Economia

Verso Basilea III. Le banche fanno un passo indietro

Il mondo agricolo soffre nel rapporto con gli istituti di credito perché “storicamente, il tasso di sofferenza dell’impresa agricola risulta superiore a quello delle imprese di altri settori”

12 settembre 2009 | Duccio Morozzo della Rocca

Con Basilea II, ne abbiamo parlato nel mese di giugno, si considera conclusa la lunga fase di trasformazione iniziata negli anni ’90 che ha visto prima chiudere gli istituti di credito agrario, strutture fortemente specializzate che si avvalevano anche del supporto di agronomi e di periti agrari e, poi, nascere nuovi strumenti finanziari volti non più a supportare la conduzione aziendale con tassi agevolati ma a valutare l’elargizione del credito per miglioramenti fondiari complessi e parzialmente assistiti da aiuti comunitari a fondo perduto.

Abbiamo intervistato Lorenzo Gai, professore ordinario di economia degli intermediari finanziari dell’Università di Firenze, e Francesco Grande, Senior Business Consultant della società CRIF per concludere il ciclo di articoli dedicati all’accesso al credito delle aziende agricole.

- Professor Gai: il difficile rapporto tra banche e agricoltura è un problema di modelli sbagliati?
Con Basilea II, tutte le banche hanno introdotto nel processo di valutazione sofisticati modelli di rating. Neppure quelle più evolute, con modelli interni validati dalla Banca d’Italia, hanno però predisposto un sistema ad hoc per l’agricoltura.
C’è da sottolineare, però, come il mondo agricolo sia l’unico a poter ricevere una ponderazione zero in presenza della garanzia dell’ISMEA, che può dunque agevolare l’accesso al credito delle aziende del settore.

- Le banche non credono nelle possibilità dell’agricoltura?
Storicamente, il tasso di sofferenza dell’impresa agricola risulta superiore a quello delle imprese di altri settori anche se è giusto notare che il tasso di recupero delle banche in questo settore è più elevato che in altri: la banca rischia di più ma ha la possibilità di rifarsi sul patrimonio dell’impresa utilizzando spesso forme tecniche più garantite.

- Perché il rating non si adatta alle imprese agricole?
Il modello di rating si regge su due pilastri principali: da una parte quello economico-patrimoniale dall’altra l’andamento comportamentale con la banca.
L’attuale struttura del rating non favorisce le imprese agricole poiché si assiste ad un utilizzo di modelli di rating che raggruppano le Pmi di differenti settori merceologici e che vengono applicati massivamente a tutte le imprese, penalizzando quei settori – tipo l’agricolo - che mal si adattano alle valutazioni legate alla capacità di fare reddito. Da un altro lato, tuttavia, per le imprese più piccole, solitamente sprovviste di bilancio, viene meno la “gamba”economico-patrimoniale e le banche si affidano quasi esclusivamente all’andamento del rapporto bancario, cui occorre prestare una notevole attenzione.

- Dott. Grande, come il mondo agricolo può aumentare le possibilità di accesso al credito?
L'impresa, ma direi soprattutto l'imprenditore, dovrebbe imparare a garantire maggiore trasparenza nei confronti delle banche sui propri conti e sulle prospettive di business. Va anche detto, però, che in banca si dovrebbe imparare ad avere un approccio più consulenziale nei confronti dell'azienda laddove oggi prevale ancora il modello del gestore/venditore più preoccupato del prodotto che deve collocare che della reale esigenza dell'imprenditore che ha di fronte.

- Professor Gai, spesso nelle aziende agricole vi è una sproporzione tra capitale investito e reddito netto. Come comportarsi?
Il problema principale con cui le piccole e medie imprese agricole si scontrano è che il rating individua come pericolosa la bassa marginalità che viene fuori dal bilancio, quando questo sia disponibile. Essendo la redditività per una banca fondamentale come garanzia di rientro di capitale, con i numeri delle aziende agricole il rating fa spesso scattare un campanello d’allarme.
È in questa fase che viene in aiuto, ripeto, il rapporto andamentale con la banca: se una impresa dimostra un comportamento solido e lineare del proprio conto negli anni, può aumentare il suo punteggio di rating.

- Un tempo bastava conoscere la banca ed essere conosciuto come azienda affidabile per ottenere un prestito: cosa è rimasto oggi di questo rapporto?
È rimasta una ulteriore “gamba”, quella qualitativa, che viene generalmente dopo il calcolo del rating. Dopo le valutazioni meccaniche dei modelli, il gestore del rapporto con l’impresa può intervenire con un giudizio qualitativo per migliorare/peggiorare la classe del cliente.

- Dottor Grande, sempre più spesso professionisti si propongono alle PMI per una valutazione preliminare del rating e per aiutare l'impresa nell'accesso al credito. Quanto sono realmente utili? Non si rischia di creare una nuova classe di intermediari che spersonalizzano ulteriormente il rapporto banca-cliente?
Negli ultimi anni si è assistito ad una spersonalizzazione del rapporto banca-cliente soprattutto nei gruppo bancari di più grande dimensione in cui spesso chi gestisce la relazione con l'impresa (e dunque è più vicino al territorio) non è anche quello che prende la decisione finale in relazione ad esempio ad un possibile affidamento.
In questo contesto un ruolo importante di cerniera tra banche (soprattutto medio-grandi) ed imprese (soprattutto medio-piccole) lo giocano i Consorzi Fidi che assicurano maggiore prossimità (fisica e culturale) all'impresa e con le proprie garanzie fornite alle banche consentono di intermediare una parte importante di credito che senza la garanzia Confidi non sarebbe concesso o lo sarebbe a condizioni molto meno vantaggiose per l'impresa.

- Professor Gai, si comincia ormai a parlare di Basilea III. Quali saranno le novità?
Ancora sono solo indicazioni, ma c’è l’idea di fondo che questi meccanismi debbano essere stemperati rendendo meno vincolante la parte di rating automatizzato e recuperando maggiormente il rapporto banca-cliente.

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