Economia
Olio extravergine italiano a 5 euro/kg con 80 mila tonnellate in giacenza: il prezzo che non torna
5 euro/kg di prezzo all'ingrosso dell'extravergine italiano con 80 mila tonnellate di giacenze a fine settembre non sarebbe un semplice prezzo basso: sarebbe un prezzo che, alla luce della storia recente delle giacenze ICQRF, appare fuori scala rispetto al valore che l'origine italiana ha espresso negli ultimi tre anni
01 settembre 2026 | 15:00 | Alberto Grimelli
Per capire quanto sia anomala l'ipotesi di un extravergine italiano a 5 euro/kg nel settembre 2026, conviene mettere in relazione il prezzo con le giacenze di prodotto italiano registrate da ICQRF-Frantoio Italia alla fine di settembre.
Il confronto è particolarmente interessante perché i dati ufficiali consentono di isolare l'olio extravergine di origine italiana, evitando di confondere le scorte complessive di olio presenti sul territorio nazionale con la reale disponibilità di prodotto italiano.

Il dato ICQRF è particolarmente eloquente. Al 30 settembre 2021 erano presenti in Italia 210.595 tonnellate di oli complessivi, delle quali 64.855 tonnellate di EVO italiano.
Un anno dopo, al 30 settembre 2022, lo stock complessivo era ancora superiore, 215.327 tonnellate, mentre l'extravergine italiano aveva raggiunto 87.183 tonnellate.
Poi il mercato cambia radicalmente.
Nel settembre 2023 l'EVO italiano scende a 38.681 tonnellate, meno della metà rispetto all'anno precedente, mentre il prezzo dell'olio nazionale si porta vicino ai 10 euro/kg. Il report ICQRF certificava 153.970 tonnellate di oli complessivi, con appena 105.291 tonnellate di EVO, delle quali 38.681 italiane.
Nel 2024 il quadro rimane quello della scarsità: 40.213 tonnellate di EVO italiano al 30 settembre, a fronte di un prezzo intorno ai 9,15 euro/kg sulle principali piazze pugliesi.
Infine, nel settembre 2025, le giacenze italiane scendono ulteriormente a 30.381 tonnellate, su un totale nazionale di 132.951 tonnellate di oli. In quel momento il prezzo dell'extravergine italiano era intorno ai 9,6 euro/kg.
Il rapporto fra scorte e prezzo è quasi speculare
La cosa interessante non è soltanto il valore assoluto delle giacenze, ma il rapporto con il prezzo.
Nel 2021-2022, quando l'EVO italiano disponibile a fine estate era nell'ordine di 65-87 mila tonnellate, il mercato esprimeva quotazioni intorno a 4,5-5,5 euro/kg.
Nel 2023-2025, quando le scorte scendono nell'intervallo 30-40 mila tonnellate, il prezzo praticamente raddoppia e si porta nell'area 9-10 euro/kg.
È una correlazione che non può essere interpretata come una semplice legge economica, perché sul prezzo dell'olio intervengono produzione mondiale, disponibilità spagnola, importazioni, domanda dell'industria, qualità, cambio, consumi e aspettative sulla nuova campagna. Tuttavia il segnale è molto forte.
Nel 2023, per esempio, la scarsità delle scorte europee e italiane contribuì direttamente a sostenere quotazioni eccezionalmente elevate; a metà settembre l'extravergine nazionale si avvicinava alla soglia dei 10 euro/kg.
Nel 2024, con l'esaurimento delle scorte italiane ormai atteso entro la fine di settembre, l'extravergine nazionale viaggiava ancora intorno a 9-9,3 euro/kg.
Cosa significherebbero 80 mila tonnellate nel 2026
Ed è qui che emerge l'anomalia dello scenario ipotizzato.
80 mila tonnellate di EVO italiano a fine settembre sarebbero più del doppio delle giacenze del settembre 2025 e circa il 164% in più rispetto al settembre 2024.
Saremmo inoltre molto vicini al livello del settembre 2022, quando le scorte di EVO italiano ammontavano a 87.183 tonnellate.
Se contemporaneamente il prezzo medio fosse di 5 euro/kg, il mercato tornerebbe quindi a una combinazione già osservata nel 2021-2022: grande disponibilità di prodotto e quotazioni relativamente basse.
Ma c'è un elemento che rende la situazione 2026 ancora più interessante.
