Economia
Cereali, sei mesi di prezzi deboli in Italia: mais e grano tenero provano la ripresa, il duro resta sotto pressione
Da inizio 2026 il mercato cerealicolo italiano ha attraversato una lunga fase di debolezza, caratterizzata da ampia disponibilità, domanda poco dinamica e quotazioni inferiori a quelle del 2025. Tra primavera ed estate il quadro è cambiato. Clima, raccolti e Mar Nero tornano a determinare le prospettive per l’autunno
26 agosto 2026 | 16:00 | T N
Il mercato cerealicolo italiano arriva alla fine dell’estate dopo sei mesi caratterizzati da una prima parte prevalentemente ribassista e da un progressivo cambio di scenario tra primavera ed estate. Le quotazioni dei principali cereali sono partite nel 2026 su livelli già depressi rispetto all’anno precedente, per poi attraversare una fase di stabilizzazione e, più recentemente, registrare alcuni recuperi.
Le analisi di BMTI mostrano come tra gennaio e febbraio abbia prevalso un mercato ben rifornito, sia in Italia sia a livello internazionale. A febbraio i prezzi sono diminuiti del 2,2% per il grano duro, dell’1,2% per il grano tenero e dell’1,2% per il mais. Su base annua i ribassi erano ancora più marcati: circa -16% per il grano duro, -12% per il grano tenero e -9% per il mais.
Il quadro non era quindi quello di una semplice oscillazione stagionale, ma di un mercato caratterizzato da un'offerta abbondante e da una domanda incapace di assorbire rapidamente la disponibilità. È questa combinazione che ha mantenuto sotto pressione i prezzi italiani durante la prima parte dell'anno.
Gennaio e febbraio: mercato pesante
L'avvio del 2026 aveva confermato la sostanziale stabilità che aveva caratterizzato gli ultimi mesi del 2025. A metà gennaio le quotazioni dei grani e del mais non mostravano variazioni significative, mentre l'orzo rappresentava una delle poche eccezioni, sostenuto da una domanda relativamente più vivace.
Nel corso di febbraio, tuttavia, anche la stabilità ha lasciato spazio a nuovi ribassi. Per il grano tenero panificabile il prezzo medio rilevato da BMTI si è attestato a 228,3 euro per tonnellata, con una diminuzione dell'1,2% rispetto a gennaio e del 12,2% rispetto a febbraio 2025.
Ancora più evidente è stata la debolezza del grano duro. La varietà fino è scesa sotto i 280 euro/t, con una flessione mensile del 2,2% e un divario rispetto all'annata precedente arrivato a circa il 16%. L'offerta disponibile appariva adeguata e non si registravano particolari tensioni sulle prospettive del nuovo raccolto.
Per gli agricoltori italiani, dunque, il primo bimestre dell'anno si è tradotto in una compressione dei ricavi proprio mentre i costi produttivi rimanevano elevati.
Marzo e aprile: il mercato prova a stabilizzarsi
La svolta non è arrivata immediatamente. A marzo i mercati sono rimasti complessivamente pesanti, ma le variazioni hanno iniziato a ridursi. BMTI ha rilevato una sostanziale stabilità nel comparto cerealicolo nazionale, con il grano duro in leggero recupero dell'1,1%, mentre il grano tenero e il mais hanno mostrato movimenti più contenuti.
Ad aprile il grano duro fino di produzione del Nord Italia si è attestato mediamente a 261,5 euro/t, praticamente invariato rispetto a marzo (-0,1%), ma ancora inferiore del 15% rispetto a un anno prima. Nel Sud Italia il prezzo era poco sotto i 290 euro/t, con un divario annuo di circa il 9%.
Il grano tenero panificabile ha seguito una dinamica analoga: il prezzo medio di aprile è stato di 226,3 euro/t, in calo dello 0,3% su marzo e del 10,8% su base annua. L'offerta adeguata e una domanda contenuta hanno impedito al mercato di sviluppare una vera tendenza rialzista.
Più interessante, invece, l'evoluzione del mais. Dopo un aumento del 2,9% a marzo, ad aprile il prezzo medio del mais secco nazionale è cresciuto di un ulteriore 1,6%, raggiungendo 230 euro/t. Il rialzo è stato favorito dai ritardi negli arrivi dall'estero e dai timori sugli effetti dell'aumento dei costi degli input sulle superfici seminate.
Maggio: il mais accelera, i frumenti restano deboli
Il mese di maggio ha accentuato la divergenza tra le commodity. Per il grano duro, l'avvicinarsi della chiusura della campagna e la debolezza degli scambi hanno riportato pressione sulle quotazioni, soprattutto al Sud. BMTI segnalava un'attività molitoria ridotta e operatori già concentrati sul nuovo raccolto.
