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CALCIO E FARMACIA. QUANDO LA PALLA SI AVVELENA E NON FA PIU' DIVERTIRE
E' sano il mondo calcistico italiano? Se ne parla sempre con toni trionfalistici, ma si nascondono verità scomode. Ora, in un libro ci si interroga su alcune morti misteriose, sul doping e altri sospetti
18 ottobre 2003 | T N
Palla avvelenata. Morti misteriose, doping e sospetti nel calcio italiano, di Fabrizio Calzia e Massimiliano Castellani, è un interessante volume edito da Bradipolibri (Torino, 224 pagine, € 14.50).

Interessante e curioso perchè il mondo del calcio costituisce un ambito ampiamente dibattuto, ma sul quale scende alle volte un velo di spessa ipocrisia e di silenzi imbarazzanti.
Se ne parla e se ne scrive tanto, certo, anche inutilmente e a sproposito, ma troppo poco o niente per affrontare alcuni temi controversi e discutibili. Ecco dunque il perché di Palla avvelenata. Si parte da una famosa intervista a Zdenek Zeman e dalla conseguente indagine avviata dal procuratore torinese Raffaele Guariniello. Quindi si fa il punto sul fenomeno del doping e delle morti misteriose nel calcio nostrano.
E' un’indagine a tappeto, che ripercorre e ricostruisce gli avvenimenti degli ultimi anni (dalla chiusura del laboratorio dell’Acqua Acetosa al processo – ancora in corso – alla Juventus) per soffermarsi in particolare, attraverso interviste, ricostruzioni, ritratti di vita, sui tanti, troppi casi “sospetti” che ammalano il nostro calcio: dalle troppe morti dovute al morbo di Gehrig (150 in più rispetto alla media mondiale) ai casi di leucemia, di tumori al fegato, di infarto.
Le morti non chiarite di Bruno Beatrice, Giuliano Taccola, Nello Saltutti, Mauro Bicicli, Guido Vincenzi, Ernst Ocwirk, Gianluca Signorini, Fabrizio Gorin, Andrea Fortunato... Una lista lunga, insomma, drammatica, mai però completa, che chiede invece chiarezza attraverso le voci di vedove, famigliari, o ancora di vecchi compagni di squadra preoccupati per le loro stesse sorti.
Palla avvelenata non lancia tuttavia accuse avventate. Fa il punto della situazione con l’aiuto di medici ed esperti. Gli autori non considerano il libro un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Per approfondire, discutere un drammatico mistero ancora tutto da risolvere.
Per un invito alla lettura ecco alcune citazioni tratte dal volume.
“Io vorrei che il calcio uscisse dalle farmacie e dagli uffici finanziari e rimanesse soltanto sport e divertimento.”
Zdenek Zeman, luglio 1998
“Dal ritiro Bruno mi faceva sempre telefonate chilometriche, roba di tre quarti d’ora. Solo che mentre parlava se ne stava attaccato alle flebo. Io ero perplessa, gliene facevano in continuazione, durante la settimana, prima della partita, dopo la partita, ma lui mi diceva di stare tranquilla, che erano cose normali. Tanto normali che la domenica sera e ancora il lunedì non riusciva a dormire, nel letto era tutto un tremore, uno scatto di nervi e di muscoli che mi ricordavano gli spasmi dei polli dopo che gli hanno tirato il collo. E lui ancora a rassicurarmi, a dirmi che erano le vitamine che aveva preso e che doveva smaltire. Ma non dimenticherò mai che nell’incavo del braccio sinistro aveva tre buchini violacei ormai perenni. Quelle erano le ‘prove’ delle flebo che gli facevano quando giocava al calcio.”
Gabriella Bernardini, vedova di Bruno Beatrice, morto di leucemia
“Se avessi saputo che per tutta quella roba avrei perso amici, e rischiato di morire anch’io, non credo che potendo tornare indietro, rifarei tutto da capo. E mi domando se valga ancora la pena che un giovane sacrifichi tutta la sua vita per un calcio del genere.”
Nello Saltutti, morto di infarto nel settembre 2003
“La verità , sconcertante, è che non abbiamo la certezza di cosa prendevamo. Ci parlavano di vitamine, ci davano il Micoren, la corteccia surrenale, l’Epasurrenovis per disintossicarci il fegato. Ci mostravano le fiale, erano tutte sostanze lecite, ma non metterei la mano sul fuoco che quelle flebo con dentro il cocktail di farmaci non contenessero anche qualcosa di altro, qualcosa di strano... Magari ci hanno avvelenato, magari siamo condannati ad ammalarci ma non lo sappiamo, non possiamo correre ai ripari. Chi eventualmente sapesse dovrebbe parlare, collaborare, invece niente.”
Pasquale Casale, ex calciatore
“Il venerdì prima della partita ci portavano in una farmacia in centro. Ci facevano andare nel retrobottega, appendevano un paio di litri di flebo a un gancio del soffitto e ci iniettavano questo liquido dal colore brunastro, che sembrava caramello. E così, dai oggi, dai domani, ho finito per rimetterci un rene.”
Dino Berardi, attaccante del Catanzaro negli anni Sessanta
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