Nel 2022 87 mila tonnellate di scorte e un prezzo intorno ai 5 euro/kg potevano essere considerati coerenti con un mercato caratterizzato da abbondanza relativa. Oggi, dopo il biennio di prezzi elevati e dopo l'evoluzione dei costi di produzione, 5 euro/kg rappresenterebbero invece una quotazione estremamente compressa.
Cinque euro al chilo sarebbero davvero un prezzo "fuori mercato"?
La risposta dipende da cosa intendiamo per mercato.
Se parliamo di prezzo medio all'origine di un EVO italiano sfuso, 5 euro/kg sarebbe una quotazione molto bassa rispetto agli ultimi due anni.
Nel settembre 2024 l'olio italiano era intorno ai 9,15 euro/kg; nel settembre 2025 circa 9,6 euro/kg. Passare a 5 euro significherebbe quindi una contrazione nell'ordine del 45-48% in un solo anno.
Non sarebbe impossibile in assoluto. Il mercato oleario ha già dimostrato di poter produrre variazioni molto violente. Ma servirebbe una combinazione di fattori particolarmente negativa per i produttori italiani.
Soprattutto, sarebbe difficile spiegare 5 euro/kg con sole 80 mila tonnellate di giacenze, se queste fossero effettivamente scorte di EVO italiano.
Perché 80 mila tonnellate non sono una montagna di olio in termini storici: sono praticamente il livello del 2022. Sono però una quantità enorme se confrontata con le scorte residue degli ultimi due anni.
La vera variabile sarebbe la nuova produzione
Il punto decisivo, quindi, non è soltanto il quantitativo fermo nei serbatoi al 30 settembre.
È necessario sommare alle giacenze le aspettative sulla nuova campagna.
Se il mercato sapesse già a settembre che la produzione 2026/27 sarà eccezionalmente elevata, 80 mila tonnellate residue potrebbero essere percepite come una quantità molto più pesante.
Il prezzo, infatti, non remunera soltanto l'olio disponibile oggi: remunera anche la scarsità o l'abbondanza attesa nei mesi successivi.
È il motivo per cui la stessa giacenza può produrre prezzi completamente diversi in due annate differenti.
Tuttavia, per arrivare a 5 euro/kg con 80 mila tonnellate di EVO italiano, dovrebbe probabilmente verificarsi qualcosa di più di una buona produzione nazionale: dovrebbe esserci una forte pressione competitiva dell'olio estero, in particolare spagnolo, tunisino e di altri paesi mediterranei.
Il confronto con la Spagna rende ancora più difficile la sostenibilità dei 5 euro
Il prezzo italiano non vive isolato.
Nel 2026 il differenziale con la Spagna si è già fortemente ridotto rispetto ai livelli del biennio precedente. Nel primo trimestre l'EVO convenzionale italiano era indicato intorno a 6,90 euro/kg, contro circa 4,60 euro/kg per quello spagnolo.
Questo significa che un prezzo italiano di 5 euro/kg avrebbe un differenziale di appena 40 centesimi rispetto alla quotazione spagnola ipotizzata per quel periodo, comprimendo drasticamente il premio storico riconosciuto all'origine italiana.
E proprio qui sta la contraddizione.
L'Italia avrebbe contemporaneamente 80 mila tonnellate di prodotto nazionale disponibile, ma sarebbe costretta a vendere quasi al prezzo del concorrente iberico.
Non sarebbe necessariamente un segnale di eccesso di produzione italiana. Potrebbe essere, piuttosto, il segnale di una perdita di potere contrattuale della filiera italiana.
Il rischio è che il prezzo diventi indipendente dalle giacenze
Questo è forse l'aspetto più importante della proiezione.
Negli anni 2023-2025 il prezzo italiano è stato sostenuto dalla scarsità: meno olio disponibile, maggiore potere contrattuale dei detentori.
Se nel 2026 ci fossero invece 80 mila tonnellate di EVO italiano ancora invendute a settembre, il potere contrattuale si sposterebbe verso imbottigliatori e industria.
Ma 80 mila tonnellate non giustificano automaticamente 5 euro/kg.
Se il prezzo arrivasse davvero a quel livello, bisognerebbe cercare la spiegazione anche fuori dalle giacenze: importazioni, disponibilità spagnola, politiche di approvvigionamento dell'industria, contrazione della domanda, pressione della GDO e aspettative sulla produzione futura.
Il dato delle giacenze diventerebbe quindi un indicatore particolarmente utile per capire se siamo davanti a un normale riequilibrio oppure a una compressione artificiale delle quotazioni.
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