Anche il grano tenero ha continuato a risentire dell'ampia disponibilità e della concorrenza estera. La domanda internazionale rimaneva orientata anche verso le forniture del Mar Nero, contribuendo a contenere i prezzi europei e, di riflesso, quelli italiani.
Il mais ha invece continuato la fase di recupero. Nei primi giorni di maggio le quotazioni nazionali si erano avvicinate alla soglia dei 240 euro/t, dopo il raggiungimento dei 230 euro/t ad aprile. Il mercato italiano ha beneficiato sia dei ritardi nelle importazioni sia delle preoccupazioni sulle superfici europee, mentre le prospettive produttive dell'Unione europea rimanevano nel complesso rassicuranti.
Giugno: il mais perde parte del recupero
Con l'avanzare della nuova campagna, il mercato italiano ha iniziato nuovamente a mostrare segnali di raffreddamento. Alla Borsa Merci di Milano il mais nazionale è passato da 250 euro/t il 26 maggio a 246 euro/t il 9 giugno, per scendere a 241 euro/t il 16 giugno e a 239 euro/t il 23 giugno. A fine mese la quotazione è rimasta a 239 euro/t.
La sequenza evidenzia come il recupero primaverile non si sia trasformato in una vera inversione di tendenza. Il mercato ha continuato a essere fortemente condizionato dalla disponibilità fisica di prodotto e dalla concorrenza delle origini estere.
Anche sul fronte del grano duro la situazione è rimasta complessa. In diverse settimane di giugno le quotazioni sono risultate scarsamente rappresentative o non formulate sulle piazze principali, segnale di un mercato caratterizzato da scambi ridotti e dalla transizione tra vecchia e nuova campagna.
Luglio e agosto: il clima cambia le prospettive
L'estate ha introdotto però un nuovo elemento di rischio: il clima. Le temperature elevate e lo stress idrico hanno iniziato a modificare le aspettative sui raccolti, soprattutto per il mais.
A luglio il prezzo del mais sulle principali Borse Merci italiane è aumentato dell'1,7% su base mensile. Nonostante il recupero, il livello medio rimaneva del 6,6% inferiore a quello di luglio 2025. Per l'Italia l'International Grains Council stima una produzione intorno a 5 milioni di tonnellate, circa 500 mila tonnellate in meno rispetto al 2025.
Le quotazioni rilevate da Ismea nelle ultime settimane di luglio confermano comunque una notevole variabilità territoriale: il mais si collocava a 252,50 euro/t a Milano, 250 euro/t a Verona, 243 euro/t a Padova, 237 euro/t a Udine e 233,50 euro/t a Cremona.
Il grano tenero ha seguito una traiettoria analoga. A luglio i listini italiani sono cresciuti dell'1,3% su base mensile, un movimento proseguito nelle prime sedute di agosto. In questo caso, però, il fattore climatico si è sommato alla crescente preoccupazione per la sicurezza dei flussi commerciali dal Mar Nero.
Le quotazioni Ismea di inizio agosto mostrano, per esempio, il grano tenero fino a 229 euro/t ad Alessandria, 219 euro/t a Mantova e 257,50 euro/t a Napoli, a conferma delle forti differenze territoriali legate a qualità, disponibilità e condizioni di consegna.
Grano duro, la vera debolezza del mercato italiano
Il frumento duro rappresenta il principale elemento di debolezza dell'attuale mercato cerealicolo nazionale. Dopo i ribassi accumulati nella seconda metà della precedente campagna, la nuova annata non ha prodotto, almeno finora, il recupero auspicato dai produttori.
A luglio il grano duro fino del Sud Italia rilevato dalla CUN si è attestato intorno a 265 euro/t, il 12% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025.
I dati Ismea di inizio agosto confermano valori sostanzialmente allineati: 260 euro/t per il fino ad Ancona, 270 euro/t a Campobasso e 260 euro/t a Macerata.
Il problema non riguarda soltanto il livello assoluto delle quotazioni, ma soprattutto il differenziale tra prezzi agricoli e costi di produzione. In Puglia, una delle principali aree italiane del duro, le organizzazioni agricole hanno segnalato durante l'estate la crescente difficoltà economica delle aziende, attribuendo parte della pressione sui prezzi anche alla dinamica delle importazioni.
Il mercato italiano resta fortemente dipendente dall'estero
La dinamica dei prezzi italiani non può essere letta separatamente da quella internazionale. L'Italia è strutturalmente importatrice di cereali e i flussi provenienti dall'estero contribuiscono a determinare il livello di equilibrio dei mercati nazionali.
