Economia

L’atteso rimbalzo della domanda di vino negli USA tarda ad arrivare

L’atteso rimbalzo della domanda di vino negli USA tarda ad arrivare

Da aprile 2025 a fine marzo 2026 le esportazioni di vino italiano verso gli Usa sono calate del 17%, per un gap tendenziale a valore di circa 340 milioni di euro. Il vino italiano è sempre più chiamato a ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici, commerciali e regolatori, in un’ottica di de-risking

08 luglio 2026 | 18:35 | C. S.

Rimane negativo l’export di vino italiano nel mondo (-8,3% a valore nel primo trimestre) e l’atteso rimbalzo della domanda statunitense tarda ad arrivare. Complici – secondo l’Osservatorio Uiv – i dazi, la svalutazione del dollaro e soprattutto il calo strutturale dei consumi di vino oltreoceano, in trend negativo ormai da 5 anni. L’export del primo quadrimestre 2026 scende a valore di un altro 15,4% dopo la chiusura, lo scorso anno, a -9,2%. “Da aprile 2025 a fine marzo 2026 – ha detto oggi a Roma nel corso dell’Assemblea nazionale il segretario generale di Unione italiana vini (Uiv), Paolo Castelletti – le nostre esportazioni verso gli Usa sono calate del 17%, per un gap tendenziale a valore di circa 340 milioni di euro. La tesi che gli americani anche con i dazi non rinunciano ai nostri prodotti è bella da raccontare ma nella realtà è sempre più difficile da gestire. Per il vino le tariffe sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma notiamo che anche altri comparti bandiera del made in Italy tradizionali sono andati in difficoltà; penso per esempio all’alimentare, alla meccanica, al mobile. L’imperativo oggi è moltiplicare la nostra presenza nel primo mercato al mondo attraverso i codici del commercio e non di quelli, preoccupanti, della politica”.

Un presidio del mercato che, nell’analisi del coordinatore America di Limes e coordinatore didattico della Scuola di Limes, Federico Petroni, non può prescindere da una lucida presa di coscienza sui cambiamenti che stanno attraversando il primo mercato di sbocco per il vino italiano: "Negli Stati Uniti non sta cambiando soltanto una generazione di consumatori – ha spiegato Petroni –, ma la composizione stessa dell'America, dentro un cambio di paradigma ormai strutturale di cui l’amministrazione Trump è l’effetto, più che la causa. Con il tramonto dell'era dei baby boomer emerge un Paese con riferimenti culturali diversi. Per il vino italiano significa confrontarsi con pubblici che non possono più essere raggiunti con gli stessi linguaggi del passato: serviranno nuovi strumenti e una capacità sempre maggiore di dialogare con un'America più plurale, dove il ricambio è insieme generazionale, etnico e geografico".

Riposizionarsi e resistere, quindi, cercando allo stesso tempo di ripristinare la prevedibilità delle relazioni transatlantiche. Sul fronte dei dazi Usa, in vista dell’ormai prossima scadenza tecnica del regime tariffario temporaneo introdotto con la Section 122 del Trade Act, è intervenuto Alfredo Conte, vice direttore generale per l’Europa e direttore centrale per la Politica Commerciale Internazionale: “L’incertezza riguarda più la forma che la sostanza, con ogni probabilità dopo il 24 luglio entreranno in vigore misure dello stesso valore: il risultato finale non cambierà e non eccederà il 15%”. “Governo e diplomazia stanno lavorando a testa bassa, con una particolare attenzione al mondo del vino italiano, anche con un incremento di risorse – ha detto il presidente di Ita-Italian Trade Agency, Matteo Zoppas –. Queste risorse devono essere messe a sistema per sostenere le imprese nella promozione, e lo stiamo già facendo, a partire proprio dagli Stati Uniti, anche supportando la partecipazione a Vinitaly.USA. Dobbiamo poi proseguire sulla strada degli accordi commerciali”.

In questo scenario, è emerso nel corso dell’assemblea, il vino italiano è infatti sempre più chiamato a ridurre l’esposizione ai rischi geopolitici, commerciali e regolatori, in un’ottica di de-risking, a partire dal mercato interno europeo, “porto sicuro” per la domanda di vino (+31% il trend delle esportazioni di vino italiano nell’Ue negli ultimi 6 anni, il doppio della media extra-Ue), ma ancora troppo frammentato da barriere tecniche, interpretazioni nazionali divergenti e dalla tendenza all'iper-regolamentazione: "Il vero costo dell'Europa, è la non-Europa. Le imprese europee non pagano solo il costo delle barriere interne, ma anche quello della frammentazione del mercato unico – ha dichiarato Carlo Alberto Carnevale Maffè, Professor of Strategy alla SDA Bocconi School of Management –. Nel solo agroalimentare, questa mancata integrazione vale circa 57 miliardi di euro: un costo nascosto che ricade ogni giorno sulle imprese sotto forma di adempimenti duplicati, regole non armonizzate, fiscalità divergente e oneri di conformità. Per aziende che competono su scala globale è paradossale dover affrontare, di fatto, 27 mercati diversi all'interno dell'Unione. Completare davvero il mercato unico non significa solo semplificare: significa restituire competitività alle imprese europee e liberare risorse per innovazione, investimenti e crescita".

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