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PER MARIO SANTAGATA LA LETTERATURA NON E' FATTA DI CASTELLI DI PAROLE

Il protagonista del romanzo "L'amore in sè" riesce nell'intento di far uscire la poesia dalla pagina scritta per entrare più intensamente nella vita. Lo smarrimento amoroso si cura guardandosi bene dentro. Tutta la lirica del Petrarca è un sommesso colloquio interiore

10 giugno 2006 | Antonella Casilli



Tornami avanti s’alcun dolce mai
Ebbe ‘l cor tristo, e poi da l’altra parte
Vegggio al mio navigar turbati i venti….

F. Petrarca

Mario Santagata

Marco Santagata, studioso di letteratura italiana, ha curato per la collana “I Meridiani ” di Mondadori Il Canzoniere di Petrarca.
Nel romanzo L’amore in sè, edito da Guanda, ha plasmato la sua conoscenza della poetica petrarchesca alle esigenze del narratore.
E di che narrazione!

Fabio Cantoni, visiting professor all’Università di Ginevra, spiegando ad un gruppo di studentesse un sonetto di Petrarca ha un lapsus ed anziché Laura dice Bubi.
“Vede, Bubi è il nome che Petrarca dà al desiderio”. Si apre così l’accesso ad un flusso di coscienza che riporta Fabio Cantoni indietro negli anni sino al suo passato di adolescente innamorato.
E così come avrebbe fatto Petrarca, il prof. Cantoni rivive la vicenda della propria vita in postille, quelle del poeta, appunto.

In una gelida mattina ginevrina il professor Cantoni utilizza un “doppio binario” tra il commento cattedratico e la storia del passato personale.
Tutta la lirica del Petrarca è un sommesso colloquio del poeta con la propria anima, tutta la lezione del prof. Cantoni è un interpretazione psicoanalitica della propria adolescenza.

Il prof. Cantoni mette le proprie conoscenze della filologia al servizio della letteratura ed in questo modo riesce a far uscire la poesia dai libri per entrare nella vita, della sua vita in considerazione dello spazio riservato all’io narrante, della vita del lettore nella misura in cui la filologia del Petrarca penetra negli abissi dell’anima di chi legge.
Questo atteggiamento dell’anima fa si che la letteratura non sia ridotta a “castelli di parole”.
Tutt’altro, diviene un linguaggio che fa riemergere una coscienza sepolta.
Ed ecco, allora, riapparire, dalle nebbie della memoria, Bubi, una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare, così come Fabio la vide, al Liceo Lodovico Castelvetro, il Lodo, la prima volta quando ammirò i suoi capelli biondi il cui splendore si moltiplicava sul grembiule nero col colletto bianco o, per dirla con Petrarca erano "i capei d’oro e l’aura sparsi / che ‘n mille dolci nodi gli avvolgea".

La poesia affianca l’intelligenza di altre dimensioni e alla mente del prof. Cantoni si offrono modi alternativi dell’esperienza personale come la possibilità di interpretare il proprio disagio adolescenziale con le parole di Peppino di Capri "sto vivendo con te / i miei primi tormenti, / le mie prime felicità".
Ricorda quando, giovane liceale, i libri rappresentavano la sua consolazione e la sua forza e proprio grazie a questo rapporto di familiarità con la letteratura è pervenuto ad un patrimonio che adegua alle proprie esigenze e conforma alla sua persona.
Quando finalmente, durante l’estate del ’63, riesce ad orbitare nella sfera di Bubi sente il dovere di ringraziare il Signore "laudato sie, mi’ Signore, cum tutte le tue creature", perché per lui ogni istante era felicità anche quando riconosceva in lei l’atteggiamento da animaletto impaurito: "quel ch’ella par quando un poco sorride, non si po’ dicer né tenere a mente.
La vita fugge / e non s’arresta un’ora…" passa così per Fabio la mitica estate del ’63 e il ritorno in città porta stravolgenti novità sulle quali è meglio non soffermarsi per non guastare l’effetto sorpresa.

Questo romanzo si presta certamente almeno a due chiavi di lettura, la prima che raffigura la letteratura quale strumento di comprensione e rappresentazione della vita psicologica. La forte intensità emotiva di questo romanzo lo rende anche idoneo ad essere consigliato agli adolescenti che, se abbandonati a se stessi, si adagiano nei bassi livelli di Moccia e Melissa P.
I nostri adolescenti hanno, invece, diritto di vivere con padronanza lo smarrimento amoroso e la letteratura ne offre la chiave di accesso.

Fabio Cantoni ricorda quando con Bubi gli piaceva addentrarsi nel campo della poesia, campo sul quale sentiva di sapersi muovere con disinvoltura più che in qualsiasi altro.
E grazie alla letteratura riusciva ad esprimere i propri sentimenti interpretando i moti dell’anima del poeta.
La grande conoscenza della letteratura che ha il prof. lo aiuta a dominare i moti scomposti e discordanti dell’animo offrendogli modelli ai quali adeguare la propria esperienza e giungere a capirla appieno.

“Al diavolo la stilistica in una poesia bisogna camminarci dentro”.
E camminandoci dentro, come scopre di poter fare, nella gelida mattina ginevrina, il prof. Cantoni, spiegando che Laura non è immagine che acquisti una sua personale consistenza, ma è l’ anima proiettata in se stessa, il desiderio dell’amore in sé, è più pronto a stabilire un nuovo rapporto con il suo presente e il suo futuro.




Marco Santagata, L`amore in sè, Guanda, pp. 182, euro 13


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