Nel caso del grano duro, BMTI rilevava a maggio importazioni italiane da Paesi extra-Ue pari a circa 1,40 milioni di tonnellate nel periodo 1° luglio 2025-10 maggio 2026, appena il 2,3% in meno rispetto allo stesso periodo precedente.
Sul fronte complessivo dei cereali, nei primi tre mesi del 2026 le importazioni italiane sono diminuite del 5% in volume e del 12% in valore, con una contrazione degli arrivi di grano duro, grano tenero e mais.
La riduzione dei volumi importati non è tuttavia sufficiente, da sola, a sostenere le quotazioni nazionali: quando l'offerta globale rimane abbondante e la domanda interna è debole, anche un rallentamento delle importazioni può non produrre una vera inversione dei prezzi.
Il nuovo rischio arriva dal Mar Nero
A metà estate il quadro geopolitico ha assunto un peso crescente. Gli attacchi alle infrastrutture logistiche del Mar Nero e le ripercussioni sulle esportazioni di Russia e Ucraina hanno riportato un premio di rischio sui mercati del grano tenero.
Questo spiega in parte perché il grano tenero abbia iniziato a recuperare proprio quando il mercato italiano si apprestava a entrare nella nuova campagna. Il rischio non è necessariamente quello di una carenza fisica immediata, ma di una maggiore volatilità dei flussi commerciali, dei costi logistici e dei differenziali tra le diverse origini.
La situazione è quindi molto diversa rispetto a quella osservata a febbraio, quando BMTI descriveva un mercato caratterizzato da offerta adeguata, domanda contenuta e assenza di tensioni.
Prezzi ancora lontani dai livelli di un anno fa
Il dato più significativo che emerge dall'analisi dell'ultimo semestre è che i recenti rialzi non hanno ancora modificato la fotografia annuale.
Il mais, nonostante il recupero estivo, rimane del 6,6% sotto i livelli di luglio 2025. Il grano duro del Sud è più basso del 12%, mentre il grano tenero ha registrato a luglio un incremento mensile dell'1,3% ma rimane comunque su livelli inferiori a quelli dell'anno precedente.
Anche le quotazioni di inizio agosto mostrano un mercato ancora lontano dai picchi degli anni precedenti: il grano tenero fino nazionale si muove indicativamente tra 219 e 229 euro/t nelle principali piazze del Nord, mentre il duro fino oscilla intorno a 260-270 euro/t in diverse aree del Centro-Sud.
Il confronto con il 2022 è ancora più significativo: secondo BMTI, già in primavera le quotazioni erano inferiori di circa il 32% rispetto ai livelli di aprile 2022 sia per il grano duro fino sia per il grano tenero panificabile.
Autunno decisivo per i prezzi
La fase che si apre con la ripresa delle contrattazioni dopo la pausa estiva sarà determinante. Per il mais il mercato dovrà verificare quanto lo stress termico e idrico abbia effettivamente inciso sulle rese e sulla qualità del raccolto italiano ed europeo. Per il grano tenero, invece, l'attenzione sarà concentrata sull'evoluzione dei raccolti internazionali e soprattutto sulla capacità di Russia e Ucraina di mantenere regolari i flussi attraverso il Mar Nero.
Sul grano duro il problema è differente: qui l'elemento centrale sarà il rapporto tra produzione nazionale, importazioni, domanda dell'industria molitoria e disponibilità internazionale. I primi dati della nuova campagna indicano per ora un mercato senza tensioni dal lato dell'offerta e quindi poco favorevole a un rapido recupero dei prezzi.
La conclusione del semestre è dunque caratterizzata da una contraddizione. I prezzi stanno tornando a salire proprio mentre rimangono significativamente inferiori a quelli di un anno fa. Il mercato italiano non è ancora entrato in una fase rialzista strutturale: si trova piuttosto davanti a una possibile transizione, nella quale clima, geopolitica, raccolti e importazioni determineranno se i recenti aumenti saranno l'inizio di una nuova tendenza oppure soltanto una parentesi all'interno di un mercato ancora caratterizzato da ampia disponibilità.
Per gli agricoltori italiani, soprattutto quelli specializzati nel grano duro, la differenza sarà sostanziale: un recupero temporaneo delle quotazioni non sarebbe sufficiente a ristabilire la redditività, mentre un rialzo più strutturale, sostenuto da minori disponibilità globali e da una domanda più vivace, potrebbe finalmente riportare i prezzi verso livelli più compatibili con i costi di produzione.
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