutti

09 settembre 2006 | Antonella Casilli

Antonella Casilli vista da Filippo Cavalliere de Raho

Domenica 10 settembre, il teatro “La Fenice ” di Venezia sarà la splendida cornice alla quarantaquattresima edizione del premio Campiello assegnato in diretta TV.
I finalisti sono:
Pierangelo Buttafuoco, con Le uova del drago, Mondadori;
Giancarlo Marinelli, con Ti lascio il meglio di me, Bompiani;
Salvatore Niffoi, con La vedova scalza, Adelphi;
Nico Orengo, con Di viole e liquirizia, Einaudi;
Claudio Piersanti, con Il ritorno a casa di Enrico Metz, Feltrinelli.

Nella lettura dei cinque emerge l’uso di un dialetto autorevole, trattazione di temi intimistici, memoria di terre, gusti, aromi, sapori, profumi, panorami.
In buona parte gli autori della cinquina sembrano interessati a riflettere sulla propria latitudine geografica.
Non che siano scelte che premiano!
Già nel 2002 Orengo non aveva vinto il Super Campiello con La curva del Latte, interessantissimo intreccio di storie di abitanti e realtà geopolitiche.
Ci riprova quest’anno con Di viole e liquirizia, ambientato non più nell’estremo ponente ligure (come tutti gli altri, incluso il mio preferito, L’intagliatore di noccioli di pesca) ma nelle Langhe.

Parlar di Langhe risveglia il ricordo di Fenoglio, anche se epoche e ambientazioni sono diverse.
E’ ovvio che non si possa più parlare di terra di malora; da un breve giro in auto, Daniel, il tastevin venuto dalla Francia nota “paesi stretti e campagna chiusa da capannoni industriali, una lunga fila di hangar che impediva la vista sulla collina. Outlet, Trony, Casa della luce, Divani & Divani… capannoni che marcavano le strade come un unico gigantesco Lego. E le osservazioni di Maria Suzuky, figlia di un cantiniere d’albergo giapponese, fanno eco (dopo un po’ di pagine) “una campagna che non respirava più tra un capannone e l’altro, con architetture e colori dei più diversi, stretti gli uni agli altri”.
La perdita di un paesaggio che si accompagna, insomma, alla ricerca di un’identità.

Veniamo alla storia.
Daniel, un tastevin Francese, viene invitato, ad Alba, alla vineria dei fratelli Amalia e Giulio Giocosa, a tenere un corso di vini, grazie alla donna “con una massa di riccioli rossi come viti d’autunno”, si ritrova ad indovinare annate, scomporre bouquet, ricomporre storie familiari.
Indovinatissima la scelta del francese, in una presbiopia del contingente Daniel rappresenta il personaggio giusto per un approccio sociologico alla contemporaneità mai critico ma sempre acuto osservatore anche della propria terra, “in Francia senza dirlo troppo forte, amano il Barolo, il Barbaresco, il Nebbiolo ed adesso anche la Barbera…”

Daniel arriva con un autista privato che incontreremo in altri spostamenti del tastevin, Luciano, che non beve vino ma birra. Luciano rappresenta, metaforicamente, la riappropriazione critica della terra: “io di tutta questa retorica del vino non ne posso più… abbiamo ormai solo quello e ci costruiamo castelli di balle. E non c’è più posto per niente…. Sembriamo tutti nati signori da quando questa non è più terra di malora”.
Il primo incontro di Daniel è con Giulio “Amalia… provò una debolezza immediata verso quella figura grossa, impacciata… e s’irrigidì… vai tu disse al fratello io poi arrivo”.
La percezione, inspiegabile, che la presenza del tastevin avrebbe potuto cambiare l’equilibrio tra gli unitissimi fratelli Giocosa non è avvertito solo da Amalia, ma anche da Giulio quasi un border line che nella sua morbosa gelosia per la sorella, dopo aver assistito ad un bacio tra questa e Daniel si gioca la sua metà di proprietà, La Ginotta e tocca a Daniel tentare di rivincerla accettando una sfida all’ultima carta, o meglio all’ultimo bicchiere, giacchè la sfida consiste nel riconoscere, di vini poco comuni, nomi, annata e cru.

Orengo, descrivendo questo coro circoscritto affonda nella realtà a piene mani rappresentando un modo di vivere italiano che va perdendosi.
Con Orengo è facile estrapolare le immagini ed allora ecco che agli occhi del lettore balza una piccola varietà umana dove tutti sono emotivamente partecipi ai problemi di tutti, perché c’è più individuo e meno folla
Letto in quest’ottica, anche la figura dello scrittore strampalato che esce dal nulla e vi ritorna dopo una corsa in auto ha un suo significato: interessarsi agli altri, capirli, indovinarne moti dell’animo mettendo al bando quell’indifferenza che ormai regna sovrana nell’agire umano.
A giusto titolo, allora, si può dire di Orengo quanto detto da Gina Lagorio a proposito di Fenoglio: “scava nei suoi personaggi sino a trovare la loro più fonda verità che è psicologicamente individuale ma si carica di nessi e legami universali”.



Nico Orengo, Di viole e liquirizia, Einaudi, pp. 156, euro 15,50


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