Economia

L’AGROALIMENTARE E’ TERRA DI CONQUISTA. L’ITALIA HA CEDUTO, O STA CEDENDO, PEZZO PER PEZZO, IL SETTORE IN MANI STRANIERE. UN ASSORDANTE SILENZIO AVVOLGE QUESTE OPERAZIONI

Pochi campioni nazionali, ben poche realtà internazionali. Presto dovremo prendere atto di una dura realtà. Il Made in Italy non esiste, almeno in campo agroalimentare. Dopo la Carapelli ora proprietà della Sos spagnola, anche la Galbani verrà venduta ai cugini francesi, già detentori di altri importanti italianissimi marchi

11 marzo 2006 | T N

Esiste davvero un agroalimentare italiano?
Chi iniziasse una seria e completa ricerca su quali e quanti italianissimi marchi siano in realtà in mani straniere non potrebbe, a un certo punto, non porsi questa domanda.
Difficile infatti immaginare che la Birra Peroni parla inglese e la Martini-Rossi americano, eppure è così.
L’elenco dei marchi agroalimentari svenduti, in particolare negli anni 1980 e 1990, è molto lungo. Uno scenario desolante, tanto più se consideriamo che questo processo non accenna a fermarsi.
I brand italiani passano di mano in mano a una tale velocità che è persino difficile seguirne l’evoluzione e conoscerne l’esatta proprietà.
Tutto questo nell’indifferenza generale.
Così la massaia italiana continua ad acquistare Antica Gelateria del Corso, che è proprietà della svizzera Nestlè essendo, in buona fede, convinta di acquistare italiano.
Perché il brand “made in Italy”, inutile nasconderlo, fa gola, piace e attira clientela. Tutti gli studi di marketing lo confermano.

Nel mondo dell’olio, eccezion fatta per Monini e per Carli, le altre industrie olearie sono di proprietà straniera. Sasso e Carapelli della Sos spagnola e Bertolli della americana Unilever.

Anche il settore delle acque minerali è, in gran parte in mano straniera: Ferrarelle, Boario, Fabia, Nepi non possono essere ricondotte a imprenditori italiani.

Un lungo, lunghissimo elenco che comprende anche Perugina, Cinzano, Vecchia Romagna, San Pellegrino, Buitoni, Motta-Alemagna, Algida, Neuroni e Fini.

Ci fermiamo qui.
Anzi no, perché i nostri cugini francesi (Lactais), già detentori di Invernizzi, Cademartori e Locatelli (6% del mercato dei formaggi italiani) ora pare proprio che siano molto interessati alla Galbani.
Proprio sugli effetti di mercato di questo processo di concentrazione dovrà pronunciarsi l'Antitrust per verificare l'esistenza di ostacoli alla libera concorrenza.
Il rischio per allevatori e consumatori è che la nuova proprietà decida di modificare condizioni e quantità di approvvigionamento di latte dalle aziende italiane a vantaggio di quelle francesi. L'effetto sarebbe la commercializzazione sul mercato italiano ed internazionale di formaggi e mozzarelle confezionati con marchi e bandiera italiana ma ottenuti da latte straniero.
Peraltro sono molte altre le operazioni condotte recentemente da imprese francesi in Italia nell'agroalimentare come ad esempio la cessione delle Fattorie Scaldasole alla Andros e le mozzarelle Lodovico alla Bongrain.

Ci rimangono pochi campioni nazionali e ancor meno realtà internazionali.
L’Italia è terra di conquista.
Continua l’imbarazzato e assordante silenzio da parte delle Istituzioni, Associazioni, Stampa e Televisioni.

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